PC Music, il non-genere che ha preso in giro tutti gli altri

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A periodi regolari, succede che la musica scopre di doversi fermare un attimo ed estremizzare certe caratteristiche consolidate, prenderle in giro, evidenziandone i limiti ed abbattendoli con nuove forme. È tipicamente uno dei processi cardine del concetto di innovazione in musica, anche se non sempre viene riconosciuto come tale. Per la PC Music è andata proprio così: la caricatura plasticosa degli aspetti più stereotipati della musica popolare, realizzata con l’utilizzo esclusivo di strumenti sonori da laptop, amata da alcuni, disconosciuta da tanti altri. Uno dei nuovi generi più discussi e discutibili di questo decennio.

Nata nel 2013 non come genere ma come etichetta musicale indipendente, fondata dal londinese A. G. Cook e mai pensata come traiettoria innovativa musicale, la PC music è salita alle luci della ribalta quasi subito, un’onda ideale da cavalcare per tutti coloro dall’inesauribile sete di novità (categoria nella quale rientrano ovviamente tutti i giornalisti musicali che han creato l’hype). L’hype è corso in maniera selvaggia intorno al 2014 e ha generalmente ottenuto l’effetto indesiderato di scatenare reazioni negative da parte di porzioni di pubblico incompatibili con questi suoni, ma che ci sono entrati in contatto in maniera forzata a causa della diffusione giornalistica.

E se l’hype eccessivo è stata la ragione numero uno del malcontento di certuni, la ragione numero due è la composizione della scena: praticamente un gruppo ristrettissimo di giovani produttori londinesi, autori di tracce singole, ognuno col proprio stile, non per forza simile agli altri. Un mosaico difficile da seguire e rintracciare, che ne ha ridotto l’appeal. Non è un caso che l’unico personaggio che ha catalizzato le attenzioni maggiori è Sophie, artista che sta dietro a entrambe le tracce che avete ascoltato qui sopra, autore (è un maschietto) dell’album Product del 2015 e artista tra i più riconoscibili del lotto: è soprattutto grazie a lui che la PC Music si è diffusa e si è fatta apprezzare da diversi settori di pubblico.

Stilisticamente parlando, già nel 2014 Pitchfork inquadrava bene la questione, proprio per la recensione di Hey QT: la PC music è fondamentalmente un mix estremizzato di stili già esistenti (il k-pop, la cultura kawaii, la chiptune, l’happy hardcore sono i precedenti più citati), ma riproposto in una maniera caricaturale che può facilmente appartenere ad un approccio artistico d’avanguardia. Perciò sì, è corretto parlare di futurismo musicale: per la voglia di eccessi, per lo sfottò a quanto già esiste, per l’intenzionale superficialità con cui si proietta nelle forme più estreme di musica sintetica senza più preoccuparsi di armonie ed equilibri formali. PC Music Vol. 1, la compilation del 2015 che trovate qui sopra, raccoglieva tutti i nomi principali della scena e rappresentava bene quanto dicevamo.

PC Music Vol. 2, invece, è uscita l’anno scorso e vi sarà utile a capire tutte le ambizioni finora rimaste allo stato potenziale all’interno del genere: quello di farsi accettare come nuova frontiera del pop moderno, sfruttando la penetrazione dei suoni ultra-sintetici intercorsa nel frattempo nella musica contemporanea. La PC music oggi ha le carte per essere riconoscibile, per essere meno avanguardia e più trend a facile diffusione. Ascoltate adesso i nuovi singoli contenuti nel secondo volume, e non stupitevi se quanto detto finora riguardo avanguardia e caricatura non risulta più evidente: significa che la PC music è riuscita nell’intento di scardinare i preconcetti comuni e trascinare dietro a sé le stesse forme pop che fino a ieri prendeva in giro. È sempre andata avanti svilendo i concetti di genere e le caratteristiche formali della musica moderna, fino a spingere gli stessi generi moderni a inglobarne le forme. Oggi la PC music non è un genere. La PC music è la direttiva, e gli altri generi inseguono.

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