Modern Soul: l’eredità di James Blake sulla produzione musicale odierna

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Nel 2016, James Blake ha potuto permettersi di rilasciare il suo terzo album in studio annunciandolo pubblicamente con un anticipo di poche ore, sicuro di non aver bisogno alcuna campagna di marketing per aumentare il buzz su sé stesso. Come fosse Beyoncé. E questo succede non perché Blake sia famoso agli stessi livelli di Beyoncé. È una questione di rispetto. Rispetto per Blake come artista e come persona, da parte di pubblico e critica. Rispetto che viene da una carriera che fin dai primi momenti, quando ancora era uno sconosciuto produttore underground conosciuto da pochi fan di nicchia, ha proceduto su binari di ricerca esclusiva della qualità, dell’originalità, della propria unicità. Caratteristica che col tempo l’ha reso prima stimato, poi imitato, infine apprezzato per un linguaggio stilistico che gli dà identità. Qualcosa cominciato parecchio tempo fa, intorno al 2009, molto prima che il suo diventasse un nome caldo.

Nel 2009, Blake si presenta al pubblico di nicchia tramite etichette specializzate come Hemlock Recordings, Hessle Audio e R&S, come innovatore di un linguaggio che stava subendo sostanziali trasformazioni: il dubstep. A luglio di quell’anno uscì Air And Lack Thereof (qui sopra), pezzo che era ancora pienamente immerso nell’estetica degli spazi tipica del dubstep ma aveva già l’impronta soul/jazz che si sarebbe sviluppata più avanti. In quel periodo lo presentavano come “il giovane famoso soprattutto come elemento live aggiunto dei Mount Kimbie“, pensate. L’anno successivo, il 2010, fu già quello della famosa tripletta di EP, The Bells Sketch, CMYK e Klavierwerke, che sempre nelle vesti di sperimentatore post-dubstep (fu quello il termine coniato anche grazie alla sua opera) lo spedì a sorpresa tra i primi dieci album della classifica 2010 di Pitchfork, senza nemmeno averlo mai pubblicato, un album. Fu il momento in cui l’hype su di lui salì vertiginosamente e tutti si prepararono al disco di debutto.

L’album arrivò qualche mese dopo, a gennaio 2011, e segnò la svolta su diversi livelli. Prima di tutto lo consacrò come artista completo, che non si limita a sperimentare ma che sa scriversi un album compiuto capace di rivolgersi a un pubblico allargato, e non solo a pochi appassionati. Ma fu soprattutto lo stile, in quel primo disco, a rappresentare un cambio di rotta vistoso: quello fu il disco che tutti ricordarono per l’enorme protagonismo della sua voce, presenza costante e totalizzante di quel primo album, uno shock per chi da Blake continuava ad aspettarsi un disco di sperimentazione sonora. La sperimentazione c’era ancora e faceva ancora tesoro delle sue indagini nell’ex-dubstep, ma era tra le righe, osservabile solo nei dettagli, con uno sguardo attento, mentre in realtà la cosa più appariscente era la definizione di un nuova idea di cantautorato consapevole, realizzato con mezzi tecnici superiori alla media e conoscenza da esperto dei suoni underground.

Come tutti i dischi “shock“, fu molto discusso. Fu largamente apprezzato dalla critica (chi vi parla sganciò il 9 senza pensarci due volte), ma tra gli ascoltatori furono non pochi a lamentare la struttura eccessivamente scarna delle canzoni, troppo focalizzata sulla presenza vocale, troppo essenziale, caratteristica che poteva rendere l’ascolto pesante. Giudizi soggettivi, eppur legittimi. Ciononostante, quello fu lo stile che diventò un vero e proprio trend nella produzione discografica del Regno Unito nei mesi/anni successivi e gli epigoni di Blake iniziarono a moltiplicarsi: Jamie Woon (che in realtà emerse praticamente in parallelo), SBTRKT, Deptford Goth, Sohn, Chet Faker, Kwabs, l’ultimo RY X. Blake lo capì e cercò di sfruttare l’onda quand’era ancora calda, sempre nel 2011, con l’EP Enough Thunder (che fungeva fondamentalmente da appendice del disco e dal quale spicca la collaborazione con Bon Iver Fall Creek Boys Choir) e con Love What Happened Here, che accennava già un piccolo passo indietro in termini di originalità. Poi capì che era meglio non esagerare. Meglio aspettare, e far aspettare, prima di tornare col grande stile che lo caratterizza.

Tornò su album nel 2013, con Overgrown, e fu proprio il ritorno in grande stile che ci voleva. Perché al suo secondo album ufficiale, James Blake si presentò con una padronanza dei propri mezzi raddoppiata, con la consapevolezza che il protagonista era e doveva essere sempre lui, ma anche con l’intenzione di non farsi prendere troppo la mano con l’individualismo, ricordando a sé stesso che il James Blake migliore, quello che funziona meglio, è quello accompagnato da una forma-canzone consistente. Quell’album diede segno di voler superare le debolezze che venivano sottolineate per il primo album, e per buona metà Overgrown riuscì nell’intento di presentare un artista cresciuto (si fa per dire, al tempo aveva 24 anni) e caparbio, pronto per reggere il peso del suo stesso nome. Eppure anche il secondo album ebbe le sue imperfezioni, cedendo a tratti a suoni più facili – e per questo estranei allo stile Blake. Le pressioni del secondo album son valse anche per lui, ma ciò non vietò ad Overgrown una riuscita di tutto rispetto e ancora una volta un posizionamento ai primi posti delle classifiche di fine anno un po’ ovunque. E il respiro sufficiente per preparare un nuovo ritorno, senza fretta, a ulteriore crescita avvenuta, magari correggendo ancora una volta le debolezze dell’ultima prova.

E qui torniamo di nuovo ai nostri giorni, e a ciò che è accaduto allo stile di Blake dopo i tre anni di (quasi) silenzio passati cercando di stare lontano da gossip e hype. È col terzo album The Colour In Anything che il percorso completo assume i contorni della ricerca spasmodica dell’equilibrio perfetto, ed è qui che si ha la sensazione di esserci vicini come mai prima d’ora. Un album che ha saputo distribuire le energie nel modo migliore, risolvendo il problema degli equilibri voce/musica alla radice, ossia spostando l’attenzione sulla vera cifra stilistica che tutti vogliono dal migliore James Blake: quella emotiva. Privilegiando la capacità di trasmettere e amplificare le emozioni, Blake ha di fatto relegato nell’ombra qualsiasi perplessità di natura strettamente tecnica/oggettiva. Semplicemente perché il momento storico è ancora quello giusto per scommettere su un rapporto artista-ascoltatore più intimo possibile, e perché nelle dinamiche che tipicamente girano oggi intorno a un disco di James Blake questioni come innovazione e rottura diventano irrilevanti. Tutto ruota intorno al rapporto privato, quasi erotico, che la musica esercita sull’ascoltatore.

È così che James Blake ha cambiato il modo di intendere la produzione cantautoriale di questo decennio. Imponendo prima un approccio di composizione che dia il massimo risalto alla componente umana, dal quale è nata un’onda di artisti impegnati a svilupparne l’eredità, e purificando poi il processo di fruizione musicale in modo da renderlo immune da distrazioni o attacchi. Ora come ora non può esserci critico, giornalista o cronista d’assalto che possa danneggiare l’immagine artistica di Blake, sia perché (per fortuna) intorno a lui non girano gossip né scandali, sia perché il problema dell’eccesso d’hype (che può sempre rovinare la resa di qualsiasi uscita discografica) è ora risolto da un accurata gestione degli annunci mediatici e sia perché non può esistere nessuna recensione che possa oggettivamente, con argomentazioni tecniche, alterare la stima che il pubblico di Blake ha per la sua musica, proprio per la sua natura squisitamente personale. È questa l’eredità che la produzione di James Blake sta lasciando a questo decennio. Eredità che ha già fatto ottenere il meglio dalla sua musica e influenzato un’intera generazione di artisti, ma il cui contributo vero, quello legato al modo di concepire la musica nella modernità, deve ancora essere sviluppato appieno. Ci vorrà ancora un po’. Il bilancio facciamolo di nuovo a fine decade. Fino ad allora, godiamoci il momento.

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