Ci aspettano sei ore di treno, il tempo necessario per imbastire un piano per il delitto perfetto. Il dazio verso Trenitalia è stato ampiamente pagato con le oltre due ore di ritardo all’andata, disintegrando il tempo per il ritiro degli accrediti e di conseguenza la prima giornata di festival. Un presagio? Non lo so, ma è un pretesto sufficiente per comprare un pacchetto di sigarette dopo undici anni.
Quest’anno non ho fatto i compiti, probabilmente è per questo che il treno ci ha puniti, e anche per questo il vagabondaggio tra una sala e l’altra senza alcuna logica e con pochissime certezze, una su tutte Look Back di Hirokazu Kore-Eda, è stato un disastro. Andiamo con ordine, il primo biglietto lo strappa Martin McDonagh con Wilde Horse Nine e già la regola di non vedere film in concorso che riempiranno le sale va a farsi benedire. Ma quest’anno, come ribadito da Buttafuoco durante la cerimonia di chiusura: i numeri sono saliti ancora. C’è un orgoglio perverso nell’aver portato ancora più gente offrendo meno servizi. Il film però è perfetto, così perfetto che bisogna essere dei miserabili frustrati per muovergli delle critiche. I dialoghi sono ancora quelli di uno dei migliori dialoghisti di Hollywood, peccato che una volta individuata la formula perda di efficacia. La stessa monotonia che John Malkovich (coppa Volpi) incarna dall’inizio alla fine. Si sognava una sfida all’ultimo sangue tra Sam Rockwell e Luca Marinelli. Ma il primo è abituato a essere ancora tra i più sottovalutati del sistema e il secondo sembrare pagare il sortilegio Day-Lewis-DiCaprio: dato che dovrebbe vincerli tutti lui non ne vince nessuno. Rendere verosimile dinamiche inverosimili è una di quelle cose che oltre McDonagh riescono solo a Paul Thomas Anderson e i fratelli Coen. Infine c’è la propensione dei grandi film a strizzare l’occhio a Venezia spiattellandola come il solito bruscolino. Due anni fa The Brutalist sacrificava la propria coerenza narrativa pur di farlo, quest’anno McDonagh lamenta per mezzo film che sogna di andare a Venezia. Che il due volte vincitore alla miglior sceneggiatura sperasse in qualcosa di più? Vediamo che succede agli Oscar.

La seconda opera in lingua inglese di Shin’ya Tsukamoto (66) tratta la vera storia del reduce del Vietnam Allen Nelson: Mr. Nelson, Did You Kill People? Ci mette pochissimo a peccare di ridondanza e credibilità dal momento in cui una bambina delle elementari ripete il titolo del film con piglio lagnoso. Come purtroppo accade in altri film in mostra il problema del veleno è sempre il dosaggio. Non vi è alcun bisogno di caricare o enfatizzare la messa in scena quando è già l’argomento trattato a nutrirla più che a sufficienza. Un tranello in cui nemmeno la sensibilità di Tsukamoto riesce a schivare, come se l’occidente gli sia già entrato in circolo, non niente all’enorme materiale cinematografico già esistente sull’argomento. L’unica cosa in cui il film riesce molto bene è la voglia di rivedere per la millesima volta apocalipsi nau.
Dopo la doppietta in sala PalaBiennale ci voleva propria una rinfrescatina tra la vegetazione proiettata sulle tende e il sottofondo da meditazione della sala Giardino. In Serpenti un uomo uccide la moglie e cerca in tutti i modi di costituirsi. Roberto De Paolis confeziona qualcosa che in Italia non si era ancora visto a questi livelli. Per questo il rammarico è ancora più grande nel vedere che non appena il film esce dal commissariato si apre un’emorragia che solo Valeria Golino riesce a fermare, purtroppo, con il colpo di grazia. Tornatore aveva fatto lo stesso errore in Una Pura Formalità.
Nel frattempo un messaggio ci spiega perché il treno sia ancora fermo: un poveraccio è stato investito da un treno. Tutte le linee che da Mestre vanno in direzione sud sono bloccate fino a quando la squadra giudiziaria non farà il suo lavoro. Ecco perché Serpenti non è così inverosimile, ecco perché c’è dispiacere ma anche speranza che l’uomo sui binari si tratti del Ministro e che il prossimo lavoro di De Paolis non si adagi su una bella idea o sulla presenza di attori noti.
La sera c’è un agitarsi insolito tra le maschere del palazzo del casinò. Dovremmo già essere in sala Perla ma le transenne sbarrano la strada. Mezz’ora più tardi si assiste a una coreografia alla Madison Avenue in cui le maschere entrano in scena con degli enormi scatoloni. From Inside Out è l’ultimo viaggio dell’infinito Wim Wenders (81) tra linee e materiali dell’architetto svizzero Peter Zumthor (83). Sulla carta ci sono tutti gli ingredienti per una rimpatriata nella sala comune del reparto geriatrico e invece è quanto di più fine e poetico abbia visto in tutta la mostra. Finalmente un 3D che abbia senso, logica e coerenza per la sua esistenza. Solo Wenders riesce a esplorare la sua arte attraverso quella più antica dell’architettura, dopo Perfect Days continua a salire in cattedra e a insegnare modi sempre diversi di raccontare una storia attraverso le vite degli altri e non la sua. Come se nel reparto della sua casa di riposo ci fosse una piscina magica in grado di restituirti le forze della giovinezza. Il ritratto più a fuoco della mostra è composto da immagini sfocate messe a fuoco da un’invenzione del 1915: I.A.? ahi!
Metà siede sullo stesso livello, metà comincia a salire con distanze familiari per falchi, aquile o quei due sull’albero maestro del Titanic. Un pollaio detto PalaBiennale in cui se non per non svenire dal caldo vuol dire che il tuo sedile, simile a quello estraibile all’ingresso dei treni, si trova nella turbina di un aereo e, quando non è il rombo dei condizionatori lo è quello della peggio sul tetto. Se invece sei così bravo da alzarti all’alba per metterti in fila due ore prima e riesci a mantenere la pole position sia nel warm up esterno che durante la gara a spallate con l’unico maniaco che fa stretching sulle transenne prima di entrare, allora si, riesci a conquistare uno dei tre posti decenti sui 1760 disponibili. Alla mostra cinematografica più antica al mondo sembra la fruizione del film è sempre al primo posto.

Dopo aver letto qualche testata specializzata e sentito il solito gruppetto di burraco ancora immerso nel brodo della cotta giovanile, pare sia meglio dirlo con chiarezza: il film di Moretti (73) è una merda. Non quella di Piero Manzoni per dire che il film vuole fare schifo apposta, ma perché sembra girato da uno che non vede un film da almeno vent’anni. Ecco perché se hai più di sessantacinque anni puoi avere l’accredito, metà del palinsesto è per chi si sacrificherebbe piuttosto che uccidere il proprio idolo. Ho sempre ammirato la regia scarna e senza fronzoli di Moretti, il concentrarsi su quello che vuole dire evitando fuorvianti virtuosismi. Ma la scena girata al concerto di Springsteen era irriconoscibile senza il logo del ministero con la didascalia contro le droghe. Per non parlare della citazione dei Radiohead: “Che dici, The Bends o Ok Computer?”, imbarazzerebbe persino mia mamma che non si è persa un concerto dei Cugini di Campagna dal 1970. Dopo 37 anni forse è questo il più grande scherzo che Moretti abbia fatto alla mostra, altro che abbandonare la giuria per divergente artistiche. Sono tre film che gridano a squarciagola di aiutarlo a farla finita, perché c’è questo accanimento terapeutico così spietato?
Il treno è ancora fermo, Moretti o le liquirizie continuano a farmi alzare la pressione e intanto realizzo che ogni anno a Venezia i film cominciano a parlare tra loro. Citano le stesse cose, trattano gli stessi argomenti, si avvallano degli stessi espedienti narrativi e piazzano addirittura le stesse inquadrature. Quattro terzi, piscine, Radiohead, vetro della doccia, voce fuori campo, discoteche, rotelle di liquirizia, personaggi immobili che raccontano storie e, soprattuto, l’abuso dei dialoghi a bocca piena. Il film di Moretti sulle seconde possibilità concesse dalla vita (solo a lui), sembra legato all’ultima regia di Gael García Bernal, con la differenza che quest’ultimo sembra cosciente dei limiti di Hombre Al Agua è che non si tratta di una seconda grande occasione. Il film ha grossi problemi di scrittura ma quantomeno ha un Ricky Martin più credibile del Garrel di Moretti. Raro, nel senso spagnolo e italiano del termine.
Ci vogliono un paio di sigarette e un film in sala Perla per abbassarmi la pressione. Agata The Writer è un titolo prematuramente additato come il solito mattone polacco morto suicida giovanissimo. Una scrittrice polacca residente in Australia si trasferisce a Sarajevo per il suo nuovo e più serio libro. Sarajevo è una coprotagonista discretamente efficace, Mia Wasikowska pare in simbiosi con la neve e l’idea interessante su chi abbia il diritto di raccontare una storia e chi no rincorre Possible Love. Una mano pura e soffice che regge il film più che discretamente fino a quando Kuba Dorabiaski (da oggi per sempre ricordato come il carnefice della sala Perla) ci ricorda che oltre la regia firma anche montaggio, fotografia, musiche e soprattutto sceneggiatura. Tutta la seconda parte è composta dal primo piano della Wasikoska che in teoria dovrebbe leggerci il romanzo che sta scrivendo, anche se si avvale di un linguaggio da sceneggiatura, o script se sei di Milano. Così il mattone polacco ci frana direttamente tra capo e collo e tre quarti di sala decide finalmente di suicidarsi giovanissima. C’e un chiaro rimando a La Cinese di Godard, oltre a uno strano parallelismo con Company e, per quanto mezz’ora di lettura accompagnata da brevi sequenze abbiamo completamente ucciso un film fino a quel momento molto godibile, non riesco a condannare fino in fondo un tentativo così coraggioso/folle da parte di un autore polacco che vive in Australia abituato alla videoarte e ancora vivo nonostante la sua non più giovane tenera età.

Il treno si muove senza preavviso, un ragazzo corre dal capotreno perché il suo amico è rimasto sulla banchina con la sigaretta appesa alla bocca. Era così incredulo che non ha tentato neanche una rincorsa alla Bill Murray per agganciarsi a bordo. La risposta del capotreno è stata quella di guardarlo, sbeffeggiarlo con una risata e andare via. Forse Succederà Questa Notte non è poi così male, anche se la scena della disperazione del ragazzo in mezzo ai festeggiamenti del vagone per la partenza ci riporta direttamente al mondiale de L’Estranea.
Aldo, Giovanni e Giacomo… e Strippoli, hanno qualcosa in comune: reggono tutto il film su una gamba sola. Peccato che la direzioni degli attori, la scrittura e soprattuto i continui rimandi nostalgici senza il logo condividilo sui social,stanchi. Prima fra tuttel’inflazionata Liquido dei Narcotic che secondo alcuni critici era fischiettata da tutta la mostra. Ma come sempre l’algoritmo crea una realtà alternativa per ognuno di noi, soprattutto per chi è privo di social. Che sia troppo ingiusto a causa di quella maledetta vecchiaccia che non la smetteva di insultarmi per aver conservato il posto alla mia compagna (propio alle sue spalle), rifiutandosi di sedere a quello identico alla mia sinistra? Un chiaro segno di appartenenza politica facilmente corruttibile con l’offerta di una liquirizia, non si smentiscono mai. Pace fatta, ma il litigio con L’Estranea rimane. Soliti espedienti narrativi da centro sperimentale, semine ostinate come la spirale nel posacenere, oltre a scelte poco credibili come il trolley. Una scrittura da manuale nel vero senso della parola che ha convinto molti ma per me c’è un motivo se di Garpez ce ne uno solo.
Mentre come ogni mattina mi ritrovo agganciato alla transenna della PalaBiennale, capita sovente che un evaso della casa di riposo si finga pazzo non per evitare le tasse, quelle della sua generazione non sanno cosa siano, ma per fare quello che gli riesce meglio: appropriarsi degli sforzi altrui. Prima studiano la vittima, poi si avvicinano barcollando e con lo sguardo perso ma che in realtà nasconde quello del maniaco al parco con l’impermeabile: “Io ho il biglietto, devo fare la fila?”. Una volta spiegatogli che tutti hanno il biglietto finge di aver capito male piazzandosi in prima fila mentre il chilometro umano di dietro ci fissa con la bava alla bocca. Sottolineo “ci”. Evidentemente pagargli la pensione non è abbastanza.
Ogni mostra ha i suoi mostri, i propri scandali. Tralasciando Moretti e il vecchio di cui sopra, quest’anno la contesa è tutta nostra: The Echo Chamber per la regia di Andrea Pallaoro direttamente da l’ultima sceneggiatura di Bertolucci e, La Città Dei Vivi, direttamente dal ritiro della firma dei fratelli D’Innocenzo. A metà film Waylon Smithers è corso fuori dalla sala avvertendo i produttori che il pubblico cominciava ad accarezzare l’arma. Come succedere sempre più spesso, soprattutto nei festival, i giudizi corrono molto più veloci delle proiezioni e solo in rarissimi casi avviene un ribaltamento. Se il primo ha sicuramente un problema evidente con il finale, è ingiustificabile la quantità di pattume scagliatagli contro. La regia di Pallaoro è di rara fattura e a differenza di quasi tutti i film della mostra, il suo quattro terzi è tra i pochi con una certa coerenza. La direzione di Marinelli e Vikander è qualcosa di indissolubile e rende ancora più scottante la distruzione, o l’incidente, a un passo dalla fine. Probabilmente è con Bertolucci che dovremmo prendercela e non con i tre che hanno adattato la sceneggiatura teoricamente adattando contesto e dialoghi ai giorni nostri. Un signore uscendo mi fa: “Era un bel po’ che non sentivo fischiare a Venezia”, ennesima distorsione della realtà avendo dopo due anni ancora le fiamme in gola per Campo di Battaglia di Gianni Amelio, all’epoca un giovanissimo settantanovenne. Mentre per il secondo decido che dopo un libro, un podcast e un documentario, rifiuto la visione de La Città Dei Vivi fino all’uscita del titolo per PlayStation.

Intanto il treno sembra aver preso confidenza coi binari come Barbero con le battaglie popolari scagliandosi contro i rincari dell’Hotel Excelsior recentemente acquistato dagli inglesi. Pare sia oltraggioso far pagare a mega star e squali del settore cinquanta euro come consumazione minima al bar. Invece per noi camerieri a cui è stata tolta la navetta gratis con l’accredito è tutto coerente. Cito dal Corriere: “Se fossi in loro mi sentirei imbarazzato a chiedere un aumento del cinquanta percento per una camera”. La mostra quest’anno ha chiuso con 117.656 biglietti venduti, 14% in più rispetto all’anno scorso. Nessun imbarazzo.
Il ritorno dell’ex ministro Lee Chang-dong (72) dopo otto anni dalla sua ultima fatica è… una fatica. Sia perché sono capitato in fondo alla PalaBiennale sotto la luce d’emergenza, sia perché in giro non si è fatto altro che gridare al miracolo. Sicuramente merita un’altra se non due visioni, ma tutto sembra già visto e sentito in Possible Love. Ennesimo caso in cui il nome e l’idolatria del seguace protegge l’opera del mito? C’è un po’ di Wang Bing e parecchio Parasite, tanté che condividono la stessa attrice nello stesso ruolo: Cho Yeo-jeong. Per adesso la sensazione che resta è la voglia di di rivedere “comodamente” tante piccole cose. Non so, di certo è tornato a casa col leone d’argento del gran premio della giuria. Una grossa domanda però resta sul groppone: ma davvero si è fatta una pubblicità così spudorata ai vini di Gaja?
Non so se la comodità della sala Darsena abbia influenzato il giudizio su I Figli Della Scimmia, l’opera prima Tommaso Landucci, un altro che cita i Radiohead, ma lo fa un po’ meglio. Qua un mezzo miracolo effettivamente avviene, d’altronde: a chi non sta sul cazzo Riccardo Scamarcio? Questa volta non solo non c’è un più che meritato premio come migliore attore per Orizzonti che il paio a quello alla miglior sceneggiatura, ma ci spingiamo oltre affermando che il bastardo confeziona il ruolo più solido della sua vita. Durante il botta e risposta dichiara di essersi innamorato del soggetto (vincitore del premio Solinas) perché privo di tutti quegli schemi imposti dalle accademie o dai manuali, dichiara il suo odio per cose come turning point e plot twist e per l’abuso che se ne fa, sia nel pronunciarli (se dici colpo di scena sei un Vanzina’s) sia nel metterei in atto. Non che il film inventi qualcosa ma dice quello che vuole dire adattando gli schemi alla propria storia e non il contrario. Sante parole Step, occhio che Roberto Carlino avverte già un fremito nella forza oltre che alle solide realtà.

Dopo l’opera di Landucci posso permettermi una liquirizia durante la passeggiata verso la PalaBiennale tanto è stabile la pressione e pronta a godersi The Basics Of Philosophy del leggendario Paul Schrader (80). Come Moretti anche Schrader pensa che basti una strizzata d’occhio e un colpo narrativo tipo un balletto o un fantasma per mettere la firma su un film, talmente vuoto da rendere arduo persino insultarlo. Il rischio di angina pectis dopo l’ennesima citazione di Spinoza è così elevato che decido di usare la sua stessa arma contro di lui citando a mia volta un famoso filosofo del ‘600:
Sei proprio convinto di fare qualcosa qualcosa di originale
Non vuoi tornare
Ma sai che ti dico?
Sei proprio un cretino
Non ci stupisci
Non mi sorprendi
Stammi ad ascoltare un pochino
Quelli come te, lo sappiamo
Stanno al mondo solo perché c’è spazio
Mani strappate all’Enalotto le tue
Mani strappate all’Enalotto
Quelli come te, lo sappiamo
Son stati vivi solo quando sono morti
Mani strappate al voto di scambio le tue
Mani strappate al voto di scambio
Ma lasciati abbracciare, ti riporto a casa
Moretti (73), Amelio (81), Schrader (80). Com’era quella storia dei vecchi abbandonati sulle lastre di ghiaccio nei mari del nord? Intanto Trenitalia fa una mossa audace e come le maschere anche i controllori all’improvviso si presentano con degli scatoloni, solo che al posto degli occhiali 3D ci consegnano una scatola con inciso courtesy kit sul coperchio. Taralli, acqua, biscotti e salviette. Dove sono le sigarette!? Alcuni passeggeri sembrano restii ad accettare il dono, ci guardiamo con sospetto e non appena i controllori se ne vanno controlliamo il fondo della scatola in cerca di una scritta notarile che indichi la rinunci automaticamente a ogni ripercussione con l’avvenuta consegna del pacco. Che stolti, corrompere un passeggero con un’ora senza una sigaretta? Dov’erano quando Nardi faceva scuola dal confessionale del grande fratello?.

Questa volta nemmeno la comodità della sala Darsena riesce a resuscitare A Day In The Life Of Jo: Chapter Phaedra, della greca Jacquelinne Lentzou. L’idea nata dopo che nel 2008 la polizia di Atene uccide un quindicenne nello stesso quartiere della regista. Il film ha un repentino cambio di registro da film adolescenziale a opera metafisica. La scrittura dei dialoghi è piatta e prevedibile accompagnata da sequenze che sfociano nella videoarte più statica e noiosa che il mondo terreno conceda. Vince la miglior regia nella categoria Orizzonti.
Cambio di posto e l’ennesima vecchia ci tiene a specificare che se me lo concede è solo perché suo marito che lavora all’Ansa non è potuto venire, aggiungendo che ci saranno ripercussioni se dovessi parlare durante la proiezione. Una Storia di Anna Foglietta è tra i pochi film senza voce fuori campo ma per non sfigurare di fronte agli altri sceglie comunque il quattro terzi. La scrittura è fine anche se non condivido, di nuovo, le scelte di semina e raccolta. Il film ha l’ardire di narrare l’insofferenza quotidiana che accomuna ognuno di noi persone qualunque, quindi il tema più difficile che si possa scegliere. Anche la Foglietta come Bernal fa una cosa insolita, svuota il centro del film rimpolpando il finale, ma lo fa in modo estremamente convincente con un lungo piano sequenza a doppio schermo. Split screen se siete di Bergamo. Anche se non condivido affatto la scelta degli attori, c’è speranza per la Foglietta, ma non per la mia vicina che non ha mai chiuso quel forno di bocca profumato dalle mie preziosissime liquirizie.
Nolan prendi nota e piangi ogni centesimo perché nessun budget faraonico ti farà raggiungere questi livelli. La prima parte di Dau è qualcosa che probabilmente non avevamo mai visto. C’è troppo anche per tre ore e mezza di film. C’è la versione sovietica di Fellini con Jack White come attore protagonista. Anche se purtroppo di tratta di quel fascio di un direttore d’orchestra greco Teodor Currentzissi risulta dannatamente convincete. Il’ja Chržanovskij gira un film in tre anni come un reality show e ce ne mette quindici a montarlo. Per coerenza verso i reality ci sono solo inesattezze storiche e strafalcioni. È anche vero che fa uscire tredici capitoli separati che non ho visto, come non ho visto l’apparizione di Carlo Rovelli e Marina Abramovic. Il film, appunto, va riesaminato a fondo e venerato e, nonostante la seconda parte si perda in se stessa prima del gran finale, il leone d’argento alla miglior regia è più che meritato.


Casey Affleck sembra dimenticare, come molti altri quest’anno, che il cinema è fatto di immagini. Per quanto le scene paesaggistiche sulla neve siano sublimi, non si può dire lo stesso per gli interni. Un film che è l’apoteosi di Venezia dove mai come quest’anno vediamo qualcuno seduto a raccontare una storia. É strano pensare che nessuno tra produttori, amici o genitori siano andati dal Casey a dirgli: “Sai, quelli si chiamano podcast”. Forse c’è il record di parole pronunciate in un film anche se, del tutto in controtendenza con la mostra, sono rarissime le scene in cui ciarlano a bocca piena. Company mette la storia nella storia, nella storia che guarda caso poi si scopre essere la stessa storia, attraverso una delle poche interpretazioni dimenticabili del mitico Nick Nolte e la versione ancora più insopportabile, se possibile, di Timothée Chalamet, ovvero Affleck figlio.
Masticare sigarette e fumare liquirizie sono alcune delle conseguenze della mostra, poi accade l’impensabile, in Color Of The Sun oltre alla voce fuori campo che ci racconta una storia, ci sono tre quattro personaggi che la vivono. L’opera prima del canadese Xavier Tera è tra le poche cose che concedono il privilegio di un’emozione che resta oltre l’uscita dalla sala. Il film è pieno zeppo di sbavature, ingenuità e cose già viste, ma per dio risulta incredibilmente onesto. La simbiosi tra i due personaggi, uno nativo di Okinawa e l’altro statunitense che vive in una delle basi sull’isola, è degna delle migliori coppie adolescenziali. Un film dalla regia fresca e spensierata che riporta alla mente Leurs Enfants Après Eux di Venezia 81. Infelicemente nemmeno Tera resiste alla febbre compulsiva di citare i Radiohead, quantomeno ha il buon (?) gusto di farlo sullo sfondo di un karaoke dove un militare piuttosto triste si esibisce nell’unico brano che la band ha tentato di rinnegare: Creep.

Pur di non tornare nella sala delle torture mi concedo una breve apparizione nella sala casinò dove Peccato, la serie di Emanuela Fanelli diretta da Valerio Vestoso riesce a farmi rimpiangere la PalaBiennale. Tolto il cameo di Borghi che sembra non riuscire a sbagliare più niente, si assiste a un salottino di egomaniaci che si fanno le pippe a vicenda con l’illusione di farlo per finta. Una serie che andrà fortissima tra reel e meme, che ha già trovato il consenso generale tra tormentoni e grasse risate mentre in sala si avvertiva tutto il gelo del fantasma di Ferretti nell’ultima scena del film di Boris.
Sono già quattro ore che la mia vicina di treno guarda immagini di denti in 3D. Nel suo accento che non riesco a decifrare, una giovane e solitaria ragazza attraversa l’Italia in un caldo pomeriggio di settembre senza fare altro che lavorare. Un Bon Petit Soldat è il quarto film di Stéphane Brizé sul mondo del lavoro. Una storia talmente verosimile da sfiorare il documentaristico. Ma nemmeno una scrittura così puntuale, vincitrice per la miglior sceneggiatura, è riuscita a rendere credibile Alba Rohrwacher. Ma il pubblico è estasiato e in giro c’è solo amore da fine estate sia per lei che per il film. Persino la mia compagna è costretta a ricredersi sul rifiuto che una volta, quando ci amavamo, provavamo per la recitazione della sorella di quella brava. Ma comunque la sua opinione non conta, sia perché è una donna sia perché è una reduce dell’hinterland milanese. Pensare che si è pure commossa, che femminuccia.
È veramente difficile fare un film così brutto con un soggetto così buono. Ci riesce Marco Bechis con Ritorno A Buenos Aires dove un tema come quello dei desaparecidos e dei processi a carico vengono affrontati con il tatto e la poesia di Sarabanda all’ora di cena su Italia1. Bastava davvero poco per rendere giustizia alla sua storia personale e a quella delle vittime, invece di fucilate caricate a fiction e da un carnefice col prostetico di Luciano Moggi. Magari qualcuno penserà che sia voluto. Nel frattempo sul treno, manco a farlo apposta imbastiamo un salottino per Sassuolo-Juventus.
In sala giardino c’è probabilmente il film più corto di Lav Diaz (67). Bastano solo due ore e mezza per raccontare l’equivalente di The Mission nelle filippine: Let Us Through, Dear Ancestors. L’occhio del regista è sempre sublime e ancora una volta resta l’unico in grado di richiamare l’infinito fotografico di Salgado. Come tutti i lavori dell’autore la prima visione basta a malapena per soddisfare i piaceri infantili di bellezza e profumi, per il sapore servirà un pò di tempo. Restano alcuni interrogativi di scrittura ma nel complesso non si può che ringraziarlo per averci concesso l’ennesimo dipinto. Traversa.

Fino a questo momento credevo che il pubblico della mostra fosse perversamente politico. Per la prima volta in sala Grande grazie alla rush line, ho realizzato che quello sulla politica è stato un film tutto mio, complice un udito che forse è ora di far controllare. Non era Schlein ma rush line, me ne sono accorto dopo che una banda di depravati continuava a bisbigliare: “Mi sono fatto la raSchlein per entrare”. Non è la migliore delle introduzioni per parlare del documentario dove ventiquattro componenti dell’IDF raccontato tecniche e strategie del genocidio. In Naza i racconti agghiaccianti riempiono i tetti di Tel Aviv spiando vite serene e ignare attraverso finestre che geometrizzano la notte. Finora solo la letteratura era riuscita a definire in modo così lucido e preciso la banalità del male, in questo documentario sembrano tutti dei piccoli Eichmann, non solo per quello che hanno fatto e stanno facendo, ma per il modo in cui lo giustificano. Bisognerebbe fare uno strappo alla regola e dare l’oscar alla miglio interpretazione a Yuval Abraham per come sia riuscito a rimanere impassibile durante le interviste. Era difficile fare meglio o eguagliare l’intensità di No Other Land, sicuramente avrebbe meritato il leone d’oro e non il premio speciale della giuria.


Ancora in sala Grande, addirittura in galleria, dove Ali Asgari prende Il Sapore Della Ciliegia e lo gira in interno, in famiglia, guidando attorno alle proteste contro il regime e le minacce di Trump con una macchina riempita dalle piante. Ne esce fuori qualcosa di molto delicato senza pesi eccessivi e incredibilmente godibile nella sua staticità, nonostante la mia vicina russi alla grande. Missagh Zareh sembra nato per questo ruolo e la regia dedita al mero contenuto ha più di qualcosa da ricordare a Moretti. In definitiva in A Bit Of Light ci sono cose ridondanti come la vecchietta che chiede al protagonista di portarle a casa la spesa ma sarei un ipocrita se non ammettessi di essermi trovato nella stessa situazione quella mattina stessa. Pareggio al novantunesimo, il vagone rischia il deragliamento.
In sala Perla c’è la replica del vincitore della quarantesima edizione della Settimana Della Critica. Prima Della Guerra di Tommaso Usberti è un’opera folle con un potenziale umano enorme che si perde dietro alle anatre che solcano i cieli della provincia padana. C’era tutto un filone interessantissimo da esplorare, come quello dei mercenari e il modo di reclutare nelle piccole realtà dei ragazzi più problematici. C’era il contrasto con l’immigrazione e l’isolamento della libertà di un orfano e molto altro. Tutto lasciato tristemente in superficie, con l’aggiunta di un paio di storie parallele servite solo a sviare ulteriormente il fuoco. Ma prima di questo c’è l’interessante esperimento E-I-E-I-O di Noemi Arfuso a vincere il miglior cortometraggio per la SIC. È bello vedere qualcosa di innovativo anche se balletti, musichette e scenette continuano a rendere tutto uguale agli altri. Più si tenta di distinguersi dall’IA più si finisce per assomigliarle.
Alla fine niente Kore’eda, niente attentato ai fratelli Gallagher con la maglia dei Blur. Come ogni anno se hai bisogno di un posto sicuro per leccarti le ferite, niente funziona come il disinfettante dei Venezia Classici. Nell’anfratto della sala Pasinetti intercetto Yesterday Girl del 1966, dove Alexander Kluge anticipa capriole narrative e messe in scene studiate ancora oggi dagli scienziati di tutto il mondo. Invece in sala Astra c’è la terapia del dolore di The Story Of Woo Viet di Ann Hui, che nel 1981 scambia tecniche di kung fu e illusioni ottiche con Scorsese e De Palma ma, sempre sotto l’agopuntura HItchcockiana, in particolare quella di Intrigo Internazionale.
L’ultimo biglietto lo strappa Woman Unknown di May el-Toukhy che, escludendo la coregia di Rachel Szor per Naza, è famoso per essere al centro del dibattito come unica donna in concorso. Che il film danese sia un lavoro di fino lo si capisce all’istante dagli splendi titoli di testa su sfondo bianco, dove uno zoom out rivela lentamente un cielo terso tra i palazzi di (?) Copenaghen. La storia non è niente di nuovo, c’è l’arrivismo e la scalata sociale e gli scheletri nell’armadio, ma tutto è scritto, diretto e interpretato sotto mani da pianista. Non ci sono sbavature, eccessi o ammiccamenti di alcun genere e, più che risultare accademico riesce ad assestare un bel paio di cazzotti nel ventre dello spettatore. Merito anche dell’interpretazione monumentale di Mathilde Arcel, incredula e in lacrime mentre deposita a terra la coppa Volpi durante il discorso di premiazione per la migliore attrice. È ancora più significativo se a farlo è un’attrice di trent’anni che da sola regge il peso del film vincitore del leone d’oro.

Intanto il treno scivola nella notte più profonda, non sappiamo dove siamo, quando arriveremo o cosa accadrà. Le sigarette sono finite, le liquirizie anche, rimangono solo un paio di idee su cosa farne degli ultimi fiammiferi. Grazie Ministro. Grazie Vasilije Adzic che al novantaquattresimo segni il tre a due contro la tua squadra.
Come sempre ringrazio di cuore Marco, Paola, Adriano e Tsipras. Senza il loro sostegno non sarei ogni anno a Venezia per litigare e fare pace con i film. Grazie!
