I Sumeri sono considerati la civiltà più antica della storia umana, almeno secondo i più autorevoli studiosi della comunità accademica. L’attribuzione del nome a questo popolo glorioso e sorprendente fu elaborata da Julius Oppert nel 1869, in relazione all’attestato titolo regale interpretato e tradotto con l’espressione “Re di Sumer e Akkad”. Invece i Sumeri chiamavano se stessi, nella traslitterazione italiana, “ug sag gig ga”, gente dalla testa nera. Il proprio territorio veniva definito come “Ki-en-gir”, la cui traduzione forse più precisa potrebbe suonare come “terra dei signori civilizzati”. Questo modo di indicare la propria terra, con ogni ragionevole probabilità, tendeva a distinguere la propria civiltà da quella dei popoli confinanti, considerata forse troppo rozza e primitiva.
Tuttora non si conosce con certezza la terra di origine dei Sumeri, ma si sa soltanto che essi non appartenevano all’etnia semitica. Non si trattò, comunque, del primo popolo ad insediarsi nell’area mesopotamica tra il Tigri e l’Eufrate, integrandosi progressivamente con altre tribù che avevano già raggiunto un discreto livello di organizzazione sociale. Sui luoghi di origine dei Sumeri sono state avanzate svariate ipotesi. Tra queste, una delle più accreditate, considerando significativi alcuni reperti archeologici risalenti all’incirca al 4000 a.C., indicherebbe come luogo di provenienza i Monti Zagros, collocati a nord della regione geografica mesopotamica, nei pressi dell’attuale confine con la Turchia. Altre supposizioni, oggi ritenute maggiormente attendibili, tenendo conto di alcune allusioni contenute negli antichi testi letterari, propenderebbero per una provenienza marittima dal golfo Persico.
A partire dall’inizio del terzo millennio a.C., la civiltà dei Sumeri si presentava già politicamente frammentata in diverse città-stato, tra di loro indipendenti, e governate da una monarchia assoluta. Ogni città era caratterizzata da due edifici principali: il tempio, di solito dedicato ad una divinità specifica, ed il palazzo, dove risiedeva il re e si esercitava il potere statale. Il tempio non era soltanto il centro religioso della città, ma anche economico ed organizzativo. In esso non solo si svolgevano le cerimonie cultuali, ma si provvedeva ad accantonare e ad amministrare le eccedenze alimentari. Nel periodo proto-dinastico, tuttavia, il tempio cominciò a perdere le sue funzioni decisionali ed amministrative a favore del palazzo dove viveva il re. Ciò forse fu determinato dal graduale passaggio del potere da una classe sacerdotale ad una più prettamente politico-militare alle dirette dipendenze del sovrano.
Tra le città sumeriche, la più grande e fiorente fu Uruk che, secondo gli archeologi, arrivò a superare per dimensioni e popolazione l’Atene dell’età di Pericle. Uruk è considerata la più antica metropoli del Medio-Oriente con marcate caratteristiche commerciali, per la presenza di fonderie di metallo a catena di montaggio. Ben presto le varie città-stato entrarono in competizione per motivi economici, soprattutto quando in gioco c’era la possibilità di controllare la costruzione di nuovi canali. Alcune deviazioni dei corsi d’acqua potevano costituire un enorme vantaggio per un agglomerato urbano piuttosto che per un altro. In epoca successiva, il punto più importante della città-stato diventò lo ziqqurat, una grande torre a più piani sulla cui cima era collocato un tempio. Questo edificio di giorno serviva ai sacerdoti per poter officiare le cerimonie in onore degli dei, mentre di notte era adoperato come efficace ed efficiente osservatorio economico. Alla base dello ziqqurat, invece, si trovavano i magazzini destinati a conservare il cibo e le risorse per i cittadini.
Ai Sumeri si attribuiscono numerose invenzioni sviluppate e perfezionate successivamente da altre civiltà. Tra queste, viene annoverata la ruota, nata all’inizio sotto forma di tornio da vasaio. La stessa scrittura cuneiforme sembra essere antecedente ai geroglifici in uso presso il popolo egizio, costituendo il più antico sistema di espressione scritta della storia umana tuttora accertato. Inoltre, i Sumeri furono i primi che osservarono le stelle in maniera professionale, mappando le costellazioni che ancora oggi sopravvivono nello schema astronomico ed astrologico dello zodiaco. Sapevano anche distinguere i cinque principali pianeti del sistema solare, visibili ad occhio nudo. Le notevoli conoscenze astronomiche consentirono ai Sumeri di suddividere l’anno in 12 mesi lunari, che più o meno, corrispondevano a 354 giorni, a cui aggiungevano altri 11 giorni per adeguarlo all’anno solare. I Sumeri furono i primi, in ambito strategico-militare, a suddividere i manipoli in cavalleria, fanteria ed arcieri, arrivando a formulare un codice giuridico che prevedeva un vero e proprio apparato amministrativo e giudiziario, composto da tribunali, archivi e carceri. A questo popolo, per certi versi ancora misterioso, siamo debitori di importanti scoperte nel campo dell’aritmetica e della geometria, come l’intuizione sessagesimale di dividere il giorno in 24 ore, l’ora in sessanta minuti ed il minuto in sessanta secondi. Ma i Sumeri sono ricordati soprattutto per l’introduzione di un tipo di agricoltura strutturata e sistemica, che si estendeva dalla coltivazione di prodotti come il grano, il farro e l’orzo all’allevamento di ovini e di bovini.
Per entrare nel vivo della descrizione del pantheon, è necessario precisare che il processo di comprensione della cultura sumerica è stato molto lungo e difficile, in considerazione della complessa e progressiva decifrazione della scrittura cuneiforme, profondamente diversa dai sistemi sillabici delle lingue indoeuropee a cui siamo abituati. Il cuneo, o ideogramma, di origine sumera, come accade nel cinese o nel giapponese, non identifica un semplice oggetto, sia esso concreto che astratto, ma può anche indicare altri elementi che abbiano legami con lo stesso. Come abbiamo già accennato, la civiltà sumerica cominciò a svilupparsi verso il 5000 a.C., quando la consapevolezza dell’uomo, sia come singolo che come collettività, stava pian piano sbocciando. I Sumeri, pertanto, elaborarono una dottrina religiosa, nella quale l’essere umano non è padrone del proprio destino, ma il suo unico scopo sulla Terra è quello di servire gli dèi, entità superiori ed immortali. Una simile visione, come vedremo in seguito, interpretata in un certo modo, porterà a teorie fantasiose, non supportate da alcuna prova scientifica, che tenderanno ad intrecciare le sorti della civiltà sumera con eventuali visite sul nostro pianeta da parte di civiltà aliene.
Nella mitologia sumera, le divinità non sono entità astratte e trascendentali, ma tendono a personificare i più importanti elementi e fenomeni naturali, come la terra, l’aria, l’acqua e il fuoco. Ciascuno dei dingir (dei) è di per sé destinato a sovrintendere ad un determinato evento naturale, che può essere ciclico, come ad esempio la morte, o unico, come nel caso della creazione. Tra i miti cosmogonici dei Sumeri, spicca il cosiddetto “Nammu”, il mare primordiale, in merito al quale non compare mai alcun indizio creativo e, per questo, probabilmente considerato “eterno”. Dal Nammu si sarebbe formata la “Montagna cosmica”, un luogo fisico costituito ancora da Terra e Cielo uniti e non divisi. Il Cielo era personificato dal dio An, mentre la Terra dalla dea Ki che, a loro volta, generarono il dio dell’aria Enlil. In tale contesto, etereo e poetico, non privo di contraddizioni logiche, sarebbe avvenuta la separazione tra il mondo celeste e quello terrestre. Dall’unione incestuosa dell’altro figlio Enki con Ninhursag sarebbero poi derivati tutte le divinità minori, i viventi, gli animali e le piante. Molto interessante, dal punto di vista cosmogonico ed ontologico, è il concetto di Me, elaborato dai pensatori sumeri. Gli esegeti ancora non sanno dare una spiegazione precisa ed esauriente del significato di questa particolare visione, cercando di illustrarla come una potenziale essenza creatrice, con caratteristiche sia astratte che concrete, che sarebbe alla base di tutto il mondo tangibile. Alcuni interpreti intravedono nel Me una sorta di concezione esistenziale primitiva, che molti secoli dopo, nella filosofia greca, prenderà il nome di Logos.
Nella visione cosmologica sumera, l’universo visibile costituiva una semi-sfera, di cui la Terra era la base, mentre il Cielo ne era il vertice. Il nostro pianeta era considerato un disco piatto che era interamente circondato dal mare e sul quale galleggiava, come se si trattasse di una gigantesca imbarcazione. Sotto la terra, si trovava un’altra semi-sfera, non visibile, ma posizionata in maniera simmetrica rispetto al Cielo, dove erano situate le regioni infernali. A ben vedere, si tratta di una visione cosmologica che influenzerà tutte le culture successive, fino ad arrivare all’epoca medievale. Alcune fonti letterarie, pervenute fino ai nostri giorni, sotto forma di frammenti, fanno riferimento ad un metallo dai riflessi bluastri che, secondo i Sumeri, costituiva la principale sostanza della zona celeste. Si pensa che tale credenza derivasse dal fatto che a quel tempo fosse disponibile, in natura, soltanto il metallo ricavato dai meteoriti, composto da ferro e da nichel, anche se non sono mancate le solite speculazioni sui visitatori alieni. Oltre l’universo, immaginato come sopra sinteticamente descritto, si estendeva un immenso Oceano cosmico invisibile, che faceva ancora parte del Mare primordiale.
Come nella maggior parte delle religioni politeiste dell’antichità, anche in quella sumerica le vicende degli dèi non erano altro che lo specchio di quelle umane, mancando una vera e propria dottrina della trascendenza. Pertanto, si immaginava una vera e propria assemblea di divinità, a similitudine di un consesso umano, che era presieduta da un re, la divinità principale o dio creatore. Questo particolare organo di “governo divino” era denominato “assemblea degli Annunaki” (ossia dei “figli di An”), composta da sette divinità supreme, che avevano un potere assoluto sugli umani e sugli dèi minoti, e da altre 50 divinità di livello inferiore, chiamati comunque “grandi dèi”. Gli Annunaki abitavano in cima al Montagna Cosmica, “nel luogo dove spunta il sole”, un luogo immaginario che ci ricorda l’Olimpo ellenico. Delle sette divinità supreme, quattro erano riconosciute come “creatrici”: An, Enlil, Enki, Ki/Ninhursag, associate rispettivamente ai quattro principi della cosmogonia sumera, cielo, aria, acqua e terra. Nel pantheon sumero, inizialmente fu il dio An ad occupare la posizione predominante, ma con il passare del tempo la divinità principale diventò Enlil, il dio dell’aria, forse perché fu identificato con il “soffio”, cioè quel principio vitale che consente al mondo di esistere e di trovarsi in una condizione di continuo divenire. Alle divinità celestiali, si contrapponevano i cosiddetti “demoni ombra”, udug, che avevano un’imprecisata origine negativa ed erano capaci di infiltrarsi negli esseri viventi con conseguenze nefaste.
Abbiamo accennato al fatto che i Sumeri sostenevano tesi “creazioniste”, ma senza l’intervento di un dio eterno e trascendente. Secondo i Sumeri, infatti, vi fu un tempo nel quale gli dèi furono costretti a scendere sulla terra per poter provvedere al sostentamento dei loro progenitori. Per sollevare gli dèi minori dai compiti gravosi legati all’agricoltura e all’allevamento, fu creato l’essere umano che doveva compiere i lavori più umili, sotto la guida degli Annunaki. Uno dei testi più antichi, elaborato nel centro di culto di Nippur e chiamato “inno alla zappa”, descrive in pieno il principio creazionistico dei Sumeri, orientandosi in maniera specifica ad un’embrionale codificazione dell’etica del lavoro: l’uomo esprime la sua natura divina e porta a termine il suo destino attraverso il lavoro. La tradizione nata a Nippur attribuiva la creazione dell’uomo alle straordinarie capacità manuali di Enlil, mentre la tradizione sviluppatasi ad Eridu prediligeva affidare alla sapienza del fratello Enki il tocco prodigioso finale per forgiare l’essere umano.
Cosa c’era dopo la morte per i Sumeri? Essi credevano che l’ al di là fosse un regno sotterraneo governato dalla divinità Ereshkigal, un luogo oscuro e senza alcuna speranza di redenzione o di ritorno, come è descritto nel poema di Gilgamesh. Per questa visione pessimistica della vita dopo la morte, i Sumeri cercarono di migliorare le condizioni dell’esistenza terrena, in modo da prolungarne la durata e si dedicarono alla costrizione di grandi opere, allo scopo di rimanere a lungo nella memoria collettiva dei posteri. Il mondo degli inferi era chiamato Kur, o “casa della polvere”, dove i defunti si aggiravano nelle tenebre, vestiti con abiti di piume e costretti a cibarsi solo di polvere e di acqua stagnante. Non esisteva una ricompensa per i giusti o una punizione per i malvagi: tutti, re, guerrieri, sacerdoti, operai e contadini finivano in un abisso senza speranza. Di particolare importanza è la simbologia del fiume Hubur, che rappresentava la linea di confine tra la dimensione dei vivi e quella dei morti. In analogia con altre culture antiche, il passaggio di un corso d’acqua simboleggiava il punto di non ritorno, quell’ignoto ed indefinito transito dalla vita alla morte. L’oltretomba, perciò, assume i connotati di un riflesso negativo della società dei vivi: una grande città morta e senza speranza, un ordine che governava il disordine e la disperazione. Tuttavia, l’assenza di una prospettiva soteriologica non implicava che i defunti fossero del tutto dimenticati. Al contrario, i Sumeri ritenevano che gli spiriti dei morti potessero avere ancora una certa influenza sui vivi e che avessero bisogno di offerte votive periodiche. I familiari dei defunti, al fine di evitare che gli spiriti di questi potessero influire negativamente sulle loro esistenze, procedevano a saltuarie libagioni e commemorazioni per alleviare le misere condizioni dei propri cari nell’oltretomba.
Per comprendere al meglio la concezione dei Sumeri sulla morte, è necessario leggere ed interpretare il famoso e splendido Poema di Gilgamesh, il grande eroe che, sconvolto dalla morte dell’amico Enkidu, decide di iniziare un simbolico viaggio per conquistare l’immortalità. Il viaggio di Gilgamesh dimostra una già matura consapevolezza della fragile condizione umana. L’eroe affronta difficilissime prove, fino ad incontrare l’unico uomo reso immortale dagli dèi. Ma alla fine del viaggio, egli scopre che l’immortalità non può appartenere al genere umano. L’epopea di Gilgamesh evidenzia, in maniera inequivocabile, la visione pessimista dei Sumeri nei confronti della vita ultraterrena: nessuna impresa eroica potrà sottrarre l’uomo alla morte e l’unica forma di sopravvivenza può consistere solo nei ricordi delle generazioni future ( Cfr. Luigi Angelino, L’epopea assiro-babilonese da Gilgamesh alla Torre di Babele, Edizioni Stamperia del Valentino, Napoli 2022). Anche nell’avvincente racconto, “Discesa agli inferi di Inanna”, si riscontra la medesima concezione cupa e pessimista. Inanna, la dea legata al pianeta Venere, alla sessualità, alla fertilità ed alla guerra, vuole attraversare le sette porte dell’oltretomba per raggiungere il regno della sorella Ereshkigal. La prova consiste nel fatto che ad ogni porta la dea debba essere privata di un simbolo del proprio potere, in modo da poter arrivare pura e vulnerabile al cospetto della signora degli inferi. Il mito intende dimostrare che neanche una grande divinità può sottrarsi alle regole del Kur. La stessa Inanna, regina del Cielo, la dea che nel pantheon accadico sarà chiamata Isthar, deve cedere all’ordine oscuro ed inevitabile del regno dei morti.
Abbiamo già accennato a come alcuni passaggi della mitologia sumera siano stati interpretati a favore di una presunta “colonizzazione” del nostro pianeta ad opera di una civiltà aliena (nell’articolo, Non è terrestre: l’archeologia misteriosa di Peter Kolosimo, pubblicato il 3 giugno scorso, abbiamo già riportato qualche riferimento alla relativa teoria). Gli Annunaki, i membri della divina assemblea, secondo l’autore Zecharia Sitchin, sarebbero i rappresentanti di una razza aliena e sarebbero giunti sulla Terra viaggiando dal presunto pianeta Nbiru, ancora oggi protagonista di lunghissimi percorsi orbitali intorno al Sole. Interpretando gli antichi testi sumeri, in un modo tanto originale quanto fantasioso, secondo Sitchin, gli Annunaki avrebbero avuto bisogno di mano d’opera a costo zero per ricavare minerali, oro, o altre risorse presenti sul nostro pianeta. Per raggiungere il proprio scopo, gli Annunaki avrebbero manipolato geneticamente l’homo erectus con la propria razza, generando l’homo sapiens. Si tratta, come abbiamo più volte ripetuto anche in altri scritti, di teorie affascinanti ma che non hanno finora trovato alcun riscontro concreto in campo archeologico o scientifico.
In definitiva, nonostante la molteplicità dei frammenti faticosamente decodificati, lo sviluppo della civiltà sumera rimane oggi un grande enigma. La sua stessa origine è ancora ignota, sebbene una delle principali ipotesi propenda per una provenienza marittima. La maturità intellettuale dei Sumeri e la ricchezza delle invenzioni tecnologiche, assolutamente all’avanguardia per l’età proto-storica, hanno alimentato le più ardite teorie, grazie anche al fascino ed alla compiutezza dei più celebri racconti mitologici, di cui l’epopea di Gilgamesh è senza dubbio l’espressione più riuscita e sorprendente.