Dai giardini di Kensington si sentiva la musica.

Poi, fu come entrare in una bolla. A ogni passo, il rimbombo delle percussioni si faceva più intenso e decisi di seguirlo. Appena fuori dal parco, vidi la fermata della metro di Notting Hill gremita di persone che portavano bandiere prevalentemente giamaicane. Giallo, verde, nero. Poi, qualche angolo di stoffa azzurra qua e là: Barbados.
Una ragazza scura, alta, bella, dai capelli voluminosi, con una cassa e una birra tra le mani, mi lasciò un costume a triangolo rosso con una riga nera e due più sottili bianche ai lati, urlando: “Put it on, it’s yours!”. Scoprii che mi aveva dato il costume-bandiera di Trinidad e Tobago.
Entrai a Notting Hill insieme a migliaia di persone riunite in una parata rumorosa e ogni via del quartiere era come un affluente di risorse, cibo, fumi, colori e ballerini. Ed io mi ero appena immessa nel fiume principale; ero disorientata, non avevo nemmeno mai visto il quartiere nemmeno da “calmo”, ma seguii la corrente mentre lasciavo che tutta quella energia che liberano corpi in festa mi investisse.
Volevo chiedere “What’s going on?” ma mi vergognavo di non saperlo; era tutto troppo grande perché non ne avessi mai sentito parlare prima. Così, timidamente, lo chiesi a Internet e lessi che ogni anno, l’ultimo weekend di agosto e il lunedì successivo, per il Bank Holiday, il quartiere di Notting Hill celebra il carnevale afrocaraibico, il festival all’aperto più grande d’Europa.
Milioni di persone assistono alla sfilata di carri allegorici e alle esibizioni di migliaia di artisti; la parata principale, che vede costumi, trucchi e copricapi indescrivibili, ha luogo proprio di lunedì, mentre la domenica è dedicata anche ad attività per bambini.

Le scuole di samba portano il Brasile nella festa mentre le steel band e i musicisti di calypso rievocano i ritmi caraibici della musica di Trinidad. Numerosissimi impianti audio, fissi e mobili, diffondono a tutto volume vari generi musicali, dal reggae al funk, dalla drum ‘n’ bass alla soca. Intanto, centinaia di chioschi servono street food e l’odore di carne grigliata accompagna ogni danza.
Non avevo l’impressione di essere in pericolo. Notavo che quasi ogni negozio del quartiere aveva vetrine protette da assi di legno ma anche nel trambusto mi sentivo al sicuro. Non immaginavo che questa mattina sulla copertina del Times avrei visto una sola foto del Carnevale accompagnata da una didascalia sbrigativa sui fermati dalla polizia.
Il festival nacque (non nella sua forma attuale) in risposta alle discriminazioni razziali subite dalla comunità afro-caraibica nel quartiere di Notting Hill tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, dopo la migrazione della cosiddetta ‘Generazione Windrush’, dal nome della nave Empire Windrush su cui centinaia di lavoratori provenienti dalle isole caraibiche salparono alla volta della Gran Bretagna. La convivenza nel quartiere di Notting Hill fu difficile, segnata da violenti episodi di razzismo nei confronti della comunità, culminati poi nell’omicidio dell’antiguano Kelso Cochrain, nel 1959.
Nel 1958, [Claudia Jones] fondò la West Indian Gazzette, primo autorevole quotidiano nero della Gran Bretagna. Nell’agosto dello stesso anno alcune bande razziste crearono forte scompiglio provocando scontri violenti nelle strade tra Notting Hill e Nottingham, e la risposta dell’attivista fu abbastanza imprevedibile. Ferma sostenitrice del fatto che “a people’s art is the genesis of their freedom” (l’arte di un popolo è la genesi della sua libertà), riuscì a cogliere nell’ingiustizia di quegli attacchi la possibilità di elevare la sua comunità celebrandone la cultura e il patrimonio artistico, attraverso la creazione di uno speciale evento per talenti afro-caraibici. Inizialmente chiamato Claudia’s Caribbean Carnival e oggi noto come “Carnevale di Notting Hill”, si svolse per la prima volta nel 1959 alla St Pancras Town Hall e fu trasmesso dalla BBC
scrive il magazine Harper’s Bazaar a proposito del ruolo dell’attivista politica e giornalista Claudia Jones nella fondazione ed inaugurazione del Carnevale di Notting Hill.
Negli anni l’evento è cresciuto fino a diventare il più grande festival di strada d’Europa e il secondo al mondo dopo quello di Rio de Janeiro, arricchendosi di contributi musicali – come le steel band, introdotte da Russel Henderson, che suonano strumenti a percussione ricavati da vecchi bidoni di metallo per il petrolio -, ed anche gastronomici – come i diffusissimi stand di jerk chicken, pollo marinato con spezie piccanti e cotto alla griglia su affumicatori tradizionali, ed altre specialità.

Marianna Mazzucato, il cui articolo per il giornale britannico New Statements è su Internazionale, nota che
Rio de Janeiro sostiene un ecosistema attivo tutto l’anno fatto di laboratori di costumi, costruzione di carri allegorici, produzione musicale e logistica, supportato da diecimila venditori ambulanti autorizzati, trentamila dipendenti comunali e più di 23 dipartimenti dell’amministrazione cittadina
mentre
la maggior parte delle persone che rendono possibile il carnevale di Notting Hill non è formalmente impiegata dall’evento stesso, e quindi anche l’attività economica legata all’evento è sottostimata.
Anche se è stato difficile uscirne, sono grata di esserci entrata.
Mi ha travolta la vivacità dell’inclusione, che è sempre straordinaria. Ridurre il carnevale a una parentesi folcloristica o a un moltiplicatore di indotto significa fraintenderne la portata culturale ed anche politica: si tratta, al contrario, di un’architettura sociale capace di ridefinire il concetto stesso di progresso. Nelle strade in festa prende forma un modello alternativo di convivenza e sviluppo, favorito da relazioni interpersonali inclusive che generano senso di appartenenza e voglia di fare per nutrire e proteggere quello scenario collettivo.
Ho lasciato Notting Hill, e Londra, seguita dal rimbombo della musica del Carnevale, così come quella mattina l’avevo seguito io.