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Eppur si muove: Il processo a Galileo Galilei

Il processo a cui fu sottoposto Galileo Galilei nel diciassettesimo secolo è senza dubbio uno dei più famosi della storia moderna. Come è ben noto, lo scienziato toscano era un sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti, che si contrapponeva alla teoria geocentrica, a cui era ancora legata la Chiesa Cattolica, in continuità con il modello del cosmo di matrice aristotelica.

Per capire meglio le motivazioni che portarono al processo a carico di Galileo, è opportuno fare qualche riferimento alla teoria eliocentrica, così come sviluppatasi già nell’antichità. Tra i primi sostenitori accertati, si annovera l’astronomo greco Aristarco di Samo nel III secolo a.C. L’ipotesi eliocentrica, tuttavia, non fu inserita in una delle più grandi opere scientifiche dell’età alessandrina, l’Almagesto,elaborato da Claudio Tolomeo che preferì aderire alla consolidata teoria geocentrica. Fu proprio il grande successo riscosso dall’Almagesto una delle cause che spinsero gli studiosi dell’epoca a non approfondire ulteriormente la teoria eliocentrica. L’intero periodo storico medievale fu caratterizzato da un’egemonia quasi dogmatica della cosmologia aristotelica, accettata e favorita dalla Chiesa Cattolica, soprattutto nella configurazione declinata dalla Scolastica. Soltanto nel Cinquecento, secolo di importantissime scoperte geografiche, la teoria eliocentrica riemerse nell’elaborazione del polacco Niccolò Copernico e successivamente fu meglio esplicitata dal tedesco Giovanni Keplero, vissuto nella stessa epoca di Galileo. E’ necessario precisare che, nonostante le geniali intuizioni degli scienziati in precedenza menzionati, si arrivò alla formulazione di un preciso modello fisico eliocentrico soltanto alla fine del diciassettesimo secolo, quando il grande Isaac Newton presentò le sue analisi sulla gravitazione. A ciò si aggiunge che la prima prova sperimentale del moto di rivoluzione terrestre intorno al sole, seppure in maniera embrionale ed indiretta, si ebbe nel 1719 quando l’astronomo inglese James Bradley scoprì il fenomeno dell’aberrazione della luce. Ma siamo sicuri che possiamo discutere di “eliocentrismo” solo a partire da Aristarco di Samo”?

Leggendo alcuni scritti antichi, qualche dubbio ci sorge spontaneo, anche se magari non si può parlare di eliocentrismo basato su solide basi scientifiche. Nell’antica civiltà egizia, non possiamo di certo fare riferimento ad un’ipotesi di “eliocentrismo” come modello matematico formalmente codificato, ma la visione religiosa e teologica, ideale ed idealizzante, tendeva a porre il sole al centro dell’ordine cosmico conosciuto. I sacerdoti egizi erano acuti ed intelligenti osservatori dei fenomeni celesti, conoscendo con straordinaria precisione il succedersi delle stagioni, l’anno solare ed anche i cicli cosmici più complessi, come la precessione degli equinozi. Non si escludono ipotesi che gli Egizi potessero avere conoscenze ancora più avanzate sui movimenti planetari, tramandate alle generazioni successive come segreti iniziatici oppure come racconti mitologici. Per gli Egizi, infatti, il sole (Ra) costituiva la divinità suprema ed il movimento del principale astro del nostro sistema era immaginato come il viaggio quotidiano della barca celeste attraverso il cielo e, quando non era visibile, attraverso un percorso sotterraneo.

Dal brevissimo excursus storico proposto, si evince come all’epoca di Galileo Galilei non fosse possibile mettere in discussione la teoria geocentrica con valide dimostrazioni empiriche. Prima di formulare la sua teoria eliocentrica, Galileo cominciò con il contestare alcuni principi generali della filosofia aristotelica, ricollegandosi ad alcune intuizioni di pensatori precedenti, come le ipotesi di Archimede sul moto dei gravi. Come la storia ci insegna, la Chiesa ha sempre mostrato evidenti difficoltà nell’ammettere la validità di nuove teorie scientifiche che potessero in qualche modo contrastare il dato testuale dei libri biblici. A suffragare l’idea geocentrica ci sarebbero tre riferimenti espliciti nell’Antico Testamento. Nel libro di Giosuè, l’omonimo patriarca avrebbe così gridato: “Sole, fermati in Gabaon, e tu, luna, nella valle di Aialon”. La narrazione si riferisce all’arresto del sole e della luna nel cielo, allo scopo di consentire una maggiore durata del giorno per vincere la battaglia. Nel libro dei Salmi, si legge che: “Dio ha fissato la terra su solide basi, nulla ormai potrà smuoverla nel tempo”. E nel libro del Qohelet, conosciuto anche con il nome di Ecclesiaste, è scritto: “Il sole sorge e il sole tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorge”. Nell’epoca di Galileo non esisteva la “teoria dei generi letterari” e, purtroppo, i testi biblici venivano interpretati in maniera letterale. Al giorno d’oggi, e non potrebbe essere diversamente, gli esegeti ed anche la teologia ufficiale, a partire dal Concilio Vaticano II, attribuiscono ai libri biblici un linguaggio simbolico, descrittivo e visivo, con scopi solo di carattere religioso e simbolico, senza alcuna pretesa di voler delineare una struttura cosmologica o naturale.

Nel Seicento, due ordini monastici, in particolare, si occupavano di tutelare le posizioni teologiche e scientifiche della Chiesa di Roma: l’ordine dei Gesuiti e quello dei Domenicani. I teologi del primo ordine citato, al quale appartenevano numerosi fisici e matematici, all’inizio si mostrarono possibilisti nei confronti delle nuove scoperte astronomiche, mentre i teorici del secondo, strenuamente fedeli alla dottrina di Tommaso d’Aquino, si mostrarono scettici alla diffusione di ogni novità, diventando i più accaniti oppositori delle idee di Galileo ed esponendone pubblicamente la pericolosità. Con il tempo, le fazioni si rovesciarono e, nel 1633, furono proprio i Gesuiti a denunciare la probità del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, cercando di tirare dalla loro parte anche i Domenicani che invece avevano espresso il nulla osta per la pubblicazione dell’opera.

Gli antefatti

Cercando di fare chiarezza sulle vicende che portarono al processo, conviene partire dalla denuncia del frate domenicano Tommaso Caccini, seguita ad una fase piuttosto concitata di scontri verbali, intrighi ed incroci di interessi personali. Il 20 marzo del 1615, nel palazzo del Santo Uffizio a Roma, il Caccini formalizzò la propria denuncia nei confronti di Galilei, alla presenza di sette cardinali, tra cui il Bellarmino, protagonista anche del drammatico epilogo dell’esistenza di Giordano Bruno. Alla sua denuncia messa per iscritto, allegò anche la copia di una lettera che lo scienziato aveva inviato a Benedetti Castelli, sostenendo l’indipendenza della ricerca scientifica rispetto alle questioni teologiche e morali. In più, il Caccini raccontò che Galilei ed i suoi allievi formavano l’Accademia dei lincei, tessendo relazioni internazionali in particolare con la Germania, Paese che la Chiesa non vedeva di buon occhio, per la deriva protestante risalente ad un secolo prima e per la quale la Controriforma non aveva trovato alcun rimedio, se non inasprire i controlli della “Santa Inquisizione”. Galilei decise allora di recarsi a Roma per difendersi, dimostrando l’esistenza di due fazioni opposte all’interno della Chiesa e cercando anche di servirsene per uscire indenne da qualsiasi contestazione: i Gesuiti da un lato, tra cui militava anche il Bellarmino, favorevoli al progresso scientifico ed i Domenicani, oltranzisti seguaci della Scolastica. I personaggi di questa nuova vicenda giuridico-religiosa conoscevano tutti la dolorosa condanna al rogo di Giordano Bruno del 1600 e, pertanto, avevano ben presente che accogliere le novità introdotte da Galileo, come il Sidereus Nuncius, poteva equivalere ad abbracciare le idee democritee di Bruno in merito alla pluralità dei mondi, segnando la fine definitiva della cosmologia aristotelica. La situazione si complicò con l’intervento del carmelitano calabrese Paolo Antonio Foscarini che scrisse la Lettera sopra l’opinione dei Pitagorici e del Copernico, alla quale il Bellarmino replicò con un’altra epistola rimasta famosa, nella quale si rimarcava la pericolosità della teoria eliocentrica se sostenuta con certezza e non esposta in maniera dubitativa e possibilista.

Nella capitale dello Stato Pontificio, Galilei si presentò il 5 dicembre del 1615 con una lettera di accompagnamento di Cosimo II dè Medici, che in buona sostanza indicava le accuse come fandonie inventate dagli “emuli” dello scienziato. Gli interrogatori durarono per tutto il mese di gennaio del 1616. Il 24 febbraio, i teologi incaricati dal Sant’Uffizio procedettero all’analisi delle due principali conclusioni ipotizzate nel De Revolutionibus di Copernico. Come era prevedibile, scattò immediatamente la censura delle teorie copernicane. L’idea che la terra ruotasse intorno al sole fu definita “stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica”. Il 25 febbraio papa Paolo V ordinò al cardinale Bellarmino di procedere ad un’ammonizione di Galileo, in presenza di un Padre commissario. L’ammonizione doveva indurre lo scienziato ad abbandonare le idee copernicane, impegnandosi nel contempo a non divulgarle, insegnarle e nemmeno trattarle. La pena prevista, nel caso non avesse adempiuto al divieto imposto, sarebbe stato il carcere. Il successivo 3 marzo, davanti alla Congregazione del Sant’Uffizio, il Bellarmino lesse la relazione dell’indagine, concludendo che Galileo si era impegnato ad abbandonare le teorie copernicane. Nello stesso tempo si stabiliva di sospendere la pubblicazione del De Revolutionibus di Copernico e dell’In Job di Didaco Stunica, fino al momento in cui una commissione nominata ad hoc non ne avesse censurati i passi sospetti. Si diffuse rapidamente la notizia che l’ammonizione del Bellarmino implicasse una vera e propria abiura della propria dottrina da parte di Galileo.

Negli anni successivi, Galilei in considerazione della situazione molto delicata in cui era stato coinvolto, evitò di farsi coinvolgere in altre dispute astronomiche e teologiche. Nel 1619, però, insieme al suo discepolo Mario Guiducci, con il Discorso sulla cometa, non si avvalse direttamente delle teorie copernicane, ma contestò la teoria ticoniana del Grassi, ironizzando su alcune immagini cosmologiche aristoteliche. A seguito, poi, della pubblicazione da parte del Grassi, “Libra astronomica ac philosophica”, Galilei ritornò in auge con il suo testo “Il Saggiatore”, in cui sosteneva che i fenomeni si potevano interpretare solo con lo strumento matematico, e non con una vaga “autorità di scrittori”. Lo scienziato aveva ritrovato fiducia, potendo contare sull’appoggio del nuovo papa Urbano VIII, di cui si considerava amico e che aveva preso le sue difese quando aveva pubblicato il controverso “De natantibus”. Il papa rimase colpito dal “Saggiatore”, al punto da esortare Galilei ad elaborare un’opera che descrivesse le diverse teorie astronomiche, compresa quella copernicana, evitando di fare riferimento al fenomeno delle maree. Al termine di circa sei anni di lavoro, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, fu completato nel 1630. L’opera fu pubblicata il 21 febbraio 1632, dopo un lungo procedimento burocratico, a partire dall’autorizzazione concessa dall’Inquisitore di Firenze, Clemente Egidi, fino ad arrivare alla revisione del manoscritto a cura del domenicano Giacinto Stefani, che aggiunse la condizione di descrivere la teoria copernicana solo “ex suppositione”. Pur contestando la scienza aristotelica, Galilei sottolineava la grandissima portata del pensiero dello Stagirita, che era arrivato a determinate conclusioni con le poche conoscenze della fisica del suo tempo. Nel Dialogo si ribadiva come la matematica rappresentasse una verità assoluta e necessaria, il mezzo con il quale Dio avesse creato l’universo. L’opera ebbe un successo immediato, come dimostrano le fonti pervenute fino ai nostri giorni, ma il pericolo della reazione da parte della Chiesa di Roma era tutt’altro che sopito. Già il 25 luglio del 1632 il Maestro del Sacro Palazzo Nicola Riccardiscrisse al già citato Inquisitore di Firenze della volontà del papa di impedire la diffusione del libro. La possibile decisione di un definitivo divieto di divulgazione dell’opera misero in allarme l’ambasciatore di Firenze, Francesco Niccolini, che informò della precaria situazione, con una lettera vergata l’11 settembre, Andrea Cioli, il segretario del granduca Ferdinando II. Da quel momento la posizione di Galilei sembrò precipitare fino alla formalizzazione delle accuse a carico dello scienziato toscano.

Il processo

Come abbiamo detto in precedenza per arrivare alla pubblicazione dell’opera contestata, Galilei aveva dovuto affrontare un lungo e tortuoso procedimento burocratico. Va da sé che la responsabilità della diffusione del testo doveva ricadere sui censori ecclesiastici che, nella varie fasi, avevano contribuito a concedere l’imprimatur. Si suppone, inoltre, che Urbano VIII, dapprima favorevole alla ricerca scientifica di Galilei, ad un certo punto abbia cambiato posizione anche per motivi di risentimento individuale. Al quadro già complesso dei rapporti interpersonali fra i vari protagonisti della vicenda, si somma un panorama politico fluido e confuso. Urbano VIII, che era salito sul trono di Pietro soprattutto grazie all’appoggio dei cardinali filo-francesi, stava promuovendo una politica estera apertamente a favore della Francia e, di conseguenza, contro gli interessi dell’Impero e della Spagna. Proprio quest’ultimo Paese, durante il concistoro svoltosi nel marzo del 1632, aveva contestato al papa una posizione troppo morbida nei confronti dei fautori di dottrine eretiche. Per allontanare queste accuse, il 5 settembre dello stesso anno Urbano VIII si mostrò inflessibile con l’ambasciatore fiorentino Niccolini, come da lui stesso raccontato. Neanche un mese dopo, il 28 settembre, il sant’Uffizio emise una formale citazione di comparizione di Galilei nella capitale pontificia.

Lo scienziato fece vari tentativi per evitare di viaggiare verso Roma, ma il 1 gennaio 1633 il cardinale Antonio Barberini intimò al solito inquisitore fiorentino il trasferimento coatto di Galilei. A quel punto, l’inquisito perse anche la benevola protezione del granduca di Toscana che non volle contrastare la decisione del papa, anche per un gioco di delicati equilibri politici. Pertanto, il 20 gennaio 1633, condotto su una lettiga, lo scienziato partì per Roma dove arrivò il 13 febbraio. Qui fu accolto come ospite a Villa Medici dall’ambasciatore Niccolini. Per i due mesi successivi, Galilei non ricevette notizie da parte degli inquisitori, fino ad arrivare al 12 aprile, il giorno del primo interrogatorio, quando fu convocato per la prima volta davanti all’inquisitore Vincenzo Maculani, assistito dal procuratore Carlo Sincero.

L’incontro si aprì in maniera sorprendente, in quanto l’inquisitore non procedette subito a contestargli le accuse, ma in latino chiese all’inquisito se fosse a conoscenza dei motivi che l’avevano portato a Roma. La domanda era evidentemente retorica: la convocazione riguardava la sua ultima opera, il Dialogo, che il Maculani gli mostrò chiedendogli se la riconoscesse (altra domanda retorica!). Subito dopo gli chiese se fosse in grado di ricordare il soggiorno a Roma del 1616, per arrivare al punto cruciale dell’ammonizione ricevuta a suo tempo dal Bellarmino. Galilei rispose in italiano in maniera composta, concludendo che, essendo passati molti anni, poteva anche essere che avesse ricevuto un “precetto” ma di non averne specifica memoria. L’inquisitore lo incalzò leggendo il precetto, in particolare nella parte in cui si vietava allo scienziato toscano di diffondere ed insegnare le teorie copernicane. Galilei cercò di difendersi, affermando di non ricordare l’espressione “quovis modo” (in qualsiasi modo) e nec docere (non insegnare), ribadendo di non aver precisa memoria del contesto e di non aver violato in nessuna maniera il precetto. Affrontate le questioni relative all’imprimatur del dialogo, il primo interrogatorio si concluse con il tentativo di Galilei di convincere l’inquisitore di non aver sostenuto le “ragioni” di Copernico.

Dal punto di vista formale e processuale, si sarebbe a lungo discusso sulla conformità del “precetto” scritto e declamato dall’inquisitore rispetto all’ammonizione verbale ricevuta dal Bellarmino nel 1616, non apparendo sul documento né una firma del Galilei e non essendo più in vita gli altri personaggi coinvolti nella vicenda di diciassette anni prima. Nel secondo interrogatorio del 30 aprile (dopo il primo era stato trattenuto in prigionia), Galilei cercò di convincere l’inquisitore che il Dialogo gli appariva estraneo, quasi fosse stato elaborato da altri, dicendosi pronto a riscrivere un’altra opera per confutare la teoria della mobilità della terra e tutte le altre ipotesi copernicane. A causa di una grave forma di artrite e per l’età avanzata, fu concesso a Galilei di tornare presso l’ambasciata fiorentina, ma il 10 maggio fu convocato per un terzo interrogatorio, in cui si disputò soprattutto sulla conformità tra la lettera del 26 maggio 1616 consegnata dal Bellarmino ed il precedente decreto del 5 marzo a cura della Congregazione dell’Indice. Fu stabilito che il precetto era stato chiaro nel vietare al Galilei qualsiasi modalità di diffusione della dottrina copernicana, anche solo riportandola in discussione, come del resto aveva fatto nel Dialogo. Perciò, in una riunione svoltasi il 16 giugno, si arrivò alla determinazione che il precetto era stato violato, decidendo anche di ricorrere alla tortura allo scopo di far confessare Galilei. Sulle sorti del Dialogo, si decise il divieto definitivo di circolazione. Nell’ultimo interrogatorio del 21 giugno, Galilei cercò di sconfessare quanto scritto nel Dialogo, affermando di aver solo messo a confronto la teoria tolemaica con quella copernicana, ma di non aver riconosciuta come valida la seconda. Ovviamente lo scienziato mentì e l’inquisitore non gli credette, non accontentandosi di tale affermazione, pretendendo un’esplicita confessione della propria adesione alla dottrina tolemaica e minacciando di sottoporlo ad torturam.

Il giorno dopo, il 22 giugno, nella sala capitolare del convento domenicano situato vicino alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, fu data lettura in lingua italiana, della sentenza sottoscritta da sette inquisitori su un collegio formato da dieci. Galilei ascoltò la sentenza in posizione genuflessa. Alla fine delle lunghe motivazioni, che ripercorrevano le teorie eliocentriche e quelle copernicane, in contrasto con le Sacre Scritture, Galilei fu condannato al carcere e a “penitenze saltuarie” che poi consistevano nel dover pronunciare, per tre anni, una volta a settimana “li sette Salmi penitenziali”. Il collegio si riservava, per il futuro, la facoltà di modificare, cambiare o eliminare le modalità della condanna. Alcuni mesi dopo la condanna, la pena fu trasformata in arresti domiciliari, mentre la penitenza della recita dei salmi, su richiesta dello scienziato, in maniera quasi risibile, fu affidata alla figlia Virginia, suora di clausura. Al termine della condanna, a Galilei fu richiesta una formale abiura che, dopo aver elencato le teorie incriminate, culminò nella frase: “abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santissima Chiesa”.

E pur si muove

Secondo la tradizione popolare, Galileo Galilei avrebbe pronunciato a bassa voce l’espressione “eppur si muove”, appena dopo aver firmato la sua abiura davanti al Tribunale dell’Inquisizione, allo scopo di rimarcare il fatto che, nonostante la condanna da parte della Chiesa di Roma e la rinuncia forzata professata, la Terra continuava comunque a girare intorno al sole. La frase, destinata a diventare una delle più famose espressioni rivendicate dalla libertà scientifica, è molto probabilmente un falso storico. Di essa, infatti, non vi è traccia nei documenti ufficiali dell’epoca, e nemmeno viene citata nei verbali del processo. La frase attribuita al Galilei, oggi adoperata come aforisma per fare riferimento ad una verità evidente che rimane tale, anche se la maggioranza o un’autorità costituita vuole nasconderla, fu creata dallo scrittore Giuseppe Baretti ed inserita in una sorta di antologia pubblicata a Londra nel 1757. Forse lo scopo fu quello di riabilitare la solidità intellettuale dello scienziato tedesco, dopo tante affermazioni ondivaghe e contrastanti. Nel 1911, durante il restauro di un quadro attribuito a Murillo ed eseguito nella seconda metà del diciassettesimo secolo, raffigurante Galileo imprigionato dopo l’abiura, l’espressione “e pur si muove” fu ritrovata incisa su una parte nascosta del medesimo dipinto. Il ritrovamento, pur non sciogliendo alcun dubbio sulla veridicità dell’evento, ricollocherebbe la formulazione della frase al periodo storico dello stesso Galilei o a quello immediatamente successivo. Non mancano, tuttavia, coloro che contestano l’autenticità del citato dipinto, considerandolo invece una copia del diciannovesimo secolo eseguita dall’artista fiammingo Van Maldeghem.

A differenza di Giordano Bruno, Galilei ha ricevuto una vera e propria riabilitazione da parte della Chiesa Cattolica che ha riconosciuto l’ingiusta condanna inflitta. Già il papa riformatore Pio VII nel 1822, a 180 anni dalla morte dello scienziato, concesse l’imprimatur all’opera “Elementi di ottica e astronomia” scritta dal canonico Settele, che dichiarava la dottrina cristiana compatibile con la teoria copernicana. Dopo qualche decennio, nel 1846, tutte le opere che trattavano delle teorie eliocentriche furono eliminate dall’Indice dei libri proibiti. Su iniziativa di Giovanni Paolo II, in tempi più recenti, nel 1981, fu istituita una commissione di teologi, scienziati e storici per esaminare il “caso Galileo”. A distanza di 11 anni dall’inizio dei lavori, nel 1992, il cardinale Paul Poupard ammise per iscritto che “la condanna del 1633 fu ingiusta”, a causa di un’errata commistione tra teologia e conoscenza scientifica arretrata. Tuttavia, si forniva una parziale giustificazione all’operato degli inquisitori, per il fatto che la teoria copernicana al tempo appariva del tutto rivoluzionaria e non suffragata da vere e proprie sperimentazioni empiriche.

Galileo Galilei, al contrario di Giordano Bruno, non evidenziava contrapposizioni tra le verità espresse dalla fede e quelle che invece dovevano essere individuate attraverso il metodo scientifico. Almeno durante le sue esternazioni pubbliche, Galilei cercava di conciliare la scienza e la fede, considerandole entrambe mezzi per arrivare alla verità e a Dio. Le Sacre Scritture dovevano servire per la salvezza delle anime e non potevano essere concepite come manuali per spiegare i fenomeni naturali. Con questa convinzione Galilei, seppure in maniera embrionale e non consapevole, anticipava la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica così come enunciata al termine dei lavori del Concilio Vaticano II. Mentre Bruno, grande filosofo ed intellettuale, fu processato per tesi teologiche e filosofiche, come il panteismo e gli infiniti mondi, a Galilei si contestarono teorie scientifiche ed astronomiche. Gli scritti dello scienziato toscano erano orientati ad operare una chiara distinzione tra il come opera la natura, compito della scienza, e la ricerca del “perché ultimo delle cose”, obiettivo peculiare della teologia. Giordano Bruno, in alcune fasi del processo, si dimostrò propenso ad abiurare soltanto alle convinzioni teologiche, non volendo rinnegare i principi della sua “nova filosofia” ed avviandosi così verso il rogo come martire del libero pensiero; Galileo, invece, scelse l’abiura del sistema copernicano, fino ad allora non suffragato da prove empiriche, per evitare la tortura o il carcere a vita.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts