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Perché Socrate fu condannato a morte? Il processo che cambiò il mondo antico

Il processo a Socrate, non solo è uno dei più ricordati e simbolici della storia, ma è stato anche capace di influenzare l’intero pensiero occidentale, attraverso soprattutto la trasposizione filosofica di Platone.

Le fonti

Le principali fonti dell’evento, che si sarebbe consumato nel 399 a.C., provengono in linea principale da Platone e da Senofonte, in considerazione del fatto che Socrate non lasciò nulla di scritto. Pertanto, la ricostruzione del processo e delle sue cause si fonda sull’analisi delle opere filosofiche e letterarie dei discepoli di Socrate. La fonte più dettagliata è quella di Platone, l’Apologia di Socrate, che riporta i tre discorsi recitati davanti ai giudici. Si tratta della difesa iniziale di Socrate contro le accuse contestate, la controproposta dopo aver ascoltato la dichiarazione di colpevolezza ed il suo discorso finale dopo aver appreso della condanna a morte. Anche altre opere di Platone, che peraltro assistette in prima persona al processo, presentano descrizioni del contesto giudiziario che terminò con la fine dell’esistenza del suo Maestro. Nel Critone, Socrate rifiuta l’offerta dell’amico di fuggire, decidendo di obbedire alle leggi degli Ateniesi fino al sacrificio finale. Sempre Platone, nel Fedone, descrive l’ultimo giorno di Socrate, quando il filosofo si dilunga sulla memorabile discussione relativa all’immortalità dell’anima, fino al triste momento dell’esecuzione della condanna tramite l’ingestione della cicuta.

A differenza di Platone, Senofonte non era ad Atene nel periodo in cui si svolse il processo a carico di Socrate, trovandosi in Asia Minore, ma riuscì successivamente a raccogliere le testimonianze dirette di coloro che vi avevano assistito, come l’amico Ermogene. L’Apologia di Socrate elaborata da Senofonte ci offre un’interpretazione dei fatti diversa rispetto a quella platonica, enfatizzando la fierezza e l’arroganza dei toni di Socrate, caratteristiche riassunte nell’espressione “megalegoria”. Senofonte riteneva che Socrate, ormai oppresso dagli acciacchi della vecchiaia, avesse preferito la morte rispetto alla sofferenza ed all’eventuale agonia. Anche altri autori hanno fatto riferimento al celebre processo, come Aristofane nella commedia Le Nuvole, rappresentata per la prima volta nel 423 a.C. Pur andata in scena 24 anni prima rispetto al processo, viene considerata una sorta di “fonte indiretta”, in quanto lo stesso Platone, nella sua Apologia, ne fa riferimento come ad una delle cause originarie principali dei pregiudizi diffusi fra il popolo che etichettavano Socrate come uno stravagante sofista ed un corruttore dei costumi. A quelle già citate, si aggiunge l’Accusa di Socrate redatta dal sofista Policrate pochi anni dopo la sua morte, presumibilmente nel 393 a.C. Il testo originale dell’opera è andato perduto, ma ne abbiamo appreso il contenuto tramite le repliche formulate da Senofonte. Policrate attaccava con molta durezza il pensiero di Socrate, in quanto ritenuto colpevole di aver forgiato terribili tiranni come Crizia ed Alcibiade e, di conseguenza, volendo dimostrare la vera motivazione politica che aveva portato al processo. Infine, tra le fonti, si annovera anche Diogene Laerzio che nella sua Vita dei filosofi, scritta molto tempo dopo la vita di Socrate (soltanto nel III secolo d.C.), riporta comunque preziose notizie storiche, dettagli di carattere giuridico, nonché la conferma dei tre nomi di coloro che figurarono come gli accusatori ufficiali: Meleto, Anito e Licone.

I motivi dell’accusa

Socrate nacque ad Atene nel 470 o nel 469 a.C. e morì nella stessa città al termine del famosissimo processo di cui ci stiamo occupando e che si risolse con la nota e tragica scelta di eseguire la condanna, bevendo la cicuta. Come già detto, Socrate non lasciò alcun compendio scritto del proprio pensiero e le sue idee hanno attraversato i secoli soprattutto grazie alle opere di Platone, che fu uno dei suoi più illustri discepoli. I testi di Aristocle sono così intrisi del pensiero di Socrate, al punto che risulta difficile comprendere dove comincia l’evoluzione autonoma della filosofia di Platone (pseudonimo e soprannome di Platone). Socrate è considerato il fondatore dell’etica e della filosofia morale, grazie al suo principale metodo d’indagine, il dialogo che applicava di frequente nelle dissertazioni relative ai concetti morali fondamentali. A lui si attribuisce la creazione di quel tipico modo di costruire il pensiero basato sulla riflessione astratta e razionale, che influenzerà tutta la successiva filosofia greca ed occidentale. A prima vista, potrebbe sembrare paradossale il motto “so di non sapere”, che deve essere inquadrato nell’ottica di una consapevolezza di non conoscenza con parametri definitivi e che si trasforma in aspirazione costante a migliorare la propria posizione nei confronti della realtà circostante. Il vero filosofo, per Socrate, è una figura diametralmente opposta a quella del “sofista”, che pur presentandosi sapiente, si perde in voli pindarici di ordine tecnico attraverso l’arte della retorica. Secondo l’interpretazione di alcuni autori, come Taylor, Jaeger e Burnet, Socrate fu il primo filosofo occidentale ad evidenziare il carattere individuale dell’anima umana. Nonostante che la tradizione pitagorica ed orfica avessero già tratteggiato alcune caratteristiche spirituali dell’anima, Socrate ne arricchì il significato, comprendendo valori di natura antropologica ed etica, nonché facendola coincidere con l’io, cioè con la coscienza pensante di ciascuno. Pare che Socrate si sia confrontato con i due grandi filosofi della scuola di Elea, Parmenide e Zenone, anche se la veridicità di un eventuale incontro non risulta attestata.

Se si vuole comprendere meglio il pensiero di Socrate, è forse opportuno partire da dove la sua storia terrena finisce, ossia dalla sua morte. Socrate fu condannato a morte: giustiziato in nome della legge di Atene, dopo un processo svoltosi con i crismi legali. L’importanza della giustizia nel pensiero socratico è di assoluta centralità: si tratta di una giustizia umana e non di una giustizia divina. Per questo siamo forse portati ad interrogarci su due fondamentali aspetti, se cioè i cittadini furono realmente ingiusti nell’emanazione della sentenza di condanna nei suoi confronti e quale sia il vero significato di “giustizia” nel pensiero socratico. Tentare di rispondere a questi due quesiti non è semplice e per farlo dobbiamo tornare alla celebre ammissione “so di non sapere”, che si presenta come un paradosso, in quanto costituisce da un lato il riconoscimento della propria ignoranza e dall’altro una genuina manifestazione di conoscenza. Districata, quindi, la contraddizione tra quanto afferma l’oracolo di Delfi (sei il più sapiente degli uomini) e la consapevolezza della propria ignoranza, Socrate sente di avere un impegno morale nei confronti dei propri concittadini. Di conseguenza non si risparmia al fine di dimostrare l’irrazionalità di fondo dell’ordine sociale e politico costituito, sollevando un “velo”, che anche ai giorni nostri è difficile togliere, dalle consuetudini a cui purtroppo siamo abituati senza spirito critico. Con queste premesse, allora, solo in apparenza non si riesce a comprendere la formale e principale accusa mossa a Socrate, quella cioè di corruzione. Intendiamoci bene: il concetto di “corruzione” nelle civiltà antiche non corrispondeva affatto alla fattispecie penalistica dell’omonimo reato dell’epoca moderna. All’accusa di generica “corruzione”, seguì nei confronti del filosofo quella più specifica di “corruzione giovanile”, una sorta di reato di pericolo che intendeva punire l’eventuale propagazione delle idee del Maestro che, con la sua maieutica, stava esercitando una forte influenza sui discepoli. Il grande ascendente che esercitava sui giovani fu proprio una delle cause della rovina della sua reputazione. L’ultimo capo di accusa, che può suonare strano nell’ambito della civiltà ellenica, caratterizzata da una cultura religiosa così politeista, pluralista e perfino possibilista, contestò a Socrate il fatto “di essere fedele ad altri dèi”. Dall’analisi diretta delle fonti, emerge che il filosofo non aveva mai affermato di non credere agli dèi, ma di essere mosso da un daimon interiore, personificato in una specie di essere a metà strada tra gli dèi e gli uomini. E’ ragionevole pensare che un’immagine così fuori dagli schemi tradizionali, potesse spaventare la classe politica ateniese, che temeva una deriva troppo spiritualista ed individualista.

Socrate fu dunque accusato di non credere nell’autorità costituita, nonché nell’ordine sociale e politico rispettato da tutti. Come si comportò, a questo punto, il filosofo? Egli cercò di ribaltare ogni accusa, rendendone ridicole le motivazioni, ma non provò mai a rinnegare il proprio operato ed, in particolare, l’aver messo in discussione le diuturne consuetudini su cui si poggiava l’ordinamento della sua città. Gli Ateniesi, pur intravedendo la solidità delle argomentazioni sviscerate da Socrate, non poterono giustificare la revoca della condanna, perché ciò avrebbe significato tacciare di insensatezza l’esistenza da loro condotta fino a quel momento. Socrate, pertanto, definito “corrotto”, soltanto perché si pose al di fuori delle regole di Atene, scelse di essere coerente fino in fondo e si sottopose all’esecuzione della condanna, rifiutando la possibilità dell’esilio o della fuga. La “corruzione” di cui fu accusato Socrate assunse la valenza di un atteggiamento anticonformista, di rottura con la cieca obbedienza del passato, insegnando a tutti coloro che lo seguivano ad adoperare il raziocinio e a non accettare la morale comune solo per il fatto che tutti si adeguavano ad essa.

Il temperamento di Socrate giocò un ruolo importante nel corso del processo. La sua indole era sanguigna, ironica e provocatoria, come si può apprendere dalle fonti arrivate fino ai nostri giorni. Si divertiva a fingere ammirazione verso i suoi interlocutori, per poi distruggere le loro convinzioni con argute domane. Questo atteggiamento suscitò il disprezzo e l’avversione di tanti suoi concittadini. Era famoso anche per la sua ironia, come quando gli chiesero se fosse meglio sposarsi o restare celibi. La sua risposta fu: “Qualunque cosa farai, te ne pentirai”. Il suo rapporto con i discepoli destava stupore e suscitava invidia. Si trattava di un rapporto molto confidenziale, non basato sull’autorità ma sull’autorevolezza e sulla ricerca comune. Socrate, prendendo ad esempio la professione di sua madre Fenarete, applicava all’insegnamento l’arte della levatrice, la maieutica, per aiutare i discepoli “a partorire” la verità.

Il processo

Per cercare di delineare le varie fasi del procedimento giudiziario a carico di Socrate, l’opera più attendibile è senza dubbio l’Apologia elaborata da Platone. All’inizio del IV sec. a.C., nel 399, ad Atene fu restaurata la democrazia dopo la parentesi del governo dei Trenta Tiranni. L’accusa a carico di Socrate venne formalizzata da tre democratici, già menzionati in precedenza: Meleto, Anito e Licone.

Il testo di Platone si apre con la prima difesa di Socrate, svoltasi probabilmente dopo il discorso accusatorio pronunciato da Meleto, ricordato come un poeta dalle qualità molto scarse, ma come il più accanito tra gli accusatori del filosofo. Gli altri due svolgevano differenti professioni: Anito era un ricco mercante nel campo del cuoio, datosi poi all’agone politico dalla parte democratica; Licone era un oratore e sapeva trascinare le folle. In questa prima fase, Socrate si dice stupito dalla facondia degli accusatori, affermando di dubitare perfino della propria innocenza. Si tratta di una strategia che, al tempo stesso, ricorre ad una forma di captatio benevolentiae intrisa di ironia, per poi lanciarsi in una violentissima contro-accusa. Ricordando agli astanti la sua buona fede, promette di dire solo la verità, esaltando le proprie straordinarie qualità e lanciandosi in una dura critica contro i sofisti, tra i quali annovera il suo più acerrimo accusatore, Meleto. A seguire, Socrate ritorna alle cosiddette “accuse antiche”, quelle cioè diffuse dalla rappresentazione delle “Nuvole di Aristofane”, opera nella quale il filosofo ateniese viene descritto come “uomo sapiente, che specula sulle cose celesti, che investiga i segreti di sotterra, che le ragioni deboli fa apparire più forti e questo va insegnando”. Socrate è consapevole che non può citare in giudizio tutti coloro che hanno messo in giro queste voci e per contestare tali opinioni ricorre al dialogo con interlocutori immaginari, guardandosi bene dall’adottare gli stessi metodi dei sofisti che invece, a suo dire, si intrufolavano in dispute costruite sulla retorica astratta. L’accusato vuole dimostrare di non aver mai insegnato sulle cose celesti, ripetendo la sua consapevole ignoranza e lanciandosi in un ulteriore attacco contro i maestri sofisti che chiedevano compensi per le loro lezioni molto spesso campate in aria. Per Socrate, i sofisti non possiedono alcuna sapienza, altrimenti comprenderebbero come sia disdicevole farsi pagare per dispensare preziosi suggerimenti agli altri, A questo punto Socrate ritiene che le accuse gli siano state contestate proprio perché lui possiede una tipologia di sapienza nuova, definita “anthropine sophia” (sapienza umana). Cita poi il ben noto interrogativo che il suo amico pose all’oracolo di Delfi, se cioè vi fosse qualcuno più sapiente di Socrate. La risposta era stata negativa. Da qui era nato il dilemma tra quanto affermato dal dio, che non poteva mentire, e la consapevolezza del filosofo in merito alla propria ignoranza. Davanti a questa contraddizione, Socrate si era rivolto prima ai politici, poi ai poeti ed infine agli artigiani. Aveva scoperto che i primi non sapevano nulla di ciò che dicevano, che i secondi non avevano contezza di ciò che cantavano nei componimenti e che i terzi conoscevano solo le tecniche per svolgere alcuni mestieri, ma non la sapienza. Questa particolare ricerca gli aveva provocato numerose inimicizie fra tutti i cittadini di Atene. Con riferimento “alle accuse antiche”, Socrate conclude che la sapienza è puramente divina ed l’essere umano non può ottenerla. Egli stesso appare come il più sapiente degli uomini perché è il solo essere umano a sapere di non sapere, a differenza degli altri. Meleto, Anito e Licone, pertanto, non sono altro che i rappresentanti delle categorie di Ateniesi: filosofi, poeti e artigiani, sconfitti durante la ricerca socratica della verità che, costruendo le accuse a suo carico, hanno una matta voglia di rivalsa.

Socrate poi sposta l’attenzione sulle “accuse recenti”: egli è considerato colpevole di corrompere i giovani e di non riconoscere gli dei tradizionali, affidandosi ad altre imprecisate divinità. A Socrate bastano poche parole per dimostrare come le accuse siano infondate e strumentali, in quanto i suoi detrattori poco o niente sanno dell’educazione dei giovani, a cui in realtà hanno sempre dedicato poca cura. Meleto è costretto ad ammettere che le persone impiegano il loro tempo solo con chi ha influenze benefiche: di conseguenza o Socrate non ha compiuto mai niente di male, o lo ha fatto in maniera inconsapevole. Secondo la legislazione ateniese dell’epoca chi commetteva azioni negative senza saperlo, non doveva essere punito ma istruito. E’ evidente che si trattava di un embrionale principio soggettivo del diritto. In merito alla propria posizione religiosa, ed in particolare alla figura del daimon, incalzato da Meleto, il filosofo dimostra come sia impossibile non credere agli dèi ma professarne alcuni. Il suo accusatore perciò sta cadendo in un’inevitabile spirale contraddittoria.

Alla fine della sua difesa, Socrate conclude affermando che, se sarà condannato, la causa andrà ricercata soprattutto nelle antiche accuse. Ma aggiunge che l’eventuale condanna non lo colpirebbe nel profondo, poichè l’unica sua aspirazione è quella di vivere nel giusto, non temendo la morte. L’eventuale timore della morte rappresenterebbe un’aperta contraddizione della massima “so di non sapere”: per Socrate, infatti, si può temere solo ciò che si conosce come un male e, nella sua visione, è male solo vivere nell’ingiustizia. Nel prosieguo della difesa, Socrate sostiene che il suo daimon gli impedisce di vivere ingiustamente, anche se ciò gli può costare la vita. Per dimostrare la propria coerenza, ricorda due episodi fondamentali della sua vita pubblica: il voto contrario al processo a carico dei comandanti che non raccolsero i naufraghi dopo la battaglia delle Arginuse; il rifiuto opposto ai Trenta Tiranni di uccidere Leonte di Salamina. Il processo si conclude con la votazione finale. Dei 500 votanti, 280 scelgono il verdetto di colpevolezza, mentre gli altri 220 si schierano dalla parte del filosofo. Se il processo si fosse concluso in parità, con 250 voti a favore e 250 voti contrari, secondo la legge ateniese di quel periodo, Socrate non avrebbe dovuto scontare alcuna pena. Gli amici tentarono di salvarlo, proponendogli di scappare forse con la connivenza anche di qualcuno che aveva votato contro solo per motivi di opportunità politica. Socrate, tuttavia, replicò con le seguenti celebri parole: “non voglio scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve”.

Per quanto riguarda la proposta di pena, la legge ateniese prevedeva che sia l’accusatore che l’accusato dovessero proporre una tipologia di pena, da sottoporre poi ai voti degli aventi diritto. In maniera provocatoria, Socrate propone di essere mantenuto a spese dello stato nel pritaneo, un luogo dove potevano dimorare soltanto le personalità più ragguardevoli della capitale dell’Attica. Nel contempo esclude le altre opzioni, ossia il carcere o l’esilio, considerando tali modalità di esecuzione della pena poco onorevoli. A questo punto, aggiunge un’ulteriore provocazione, proponendo di pagare una somma irrisoria di una mina d’argento che riesce ad elevare a trenta, grazie all’aiuto degli amici. Dopo le proposte di Socrate, i giudici ateniesi, indispettiti principalmente dalla proposta riguardante il pritaneo, devono decidere se accettare la pena proposta o condannare a morte il filosofo. Del verdetto finale ci offre più dettagli la testimonianza di Diogene Laerzio, secondo la quale si arrivò alla determinazione della pena con uno scarto maggiore rispetto alla condanna: vi furono 360 voti contro 140. Nel suo ultimo intervento, Socrate fa presente ai giudici avversi di come sarà impietoso nei loro confronti il giudizio della storia e come la sua morte sarebbe stata considerata il martirio di un sapiente, anche se sapiente lui non si era mai proclamato. Alla fine, conclude che la morte non gli avrebbe arrecato alcun male, perché si sarebbe addormentato in un piacevole sonno per ritrovarsi nell’Ade in compagnia dei più grandi eroi dell’antichità, esortando gli Ateniesi ad interrogare e ad istruire i propri figli come avrebbe fatto lui, per avvicinarli sempre di più alla virtù.

Avviandoci alla conclusione, viene spontaneo chiedersi cosa sia accaduto realmente ad Atene, per far si che un uomo di circa 70 anni, che nel corso della vita aveva solo diffuso le sue idee, diventasse così inviso ai suoi cittadini? E’ lecito supporre che la vera causa sia da ricercare nel contesto politico, altrimenti in una città così democratica e che poteva vantare le scuole di retorica più acclamate del mondo antico, avrebbe prevalso la libertà di pensiero e di parola. Alcuni critici hanno evidenziato che il vero motivo di agitazione degli Ateniesi fosse l’odio atavico per la città rivale Sparta. Bastava solo che vi fosse il sospetto di un tradimento che gli Ateniesi dimenticassero i buoni propositi della tolleranza e della libertà. Le oligarchie che si erano impadronite del potere erano per lo più dominate da giovani, in contatto con la cultura spartana, di cui alcuni avevano ricevuto l’indottrinamento socratico. Sotto questo profilo, è probabile che i giudici di Atene abbiano individuato un capro espiatorio per formulare una sentenza esemplare, che rappresentasse una solida deterrenza nei confronti di ritorni di fiamma dittatoriali. Al contesto generale, si assomma il comportamento processuale di Socrate ironico e poco collaborativo, indulgendo in ripetuti atteggiamenti di scherno e di sfida ai giurati. Si è discusso anche sull’effettivo rispetto delle regole formali nel corso del procedimento giudiziario a carico di Socrate. E’ probabile che i giudici avessero deciso di discostarsi dal rigido formalismo giuridico, allo scopo di esercitare un controllo sulla libertà di insegnamento e per evitare che si moltiplicassero scuole di pensiero antidemocratiche. Ed, infine, non si può trascurare un’altra importante considerazione: all’epoca la fuga dei condannati a morte era generalmente tollerata anche dalle autorità che avrebbero dovuto vigilare sull’esecuzione della pena. Nel caso specifico di Socrate ciò corrisponde a quanto emerge dalle fonti, che cioè gli amici del filosofo stavano già pianificando la sua fuga. Gli Ateniesi avrebbero così ottenuto in maniera indolore l’allontanamento di Socrate dalla patria che avrebbe potuto condurre gli ultimi anni della sua vita altrove.

Nell’epilogo della sua vita, si arriva al “giallo” delle ultime parole pronunciate dal filosofo: “O Critone, non siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene”. Questa oscura proposizione ha suscitato le più svariate interpretazioni. Escludendo la semplicistica opzione che siano state le semplici parole pronunciate in preda al delirio, tra le diverse opzioni preferiamo credere che Socrate abbia voluto far riferimento al gallo, così come descritto nella mitologia greca, quale simbolo apotropaico capace di tenere lontani gli influssi del male anche dopo la morte terrena.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts