Cover image: Tommaso Ottieri, T. Olio su tavola, 70×70 cm, 2026 (dettaglio)
La poesia era, agli inizi della civiltà greca, grancassa dei potenti, recitata in piazza dai rapsodi per informare il popolo delle imprese guerresche sostenute dai grandi condottieri, epica narrazione di gesta presentate come eroiche. In seguito, il racconto si è fatto più intimo, più vicino alle vicende del singolo odisseo, pellegrino dell’avventura esistenziale, guerriero che intende tornare, dimentico delle sue colpe, a casa. Da questo momento la poesia è diventata un deposito di parole e di frasi aventi un ritmo preciso che ne permetteva la facile rammemorazione, la visitazione di stati interiori e di esplorazioni dell’animo e delle relazioni umane più o meno civili. Un deposito a cui attingere per trovare, come in un vecchio baule o in uno scrigno, quel che ciascuno voleva trovarvi, come se quel deposito potesse contenere risposte e ulteriori domande a chi lo interrogava e vi attingeva dubbioso e inquieto.
Infine, meditazioni sulla vita e sul suo significato si sono mescolate a denunce, racconti di ingiustizie, a proteste, a un’analisi del disagio mediante cui la convivenza umana viene condannata per i suoi crimini, svelandone crudeltà, ingiustizie, soperchierie, violenza, ipocrisie.
Non basterebbero cento vite per leggere tutte le poesie che sono state scritte, si è di fronte a una saturazione del fenomeno, evidentemente. La poesia è diventata ora un pozzo dell’abisso personale di persone che hanno visto trionfare il passato sul presente, presente ormai privo di senso e di futuro. Tutto ciò che è poesia viene riposto in un bagaglio divenuto troppo pesante da sostenere, un peso che grava e che non offre salvezza, inutile peso sulle spalle di un atlante vecchio e sciancato, l’atlante dell’umanità attuale decrepito e incapace di sostenere ciò che l’ha preceduto. Qualcuno potrebbe obiettare che resterà ben poco della poesia del passato, giacché gli uomini tendono a dimenticare, d’altronde le tanto decantate memorie elettroniche collasseranno, i cloud e l’enciclopedia di wikipedia un bel giorno scompariranno per un’improvvisa interruzione dell’energia che li alimenta, e forse così sarà. Qualcuno cancellerà la memoria dell’umanità e anche l’umanità stessa, di cui non resterà che un peso leggero, un clic, una luce che si spegne, un vuoto.
Qualcun altro più ottimista dirà che si farà una selezione dei migliori, ma chi deciderà e in base a quali criteri? Sarà come sempre, una questione tra correi o tra potenti che sceglieranno solo ciò che fa comodo loro, per creare un nuovo epos, il suono di una nuova grancassa e forse tutto ricomincerà da capo, per un processo di rifacimento dell’umanità pronta a commettere nuovi errori, nuove violenze, per produrre nuove ipocrisie, in nome della finzione umana e della finzione della poesia?

Il passato sovrasta con il suo spessore. È un accumulo troppo pesante per essere sostenuto. La letteratura, l’arte, la scienza oltre che la poesia sono divenute insostenibile retaggio che non offre più alternative. La strada dell’umanità appare senza ritorno, ciò che è stato tracciato era una puntigliosa attività di cancellazione delle alternative. La strada imboccata, sempre più stretta e circoscritta, non lascia scorgere alcun ampio orizzonte, illuminando solo macerie e detriti che, rotolando alle spalle, stanno per seppellire l’intera genìa umana. Ecco perché va di moda il romanzo giallo, perché nelle sue pagine si trova ancora una soluzione. Soluzioni innovative per l’umanità non se ne intravedono, perché ormai impensabili (le utopie sono scomparse dal panorama attuale), bisogna chiedere aiuto a un investigatore, a una forza esterna, a un dio, all’intelligenza artificiale. Si vive appiattiti sul presente, cioè sul passato che diventa sempre più vasto, divorando il presente a bocconi, passato enorme, schiacciante, irriducibile e infinito, la cui metafora è offerta dai rifiuti di plastica che ricoprono gli oceani, e da quelli che occupano vaste distese africane: le scelte effettuate nel passato e indicate allora come ecologiche e benefiche, si sono rivelate nocive e non emendabili. La Nemesi pare governare il destino umano. Le idee utilitaristiche si sono rivelate perniciose; il progresso è divenuto fine a se stesso, si deve sempre segnare una crescita aritmetica in più, il PIL deve costantemente superare se stesso, il consumo senza misure hanno orientato le decisioni di ogni ceo o cda aziendali. L’umanità è debole e infiacchita dal cambiamento climatico, in gran parte dovuto alle deforestazioni dell’Amazzonia che ha modificato il corso del Niño. Agli incendi estivi, allo scioglimento dei ghiacciai non si trovano rimedi. Il sistema economico ha stremato l’Occidente, che ormai vede la guerra come unico modello per tornare agli antichi fasti. Una stampella è l’A.I., ma riuscirà a sostenere questa vecchia umanità, a rigettare indietro l’immenso e ormai insondabile rimorso contenuto nell’immensa soffitta del passato? Il passato è rancore che grida il suo accumulo, è risentimento che schiaccia ogni altro sentire e riveste di sé ogni tentativo di fuga. Non sarà una risata a seppellire l’umanità, ma l’onda di un passato divenuto tsunami. Il passato finirà per travolgere i ricordi incancellabili dell’uomo, le sue paure e i suoi crimini, le meraviglie e gli incanti, estinguendone le velleità, i sogni, le rinunce, le obiezioni, le preghiere, la poesia.
