Il lessico di una lingua è l’insieme di vocaboli che bisogna conoscere per parlarla fluentemente (unitamente, s’intende, ad una buona conoscenza delle regole grammaticali, la morfologia, e della loro applicazione nel giusto ordine all’interno del discorso, la sintassi); rispetto allo strato morfologico e sintattico, però, quello lessicale è più esterno e superficiale perché viene continuamente a contatto con il mondo esterno: i lessemi, le parole che inseriamo nelle nostre conversazioni, infatti, lo descrivono e ne colgono aspetti, codificando le conoscenze che abbiamo del reale e le esperienze che facciamo in esso.
Per questo, il lessico è molto più flessibile della morfologia e della sintassi, che costituiscono invece le rigida fondamenta di una lingua, ed è in continua evoluzione, rimpolpato ogni giorno di nuove unità e suscettibile di aggiornamenti di vario genere – dall’ingresso di “prestiti” provenienti da altre lingue (ad esempio, tutti gli anglismi della sfera semantica dell’informatica entrati a far parte del lessico italiano) alla formazione di neologismi. Se il lessico di una lingua è ricco, chi lo conosce bene può frugare al suo interno e pescare le parole più pertinenti per esprimere il proprio pensiero. Potenzialmente, può dire qualsiasi cosa, tutto ed il suo contrario, perché, a chi sa impiegarlo, il linguaggio offre l’onnipotenza semantica, cioè la possibilità di comunicare qualsiasi contenuto – passato, presente o futuro, esistente o assolutamente inventato, astratto o concreto.
Per questa ragione, conoscere il linguaggio e fare buon uso delle parole è una risorsa preziosissima.
Lo stato democratico permette di essere linguisticamente precisi: i parlanti possono cogliere e distinguere sfumature concettuali vicine, vedere eccezioni, riconoscere ambiguità, formulare dissenso, proteggere memoria e identità.
Lo stato democratico garantisce un lessico ricco, permettendo a chi ne è parte di scegliere in ogni situazione le parole con cui descrivere la realtà, che diventa quindi irriducibile: fino a che è ammesso articolare i contrasti del reale, senza sacrificarne la complessità e semplificarne gli aspetti applicandovi etichette riduttive, lo stato democratico e la libertà di chi lo abita sono salvi.
Nello stato di Oceania, una delle tre superpotenze che si spartiscono il mondo distopico immaginato da Orwell in 1984, il vocabolario è stato forzatamente ridotto.
Analizzare la riflessione linguistica di Orwell è indispensabile per capire fino in fondo la profondità del suo romanzo e diventare consapevoli che, in quanto esseri umani, parlare significa avere il potere di esercitare la propria libertà.
Il dominio più profondo passa attraverso la lingua: nello stato di Oceania, gli abitanti devono parlare una versione drasticamente degenerata della lingua inglese chiamata Newspeak, che non conosce forme irregolari ed impone una rigida restrizione del lessico come conseguenza della restrizione dei pensieri ammessi. Orwell credeva che lo stato totalitario avesse storicamente impedito di formulare pensieri in modo indipendente perché l’unico mezzo per esternarli, la lingua, era strettamente sorvegliato dalla censura. Newspeak rappresenta corruzione e morte del pensiero critico e del linguaggio: se una lingua non offre un numero sufficiente di parole per descrivere la realtà, troveranno espressione solo idee semplici, banali, canoniche. E’ terribilmente chiaro ed inquietante nella descrizione di Orwell il meccanismo con cui funziona Newspeak, quindi la lingua nazionale di ogni stato totalitario: uso di slogan e formule povere e pre-impostate, eliminazione dei sinonimi, riduzione dei contrari. Un altro strumento di manipolazione è infatti il doublethink, cioè la coercizione a tenere insieme due concetti contrastanti nella stessa parola: una delle più comuni è la tautologia “La libertà è schiavitù”, oppure “L’ignoranza è libertà”, o ancora “La guerra è pace”.
Tagliare il lessico significa restringere la capacità di giudizio, e chi pensa meno obbedisce più facilmente: per questo la lingua rappresenta per Orwell il primo campo di battaglia della coscienza.
Per denunciare l’ingiustizia servono vocaboli con cui nominarla, nessi e gradazioni con cui descriverla, ecco dove colpisce la neolingua: rende impossibile articolare il contrasto, sgretola gli strumenti di cui una coscienza vigile si serve per affermarsi, così l’individuo finisce irrimediabilmente per sentire meno, capire meno, scegliere meno.
Ogni epoca, non solo la metà del secolo scorso, conosce il fascino delle parole facili e delle etichette che dividono il mondo in blocchi grossolani e prevedibili. Difendere la lingua è difendere la complessità dell’umano: discernere, esprimere un giudizio, ricordare, scegliere, amare.
