Magari ci è cascato anche qualcuno di voi. Può capitare, sebbene qualcuno vi riderà un po’ dietro. Parliamo di un post divenuto virale su Facebook questo weekend, dopo la condivisione dell’ex-direttore del Mucchio Selvaggio Max Stefani, che mette a confronto i dischi più venduti in Italia a Luglio 1980 e questo mese, scatenando un’indignazione da confronto tra i “bei vecchi tempi” e i giorni nostri. Eccolo:

Tipico commento nostalgico da vecchia guardia, che acchiappa in maniera facile perché gioca su un sentimento generalizzato di decadenza della qualità musicale contemporanea, o perlomeno dei gusti del pubblico pagante. Comprensibile che sia stato condiviso in massa a suon di “ITALIA SVEGLIA!” da parte degli appassionati di musica del nostro paese.
Peccato che sia tutto sbagliato. Dei 5 dischi indicati come bestseller a luglio 1980, in realtà 4 ancora non erano nemmeno usciti (solo quello dei Clash era uscito l’anno prima, e non aveva venduto tanto da essere ancora tra i primi per vendite mesi dopo la data di pubblicazione). In realtà non esistono dati per mese delle vendite di quell’anno, ma scorrendo i dischi più venduti in tutto il 1980, nelle prime dieci posizioni troviamo Lucio Dalla, Pink Floyd, Police, Battisti, Bennato, De Gregori e Renato Zero. Il che conferma la predilezione generale del pubblico italiano per la musica nostrana ma non genera alcuno scandalo, vista anche la qualità dei nomi di casa nostra.
E per inciso, anche la classifica di questo mese è inventata. I dati finali li avremo a fine mese, ma in tutta probabilità dentro ci troverete il disco di Marracash e Gue’ Pequeno, quello dei Red Hot Chili Peppers e l’ultimo di Zucchero. Alvaro Soler? Forse.

Il che magari vi indignerà lo stesso, ma tant’è. La verità è che confronti di questo tipo sono totalmente insensati. Ai giorni nostri le vendite sono influenzate da canali di promozione musicale completamente diversi da trent’anni fa, e se prima la cultura musicale girava soprattutto per le radio e le riviste musicali, oggi internet è capace di rendere popolare qualsiasi canzone anche solo per puro appeal mediatico, prima che musicale.
In sintesi: se volete indignarvi, liberi di farlo. Ma la situazione è ben più articolata di quella visibile da una vignetta come quella qui sopra. E se proprio volete esprimervi, almeno usate dati reali. O rischiate di diventare lo zimbello dei social per qualche giorno. Chiedetelo a Max Stefani.