I ghost producers: chi sono, perché esistono, come dobbiamo prenderli

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Questa vogliamo raccontarvela così, secondo le sei fasi comuni della struttura narrativa classica. Come fosse il riepilogo di un percorso che riguarda uno dei dibattiti polemici più diffusi intorno alla musica elettronica degli ultimi anni. O, se volete, come fosse un film di Lars Von Trier. Uno di quei suoi lavori in cui le cose son rappresentate in maniera chiara e limpida ma ci obbligano a fare riflessioni serie a riguardo.  Seguiteci.


Antefatto

Ovvero il contesto che precede gli eventi che verranno discussi nella storia

Fino all’altroieri (diciamo cinque anni fa) ce la prendevamo coi Guetta della situazione, perché col loro approccio semplicistico avevano trasformato la musica elettronica in una produzione in serie che generava centinaia di hit da radio, tutte più o meno uguali e tutte più o meno stupide in egual misura. E ci dava fastidio che a farlo erano quelli che fino a poco tempo prima apprezzavamo per il loro talento e che per questo sembravano aver venduto l’anima al diavolo: Van Buuren, Tiësto, Bob Sinclar e così via. Questo fino all’altroieri, appunto. Oggi il fatto che l’elettronica sia roba da top-hit è un dato di fatto, e la cosa che ci dà più fastidio probabilmente è il fatto che molti di quelli che fanno i gran soldi sfruttando questo momento, ormai neanche provano più a sforzarsi: il successo arriva per inerzia. Basta continuare a far parlare di sé, sfornare un album ogni paio d’anni e le vendite resteranno sempre più o meno agli stessi livelli. È così che funziona lo showbiz, my friend, e tutti coloro che aspirano ad emergere dal sottosuolo faran bene a rassegnarsi.


Esordio

Ovvero il punto di partenza attuale, la situazione iniziale nella storia che andiamo a raccontare

In tempi più recenti, si è fatta sempre più forte la polemica sui ghost producers. O meglio, sul fatto che si sia arrivati al punto che la figura del ghost producer diventi legittima: personaggi misteriosi che stanno alle spalle delle star elettroniche che tutti conosciamo, e che sono i veri autori della loro musica. Come fosse una specie di cospirazione atta a prenderci tutti per il culo, che delinea una situazione piena di mister X che diventano famosi, famosi in modo assurdo, famosi in modo osceno, con tutti i fattori a contorno del caso, mentre in realtà i dischi non li scrivono neanche loro. E accanto a loro, in contrapposizione netta, tutte le cose meravigliose che la musica elettronica ha fatto prima di loro, mortificate di fronte a una bolla commerciale messa in piedi come un Frankenstein mediatico, con pezzetti nascosti dietro altri pezzetti, come fossero ingranaggi di un orologio a cucù. Con buona pace di chi ancora si pone il problema dell’ispirazione artistica.


Rottura

Ovvero l’evento che spezza l’equilibrio iniziale e mette in moto la vicenda di cui stiamo parlando

Eccola, in questa rocambolesca intervista pubblicata pochi giorni fa da UKF.com, la figura del ghost producer, messa a nudo come finora nessuno aveva ancora fatto. Con una schiettezza che lascia di sasso, perché dietro c’è un personaggio normale come potrebbe essere uno dei mille artisti che conosciamo e apprezziamo. Un’intervista che vi invitiamo a leggere, ma che volendo potremmo riassumervi noi così: il ghost producer è una realtà diffusissima e ben organizzata, con siti messi in piedi da privati o compagnie specializzate, che offrono un servizio richiestissimo a un prezzo ragionato. Ci ricorrono la metà di quei dj che poi ogni anno vediamo finire ai primi posti della Top-100 DJ Mag, a quanto pare. E non include il concetto di vergogna, né per chi richiede il servizio, né per chi lo offre. È qualcuno che esiste perché qualcun’altro lo richiede, tutto qua. E fa un quantitativo di soldi che oscilla grossomodo dai 10mila ai 50mila dollari a pezzo. Pezzo che finisce regolarmente sulla top ten di Beatport e delle classifiche di genere, cosa di facile previsione e su cui si basano le parcelle del mestiere.


Mutamenti

Ovvero la sequenza di peripezie che costituisce il racconto vero e proprio, scaturite dall’evento di rottura

È una lettura che fa un effetto stranissimo, senza dubbio. Riflessioni fatte con lucidità e realismo, ti piacerebbe definirle ciniche ma in fondo non te la senti più di tanto. Il personaggio intervistato presenta il suo lavoro come un nornalissimo mestiere, né più né meno. Un mestiere che offre un aiuto decisivo a quei top dj sempre in tournée, che magari non hanno più tempo per sedersi in studio e pensare alla prossima hit e che trovano provvidenziale una figura professionista che conosca alla perfezione ciò che funziona nel mercato discografico. Qualcuno che ti consegna un prodotto dal successo assicurato, che vale il prezzo pagato. Certo, parecchie cose lasciano perplessi. Come l’apparente, totale disinteresse di tale figura a veder riconosciuti i propri meriti (anzi, pare assolutamente indifferente all’eventualità che i suoi “clienti” spaccino per propri quei lavori, una tolleranza che è parte intrinseca del servizio acquistato). O come lo scoprire che tale personaggio in passato era un normale dj e successivamente ha abbandonato quel mondo perché lo trovava “una pagliacciata dove i dj fanno i clown per intrattenere il pubblico e l’unica cosa che conta è vendere biglietti“. O ancora, l’assurdo dettaglio sui clienti che inviano, oltre a un’idea-bozza iniziale, un esempio di hit di successo da prendere come modello a cui arrivare, stile stampino per biscotti, cosa che evidentemente contribuisce ad appiattire la varietà espressiva dell’elettronica commerciale.

Nel complesso, però, trattasi di un’analisi parecchio equilibrata, che fa emergere chi parla come una figura perfettamente a suo agio nel suo ruolo, che riesce ad ottenere il compenso adeguato per coprire le spese per il proprio studio e gli strumenti, con un bravo avvocato alle spalle per poter meglio gestire la questione dei diritti e la consapevolezza di aver capito così bene il funzionamento del mercato da diventare una sorta di consulente d’élite per chi fa soldi, con l’effetto collaterale di guidare i trend e i gusti di mercato. Praticamente è come stare dentro Goldman Sachs.


Ricomposizione

Ovvero il momento il cui avviene la risoluzione della vicenda in una situazione di nuovo equilibrio

C’è un punto cruciale in quell’intervista, che riesce a riportare la situazione a una prospettiva più comprensibile: il paragone con le pop star, per le quali il concetto di produttore nascosto c’è sempre stato. Qualcosa che chi vi scrive diceva già anni fa, relativamente alla musica pop e alle lamentele diffuse che sanno di vecchio. La domanda è: è proprio la stessa cosa? Beh, sì e no. “Sì” nel senso che in quegli ambienti dove la musica è un business prima ancora che una forma di produzione creativa, per realizzare un prodotto servono diverse figure specializzate (qualcuno che ci metta la faccia, qualcuno che concepisca il suono, qualcuno che sponsorizzi, qualcuno che prepari il terreno al pubblico…) e se esistono fuoriclasse che spiccano per una di quelle qualità e non per le altre… beh, si fa il collage, e coi soldi guadagnati si pagano tutti. Ma “no” nel senso che appare quantomeno inappropriato che tale aiuto lo chiedano quelli della Top100 DJ Mag, che sulla carta le skills per fare un pezzo che funziona ce le hanno e non avrebbero bisogno di aiuti esterni. A meno di non riconsiderare oggi la loro figura, non più legata al djing o alla produzione ma più vicina a quella di anchorman, che presenta il risultato finale di un lavoro che è frutto di un gruppo di professionisti che lavorano alle spalle della sua immagine.

In altre parole: più che artisti, sono testimonial di un prodotto che li identifica. E perché son passati a questo ruolo? Se lo chiedeste a loro, vi risponderebbero: perché no? Non esistono rigidi regolamenti etici qui. La formula funziona, nessuno tra loro è tanto orgoglioso da non permettere ad altri di influenzare il proprio sound, e anzi, chiedendo alle persone giuste di forgiare il proprio stile, almeno son sicuri di essere sempre resta sulla cresta dell’onda e al passo coi tempi. Da un certo punto di vista, si sta in una botte di ferro. Non si rischia. Metti caso che ti affidi alla tua ispirazione e finisci in territori che il pubblico non apprezza? Tanto rischio a che pro, se lasciando andare le cose in questo modo il mantenimento del successo commerciale resta praticamente garantito?


Epilogo

Ovvero la nuova situazione ottenuta al termine delle peripezie, normalmente diversa da quella iniziale, segno di un’avvenuta evoluzione

È un altro campionato, ok. Segue regole tutte diverse ed è bene che lo si capisca fino in fondo, in ogni sfumatura. Nel senso che scandalizzarsi ormai è ingenuo, ma è sbagliato anche ridurre la cosa a semplice normalità, dimenticandoci di come le cose dovrebbero andare secondo buonsenso (non è proprio il “buonisti = complici” salviniano, ma ci siamo capiti). La consapevolezza che dobbiamo avere è che quella categoria di produttori sta giocando a un altro gioco. Un gioco che ormai non è più nemmeno strettamente legato alla natura della composizione musicale in sé. La musica, intesa come forma d’arte, è ricerca dell’intuizione, elaborazione, comunicazione di una prospettiva, ingegno, impegno, sforzo. E continuerà a esserlo. Il business è tutta un’altra cosa. E l’importante è che chi vive la musica ancora coi giusti principi (per fortuna ne è ancora pieno il mondo, e lo sarà ancora a lungo), non abbia come modello o punto di arrivo desiderato quel tipo di successo. Perché quello che sta dietro a quel tipo di personaggi implica una serie di compromessi e mutazioni che contraddicono lo spirito genuino dell’essere artista e ti costringe a mettere nel cassetto la tua onestà intellettuale. Senza contare la perdita di carattere che inevitabilmente colpirà le proprie produzioni.

In fondo sta tutto qui: c’è la musica come attività economica e la musica come espressione artistica, entrambe dimensioni che hanno ragione di esistere, si autolegittimano e si influenzano di tanto in tanto, ma che fondamentalmente restano e resteranno sempre ben distinte. Da quelle parti si inventano mestieri bizzarri come quelli di produttori anonimi di prodotti musicali-materiali, ai quali meriti e riconoscimenti non importano. Bastano i compensi. Da quest’altra parte ci sono gli artisti veri. E le mille imprecazioni per quanto difficile sia avere un decimo del successo che quegli altri hanno in modo così facile. Ma questa, ahimé, è un’altra storia.

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