Capita di fraintendere e di essere fraintesi, ma è normale che il linguaggio funzioni così.
Mi spiego meglio.
Una delle proprietà del linguaggio è l’onnipotenza semantica, ovvero la possibilità di comporre migliaia di parole a partire da pochi foni e, quindi, esprimere attraverso tali parole altrettante sfumature concettuali diverse. È azzardato dire che tutto è esprimibile con le parole, pensiamo per esempio a quanto risulterebbe difficile descrivere l’emozione suscitata da un’opera d’arte o dalla musica, oppure, secondo il pensiero di Wittgenstein, parlare di questioni come l’etica e la fede in Dio dato che ad esse non è applicabile il linguaggio della logica; la sua famosa conclusione è che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ma, malgrado questi esempi, il linguaggio è così ricco da permetterci di dire potenzialmente (quasi) tutto ciò che vogliamo.
Ebbene, proprio questa complessità del linguaggio è ciò che può renderlo anche ambiguo. Dall’onnipotenza semantica infatti deriva un’altra proprietà del linguaggio, l’equivocità. Siamo abituati a pensare che la comunicazione funzioni di default e che ogni tanto accadano fraintendimenti che fanno inceppare il meccanismo: dal misunderstanding nascono crisi, discorsi d’odio e molto altro.
La sociolinguista Vera Gheno preferisce pensare al sistema della comunicazione in modo diverso, e il suo punto di vista è molto interessante: comunicare è faticoso e richiede molto impegno da parte di tutti i partecipanti, quindi la normalità è che non funzioni. Anzi, continua Gheno, più il mondo intorno a noi si fa complesso e articolato, più l’incontro-scontro con le diversità diventa esperienza quotidiana e più è normale non capirsi, fraintendersi, fallire nello scambio di idee.
Bisogna prendere atto che la riuscita dell’atto comunicativo ha un suo costo in termini di tempo, attenzione e impegno, quindi in una società come la nostra, che mette la comunicazione al centro, imparare a comunicare – senza pretesa di eccellere o diventare professionisti del settore – potrebbe aiutare a vivere meglio.
La lingua è una competenza trasversale a tutte le altre ed è necessaria per qualsiasi area della conoscenza, ma prima ancora di questo è lo strumento con cui concettualizziamo la realtà esterna e, con più difficoltà, senza dubbio, diamo espressione a fenomeni interni alla nostra mente e al nostro cuore. Pertanto, quando esperienze e pensieri passano per il setaccio della competenza linguistica, chi ha una rete dai nodi belli stretti ne trattiene più elementi e così può ambire a comprenderla meglio. Diceva Wittgenstein: “i limiti del linguaggio (del solo linguaggio che io comprendo) significano i limiti del mio mondo”.
La filosofia si è a lungo occupata di linguaggio perché questo ne è uno strumento, ma il tema è stato affrontato con approcci anche molto differenti: l’ermeneutica, ad esempio, prova a capire che cosa voglia dire il linguaggio nella sua portata rivelativa; la filosofia del linguaggio, invece, fa qualcosa di più “semplice”, occupandosi di usi quotidiani comunicativi e informativi del linguaggio; la filosofia linguistica affronta i problemi filosofici tradizionali considerandoli equivoci nati da fraintendimenti del linguaggio con cui sono stati espressi.
Alcuni problemi filosofici sono effettivamente problemi di linguaggio: già Gottlob Frege, considerato il primo vero iniziatore della filosofia analitica del linguaggio, pensava che la possibilità di esprimere con lo stesso enunciato intenzioni e significati differenti rendesse quello della lingua un territorio rischiosamente ambiguo.
Frege stesso fu messo in difficoltà dalla difettosità del linguaggio, particolarmente evidente nei casi di “contesti indiretti”.
Un esempio.
- A Torino si vede anche la Torre Eiffel.
- Nella città della Mole Antonelliana si vede anche la Torre Eiffel.
- Elisa ha detto che a Torino si vede anche la Torre Eiffel.
- Elisa ha detto che nella città della Mole Antonelliana si vede anche la Torre Eiffel.
Una premessa: il significato di un enunciato è determinato da quello delle sue espressioni costituenti, quindi se una di queste (nel nostro caso, l’espressione “a Torino”) viene sostituita da una con lo stesso significato “nella città della Mole Antonelliana”), il significato complessivo dei due enunciati resta lo stesso (principio di sostituibilità).
Ora, le frasi 1 e 2 sono chiaramente entrambe false. Si dice quindi che hanno lo stesso valore di verità.
La frase 3 è un esempio di contesto indiretto (del tipo “X ha detto che Y ha fatto…”) e va considerata vera perché è una credenza (sia pur falsa) di Elisa, su cui non possiamo applicare il giudizio universale come in 1 e 2.
La frase 4, tuttavia, risulta falsa. Benché 1 e 2 abbiano lo stesso valore di verità, il passaggio da 3 a 4 non è autorizzato. Perché? Il principio di sostituibilità ha smesso di funzionare? No.
Dobbiamo pensare che le frasi 3 e 4 non sono enunciati che affermano come stanno le cose, ma come stanno le cose per qualcuno, tipo Elisa. Quindi, per considerare vera anche la frase 4, dovremmo presupporre che Elisa sappia che “Torino” e la “città della Mole Antonelliana” siano la stessa cosa, cioè espressioni con lo stesso significato, e dal punto di vista filosofico questa è una conclusione che non non possiamo assolutamente trarre.
Quando affermiamo enunciati indiretti (come 3 e 4), i quali servono a riportare le proprie o altrui credenze, i propri o altrui sentimenti o le parole dette da altri, quel che conta è il contenuto informativo di quello che viene riportato, non tanto il suo valore di verità oggettivo.
Persino Frege, quindi, dovette misurarsi con la complessità del linguaggio. Il problema e la risoluzione dei contesti indiretti gli servì a sviluppare il concetto di “Senso” da affiancare a quello di “Significato”: con “Senso”, Frege indicò i modi con cui un’espressione linguistica denota un elemento della realtà. Pertanto, le frasi 1 e 2 hanno significato identico ma senso differente perché “la città della Mole Antonelliana” aggiunge informazioni sulla città di Torino che la sola parola “Torino”, chiaramente, non rivela. Per questo non possiamo essere certi che Elisa, che pensa che a Torino si veda la Torre Eiffel, pensi pure che nella città della Mole la si veda. La sostituibilità continuerebbe a funzionare solo se la parte che sostituiamo (quindi “Torino” con “la città della Mole”) fosse effettivamente rapportata a chi esprime il pensiero e non a come stanno le cose nel mondo (Torino = città della Mole).
Tutto questo può sembrare, anzi, forse è inutile nelle frequenti interazioni quotidiane con gli altri. E’ assolutamente vero che quando si ascolta parlare un amico, il partner o chiunque altro, nessuno (credo neanche Frege) penserebbe a definire il valore di verità dei suoi enunciati per capire che cosa sta dicendo.
Ho scelto di presentare il problema di Frege per un’altra ragione, perché riflette i due aspetti del linguaggio più affascinanti, quello di essere estremamente complesso e articolato, dunque potenzialmente problematico, ma al tempo stesso potenzialmente risolutivo.
Frege ha risolto un problema del linguaggio col linguaggio, appunto.
Herbert Paul Grice, filosofo e linguista che ha lavorato molto sulla pragmatica, ha definito il principio di cooperazione, per cui un atto comunicativo funziona se tutte le persone che vi prendono parte lo fanno funzionare. La relazione, la collaborazione con l’interlocutore è essenziale perché senza non può esserci comunicazione, c’è bisogno di un canale che si instauri fra due o più sorgenti e altrettanti riceventi, altrimenti diventa un atto solitario, che ignora la presenza dell’altro o va in una sola direzione come broadcasting.
Ci sentiamo spesso ripetere che “parlando si risolve”. Non è proprio così semplice. Dipende forse da qual è il problema da risolvere, che a volte non è di linguaggio ma di altra natura. In ogni caso, credo che impegnarsi per capire l’altro e per farsi capire, attraverso l’ascolto (un’altra forma di linguaggio, il silenzio buono) e attraverso una scelta più consapevole delle parole, sia il primo passo per imparare a volere e a volersi più bene.