Uno studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università Sapienza in collaborazione con una struttura ospedaliera privata di Roma ha mostrato con un esperimento che è possibile rilevare – attraverso una risonanza magnetica funzionale – il coinvolgimento di alcune aree del cervello nel momento in cui si dicono menzogne o si prendono decisioni disoneste.
E’ emerso infatti che queste sono “associate a un aumento dell’attività in un circuito cortico-sottocorticale che include il cingolato anteriore bilaterale (ACC), l’insula anteriore (AI), il dorsolaterale prefrontale sinistro, l’area motoria supplementare e il nucleo caudato destro”. Il gruppo di ricerca ha osservato inoltre che la tendenza a mentire a vantaggio di sé stessi si manifesta, naturalmente, quando si ha (o si pensa di avere) la certezza che la bugia non possa essere scoperta (caso di reputazione non a rischio), mentre “le bugie egoistiche durante la condizione di reputazione a rischio erano collegate all’aumento di connettività tra la corteccia cingolata anteriore bilaterale e l’insula anteriore sinistra, due regioni cerebrali che sono fortemente implicate nell’elaborazione emotiva e nel controllo cognitivo”.
Particolarmente interessante è l’esito, rivelato dalle neuroimmagini, del comportamento cerebrale degli individui più manipolativi: essi “mostrano un coinvolgimento minore del cingolato anteriore durante le menzogne a proprio vantaggio, ma un coinvolgimento maggiore durante la verità a vantaggio degli altri. Questo evidenzia la necessità di un controllo cognitivo solo quando la decisione contrasta con i propri scopi, in questo caso quello di manipolare gli altri a proprio vantaggio”.
Oggi le neuroscienze cognitive si occupano anche di studiare l’attività cerebrale di individui che mettono in atto determinati comportamenti, in questo caso focalizzando l’attenzione sui centri neurali responsabili di quello menzognero. Lo psicologo Igor Vitale ha scritto che l’assunzione alla base di questi studi cerebrali è che mentire, rispetto ad essere sinceri, comporti processi mentali qualitativamente e/o quantitativamente diversi.
Fabbricare una bugia implica, oltre alla necessità di costruire uno scenario alternativo verosimile, sufficientemente solido da risultare credibile, anche quella di ripetere fedelmente l’attività ogni volta che si presenta l’occasione. Questa “coerenza” necessaria ad ogni mentitore ha un costo cognitivo altissimo, decisamente più alto di quello richiesto normalmente alle aree cerebrali coinvolte, e che appare dunque ben visibile alle tecniche neuroscientifiche che indagano il cervello di un mentitore.
Un dato preoccupante messo in luce da recenti studi è quello che attesta che meno l’amigdala reagisce alle risposte emotive negative (come paura o sensi di colpa) più diventa biologicamente facile per l’individuo mentire: possiamo immaginare che l’amigdala impari a tollerare una colpa, per esempio, e, assuefatta, renda la menzogna un’abitudine psicologica.
In ogni caso, l’atto di sopprimere la risposta “primaria”, quella che afferma il vero, e orchestrare quella che afferma il falso, corrisponde sempre ad un sovraccarico alla lunga molto difficile da gestire perché il cervello dovrebbe verificare con attenzione ogni ricordo del proprio archivio prima di esporlo. A quel punto, estinta la spontaneità, l’individuo smetterebbe di agire ed inizierebbe a reagire, allestendo appositamente per altri scenari di vita che non gli appartengono e in cui lui stesso finirebbe per diventare un personaggio qualsiasi. Ma quando la maschera del personaggio s’infila bene e troppo a lungo, il volto dell’uomo si atrofizza: fuor di metafora, la dissociazione del sé dalle proprie azioni frammenta l’identità dell’individuo e lo isola fino all’alienazione. La bugia sorge il più delle volte come strumento sociale e protettivo, ma quando diventa sistematica non inganna più gli altri, sgretola se stessi, imponendo un baratto drammatico: la conquista dell’obiettivo in cambio della rinuncia alla propria integrità. La sovrapposizione continua di narrazioni diverse conduce infatti alla dissonanza cognitiva estrema: non sapere più a che cosa si crede davvero.
Se è vero che anche la letteratura è menzogna, «è una menzogna che dice la verità».
Autori tra cui Pirandello con Mattia Pascal, Shakespeare con Iago, Fitzgerald con Jay Gatsby, hanno prodotto straordinarie invenzioni, ma sotto la superficie di questa menzogna che è la letteratura, hanno smascherato ogni inganno, mostrando la miseria che in verità accompagna la vita di questi personaggi, fittizi ma quanto mai veri: Mattia anela alla libertà, alla fuga dalla propria miserabile vita, alla speranza di un futuro migliore ma alla fine, dopo aver rinunciato anche a chiamarsi col proprio nome, è condannato all’invisibilità; Iago nell’Otello trae un godimento quasi estetico nel vedere come riesce a manipolare Otello e non solo, sfruttando le potenzialità della parola per distruggere la virtù altrui, ma alla fine crolla sotto il peso delle sue stesse bugie ed uccide la moglie, Emilia, davanti a tutti, condannando se stesso ad una morte lenta e tormentata; Jay edifica un’intera esistenza su un passato che non ha nulla che lo riguardi, non le origini da una famiglia facoltosa di San Francisco, non l’università ad Oxford, non i viaggi in Europa alla ricerca di rubini e grossa selvaggina, e lo fa solo per amore della ricca Daisy – Fitzgerald stesso, che proiettò tutte le proprie ossessioni nel personaggio di Jay, cercò di colmare il divario sociale che lo separava dalla donna amata, Zelda Sayre, vivendo in una messinscena di stratosferiche feste che non poteva permettersi, indebitandosi, scrivendo racconti commerciali a ritmo serrato per continuare a pagare quel tenore di vita. Ma alla fine, Gatsby viene ucciso e al suo funerale non va nessuno, mentre le sue feste avevano radunato migliaia di persone, e Fitzgerald si abbandona all’alcool e muore prematuramente a 44 anni.
In ciascuno di questi casi, la paura del rifiuto e della vulnerabilità conduce all’auto-cancellazione, prima di una piccola parte di sé, quella da nascondere, poi di intere porzioni di vita e infine della propria identità.
Le neuroscienze contemporanee e i classici della letteratura giungono così alla medesima sconcertante verità: mentire non è un atto gratuito, ma un debito contratto con la propria coscienza e faticosissimo da estinguere. L’assuefazione al falso spegne la naturale reattività del corpo e trasforma la difesa in prigione. Alla fine, la sincerità si rivela molto più di una scelta morale, è la condizione biologica per non diventare fantasmi della propria vita, è un atto di coraggio. Come ha scritto Pirandello, infatti, “Nulla è più complicato della sincerità”.
