Daft Punk, Justice e il rischio della retromania sterile

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Si chiacchierava l’altro giorno in casa Aural Crave di Daft Punk. Era appena uscito il nuovo singolo I Feel It Coming con The Weeknd, il secondo dopo Starboy, e si rifletteva su come questa ormai nota fase disco potrebbe presto iniziare a nuocere all’apprezzamento di Daft Punk nel loro stesso pubblico. Perché, è bene ricordarlo, la gente si è affezionata ai Daft Punk soprattutto per quanto fatto coi loro primi due album, Homework e Discovery, e per quel loro sound pieno di energia elettronica e ritmo giovane e spigliato, che li rendeva originali e capaci di gasare uno spettro di ascoltatori che poteva tranquillamente coprire due o tre generazioni.

Poi, nel 2013, i Daft Punk pubblicarono Random Access Memories, un disco molto diverso dal loro sound abituale, con collaborazioni vistose come Pharrell, Giorgio Moroder e Nile Rodgers e uno stile che riprendeva a loro modo la disco anni ’70, che da qualche tempo stava tornando di moda a più riprese. RAM ricevette giudizi differenziati, coi critici che spesso si dichiararono poco entusiasti di assistere a una semplificazione del sound Daft su schemi fondamentalmente appartenenti a epoche e artisti differenti. Ciononostante, i fan lo accolsero generalmente in maniera positiva, perché un colpo fuori schema firmato Daft Punk è pur sempre un colpo capace di elettrizzare. Purché resti, appunto, un episodio isolato.

Sta tutto lì il problema della retrologia (o retromania, per riutilizzare l’azzeccato termine coniato da Simon Reynolds). Il fatto che nel 2016 i due francesi siano ancora in qualche modo dentro quel sound anni ’70 (come è evidente appunto da I Feel It Coming) inizia a dare una certa preoccupazione ai loro fan storici. Una cosa è un esperimento isolato, ben altra se i Daft Punk decidessero di fare della disco la loro nuova fase prolungata, eventualmente estesa al nuovo album. Perché se così fosse, se il prossimo disco dei Daft Punk suonasse di nuovo come RAM, con tutta probabilità molti fan reagirebbero come traditi nei principi con cui originariamente erano stati conquistati. E nel momento in cui la disco diventasse non più uno schizzo estemporaneo ma una nuova identità, si passerebbe automaticamente a un vero e proprio cambio di target di pubblico: non più amanti dell’energia liberatoria dell’elettronica vivace, ma più appassionati dell’equilibrio classico, che dovrebbe peraltro essere in grado di coinvolgere i nuovi ascoltatori (perché quelli vecchi, nel frattempo, potrebbero essersi già allontanati).

La questione è tornata al centro delle nostre conversazioni di nuovo, dopo aver ascoltato per la prima volta il nuovo album dei Justice, Woman, uscito su Spotify la settimana scorsa. Perché i Justice presentano tutte le somiglianze e le controversie dette sopra per i Daft Punk, non solo per affinità geografiche e musicali, ma per precise scelte stilistiche intercorse negli ultimi anni. Anche i Justice erano partiti con un sound molto giovane ed energico, orientato ad esaltare gli ascoltatori appassionati di dance ma che non disdegnano l’ascolto in cuffia. E non sono pochi quelli che oggi, al sentire pronunciare il nome Justice, ripensano con un sorriso beffardo sul viso a Dance, il singolo trainante del loro primo album.

Poi, nel 2011, il secondo album Audio, Video, Disco che anticipava di fatto i Daft Punk per quanto riguarda la riscoperta anni ’70, e per il quale si applicava esattamente lo stesso tipo di meccanismi accaduti su Random Access Memories. Critica generalmente ben presa e  pubblico che ha accettato di buon grado il nuovo volto. Purché non diventi un nuovo volto permanente dei Justice. Cosa che con Woman pare confermato: la maggior parte dei pezzi del disco, inclusi i singoli già diffusi come Safe And Sound, Randy o Fire, ricalcano quel tipo di retrologia che può essere piacevole ragionando in maniera cerebrale (“interessante“, commento da ascoltatore con la predisposizione all’analisi consapevole), ma che nasconderà comunque la strana sensazione sottopelle che qualcosa manchi, nello spettro di attese che si ha verso un nuovo disco dei Justice.

Viene naturale a questo punto riflettere su cosa debbano offrire i Justice su album, o (che poi è la stessa cosa) su cosa il pubblico debba oggi aspettarsi da loro. Parliamo di un act capace di far scatenare gli appassionati di elettronica moderna sia in pista che in macchina, o di un gruppo più adulto orientato alla cura degli equilibri classici rivisitati in chiave moderna qual è adesso? In base a questa risposta si decide il nuovo target di pubblico dei Justice e dei Daft Punk, nonché la pressoché scontata ricezione del nuovo stile da parte di vecchi fan. Che ascolteranno il nuovo album con la curiosità di un fedele appassionato e metteranno rapidamente una croce sul nuovo album, con un commento del tipo “non è buono né per ballarlo né per ascoltarlo“. Che poi è esattamente il commento venuto fuori in casa Aural Crave, dopo aver ascoltato Woman.

È il pubblico che istintivamente volge le spalle agli artisti che hanno trasformato il loro stile. Non lo fa con cattiveria, anzi c’è quasi un certo senso di colpa nel farlo. Ma non si può combattere: si rientra prevalentemente nel campo dei gusti, e se son stati i gusti inizialmente a far scattare la scintilla verso quella combinazione particolare di suoni della prima fase, son di nuovo i gusti oggi a evidenziare il fatto che quella scintilla non c’è più. E a farci premere “skip” verso un altro nuovo disco contemporaneo che magari ci sorprenderà e ci conquisterà, come avevano fatto ai tempi i Justice. Il meccanismo è chiaro, gli artisti sono avvisati e i Daft Punk, a questo punto, li aspettiamo al varco.

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5 comments

  1. Orca, ogni volta che risento i nuovi Justice mi cascano le balle, non che non sia un disco carino da ascoltare, ma i tempi di Waters of nazareth o Stress non penso proprio che torneranno più aimé.

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