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The Odyssey: come Nolan ha ridato forma all’umanità di Odisseo

📌 In questo approfondimento

L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan rilegge il poema di Omero trasformando il mito classico in una riflessione sulla fragilità umana e sul rapporto con la Natura. Sostituendo gli dei antropomorfi con proiezioni psicologiche, il film reinventa la struttura ad anello per esplorare la memoria e l’ubris di Odisseo. Dal controverso taglio dell’inganno di Polifemo alla resa silenziosa delle Sirene, questa analisi svela come le deviazioni dal testo originale diano vita a un moderno syuzhet cinematografico.

Ἄνδρα (Andra, uomo)

Se l’Iliade inizia con la parola μῆνιν, menin, “rabbia” – la rabbia di Achille, feroce, ingestibile, che impone all’eroe di abbandonare i compagni sul campo di battaglia e introduce il lettore nella crudele realtà di una guerra che volge ormai al suo decimo anno – l’Odissea inizia in modo molto diverso.

Inizia con la parola greca ἄνδρα, che significa “uomo”. Siamo quindi accolti fin da subito nella vita di un uomo, non nel mondo di eroi straordinari e rabbia sovrumana. Nell’adattamento cinematografico di Nolan, trovo che questa umanità non si perda. Fra i tanti viaggi mappati dal poema, il film non rinuncia a quello dell’uomo attraverso la vita: L’Odissea, di Omero e di Nolan, ci mostra perfettamente gli effetti del tempo. 

Daniel Mendelsohn ha osservato che la narrazione dell’Odissea omerica si muove attraverso il tempo con lo stesso andamento tortuoso con cui Odisseo si muove attraverso lo spazio: la storia inizia in assenza di Odisseo ad Itaca, isola da cui il figlio Telemaco, che è già dal nome colui che combatte da lontano, parte alla ricerca di notizie sul padre scomparso da quasi vent’anni. Questa sezione del poema, la Telemachia, che inquadra la storia di Telemaco e l’infelice situazione della madre Penelope, si conclude alla fine del quarto libro ed è effettivamente posta in apertura anche nel film. 

Il poema abbandona quindi il figlio per restringere l’inquadratura sul padre, a cui gli dei hanno finalmente concesso di tornare a casa dopo la lunga permanenza sull’isola di Calipso; prima, però, è condotto nel regno degli ospitali Feaci, dove narra – occupando ben quattro libri – le avventure vissute dopo aver lasciato Troia. Nell’adattamento di Nolan i Feaci non compaiono e il lungo flashback di Odisseo viene invece ascoltato solo da Calipso, scelta che rinnega alcune scene particolarmente emozionanti del poema come il pianto dell’eroe quando ascolta il canto di Demodoco sulla distruzione di Troia e il dramma interiore della tenerissima Nausicaa. Ma Nolan non dimentica sicuramente tutta l’umanità di quel pianto solo inizialmente timido, che ha modo infatti di trasparire sul volto di Matt Damon in altre situazioni e, nelle stesse parole del suo personaggio verso la fine del film, quando Odisseo, ancora sotto mentite spoglie, dice a Penelope che i racconti su Troia sentiti negli anni lo hanno fatto piangere. 

Quindi la narrazione, nell’opera letteraria come in quella cinematografica, torna sulle avventure di Telemaco, per poi riprendere Odisseo che finalmente arriva a casa e riunire padre e figlio nella ripresa del controllo sull’isola contro ogni mira dei pretendenti. Questa narrazione che non procede in linea retta ma in cerchi ampi e gravidi di storie è complessa e forse, proprio per questo, nessuno meglio di Nolan avrebbe saputo adattarla al grande schermo (grande più del solito, oltretutto, considerata la scelta di riprendere tutto in pellicole Imax 70 mm). Le spirali associative su cui si basa la “composizione ad anello” corrispondono di fatto al modo in cui tutti noi raccontiamo storie nella nostra vita quotidiana, passando da un episodio all’altro nel tentativo di chiarire la storia da cui siamo partiti, che è anche la storia a cui alla fine torneremo. 

Ἀπόλογοι (Apologoi, narrazioni) 

La sezione del poema, ed il suo cuore, in cui Odisseo ripercorre le proprie avventure dopo la vittoria sui troiani, è nota con questo nome, apologoi, “narrazioni” in greco.

Nel poema l’inizio delle narrazioni è un importante momento di rivelazione: Odisseo rivela ai Feaci di essere proprio quell’eroe di cui il cantore, Demodoco, ha narrato le gesta. E tutti, ora, vogliono ovviamente ascoltare la storia da chi l’ha vissuta, quindi Omero cede a Odisseo il ruolo di narratore, affabulatore, favolista. E’ straordinario, come nota Martin Puchner, professore di letterature comparate all’Università di Harvard, che Omero, il poeta (o i poeti) che ha compiuto la transizione alla parola scritta nella narrazione epica, preservi anche la gloria dell’antica tecnica orale celebrando aedi, cantori, bardi. E ne è l’esempio più eloquente il fatto che lo stesso Odisseo sia trasformato in un celebre cantore. 

Nel film, Nolan conserva la metanarrazione dunque l’incontro con il Ciclope, Circe, le Sirene, i Lestrigoni e il faticosissimo passaggio fra Scilla e Cariddi sono rievocati dallo stesso Odisseo, ma – variazione palese rispetto al poema – hanno come sola uditrice una Calipso che dopo sette anni sceglie di non drogare più il suo ospite con il loto e permette che egli si ricordi il suo passato e la sua unica meta futura. Non perde comunque fascino questa ninfa – come potrebbe, è Charlize Theron – decisamente meno possessiva e irresistibile di quella omerica, che invece fa di tutto per aggrapparsi all’eroe. 

Ma vorrei ancora dedicare spazio all’importanza del ruolo dell’aedo in Omero e in Nolan, che ha convocato nel cast un cantore moderno per interpretarne uno antico. In effetti, la scelta di aprire il film con Travis Scott che avvia il racconto sulle gesta eroiche di Odisseo, salvo essere poi interrotto da Penelope ferita, mi è parsa assolutamente appropriata. C’è qualcosa di affascinante nell’abilità del cantore di controllare la narrazione: nel proemio dell’Odissea, il poeta chiede alla Musa persino iniziare a cantare da dove preferisce, in un punto qualsiasi, autorizzandoci ad entrare in scena in medias res, nel bel mezzo degli eventi. E poi è sempre chi canta a riportarci indietro e fare anche inaspettati salti temporali in avanti. Nel film, quando il primo aedo, Travis, batte il bastone sulla terra aprendo il racconto con 

A face
A fleet
A war
A man
A thought
A trick

ho sentito un brivido, lo stesso, credo, che deve aver scosso per secoli popoli interi, proprio nei pochi attimi prima di ascoltare quella storia e tornare ad emozionarsi. 

Per quanto riguarda il contenuto stesso degli apologoi, Nolan sprigiona magistralmente tutto il potenziale stilistico – che, oramai, da lui ci aspettiamo – con riprese dall’alto che lasciano senza fiato e inquadrature sui personaggi in primo piano, contro uno sfondo ampio e sfocato,  dotate di nitidezza sorprendente. 

L’episodio del Ciclope messo in scena da Nolan mette in luce uno dei cambiamenti più significativi del film. Mettendo da parte, per un attimo, il criticatissimo taglio dell’inganno di Nessuno operato dal regista, ciò che risulta evidente è il rifiuto da parte di Odisseo di comunicare con Polifemo benché possa farlo perché capisce che cosa dice. Un compagno di Odisseo nota infatti che il gigante monoculare parla una lingua comprensibile e avanza l’ipotesi di trattare quasi diplomaticamente con lui per evitare che altri uomini dell’equipaggio finiscano divorati, ma Odisseo gli chiede: “Tu parleresti con le formiche?”. 

Procede quindi ad accecare il Ciclope, permettendo la fuga dei compagni e la propria, ma non lascia l’isola senza scagliare un’ultima freccia contro Polifemo, come se cercasse di schernirlo, pieno di arroganza, prima di lasciare la caverna. Anche nel poema, senza dubbio, Odisseo dà prova di tutta la sua ubris: infatti, nel racconto ai Feaci, prima dell’episodio vero e proprio dà qualche informazione sui Ciclopi, che appaiono come mostri primitivi che vivono senza leggi, isolati l’uno dall’altro, senza rudimenti di coltivazione o allevamento; poi, quando racconta l’ingresso e la permanenza nella caverna di Polifemo, veniamo a sapere che in verità il “mostro” ha molto a cuore il proprio gregge di pecore, produce il formaggio, e dopo la fuga di Odisseo gli altri ciclopi cercano di aiutarlo quindi esiste una certa forma di solidarietà fra loro. 

Tuttavia, anche se il modo in cui Odisseo introduce ai Feaci l’esperienza con il Ciclope rivela un pregiudizio da parte sua, leggiamo che qualche interazione con lui c’è: se nel film Polifemo parla la stessa lingua di Odisseo e i suoi compagni, ma non c’è alcuno scambio fra loro, nel poema non parlano lo stesso greco, ma la comunicazione non è del tutto assente, per quanto Odisseo la presenti in modo che lui sembri il greco superiore e civilizzato che si sforza di capire un barbaro e tutto il resoconto risulti così auto-elogiativo.

Inoltre, Odisseo dà ai Feaci una buona ragione per crederci – nella sua superiorità, intendo. E’ infatti riuscito a scappare grazie all’astuto gioco di parole, particolarmente affascinante, oltretutto, se si legge il testo omerico in greco: quando Polifemo chiede “Qualcuno [μη τις, metis] mi uccide”, Odisseo risponde “Nessuno [οὔτις, outis] ti uccide”, ma in questo punto dell’epopea, Odisseo è davvero qualcuno e nessuno al tempo stesso. E’ qualcuno perché è vivo. E’ nessuno perché gli altri non lo sanno. E’ un uomo che deve reclamare la propria identità. Inoltre, me tis in greco doveva pronunciarsi come il sostantivo metis, che significa “intelligenza ingannatrice”, perciò il doppio senso che gli ascoltatori avvertivano era duplice, perché Odisseo è nessuno, ma anche qualcuno, con l’inganno. Questo è uno dei passi più affascinanti del poema, anche dal punto di vista linguistico, perché l’insidia, il trucco, sta non solo nel significato delle parole ma anche nel loro significante.
Essendo stato rimosso dal film, la percezione che abbiamo di Odisseo non può essere la stessa che ne abbiamo leggendo il poema, quando rimaniamo incantati dal suo racconto come fossimo noi i Feaci che lo ascoltano –  come voleva Odisseo, in effetti, che monta la narrazione in modo da lasciare un’ottima impressione su coloro che, lui lo sa, hanno i mezzi per riportarlo finalmente a casa.

Da spettatrice del film, invece, l’Odisseo di Nolan mi è parso tanto arrogante quanto quello che conoscevo ma meno furbo e addirittura malvagio: nel poema Odisseo si limita a rivelare il suo nome quando ormai è salvo perché è così fiero di sé, così vanitoso, che vuole essere conosciuto e ricordato, nel film, fa ancora più male a Polifemo scagliando quella freccia non necessaria che gli costa quasi la vita. Forse per Nolan il senso è lo stesso? Eccesso di ubris? Può darsi. 

Mi è sembrata invece straordinaria la scena delle sirene, in cui Odisseo, consapevole che sarà debole, ma terribilmente attratto dal canto, chiede ai compagni di essere legato per poterlo ascoltare senza inseguirlo. Tuttavia Nolan non ci fa sentire alcun canto. Scorgiamo a malapena le sirene sugli scogli. È quasi frustrante rendersi conto che non possiamo sentire nulla ma è proprio questo il punto. Con il solo sottofondo dell’indescrivibile melodia composta da Ludwig Goransson, Matt Damon esprime sul proprio volto tutti i segni di un uomo suscettibile alla debolezza, ma consapevole di esserlo. Il riconoscimento della propria umanità salva Odisseo. Andra

Τὸ θεῖον (To theion, il divino) 

La dimensione divina nell’Odissea di Nolan è evidentemente trasformata rispetto alla tradizione, ed è davvero apprezzabile – aggiungerei. 

Nell’epica antica gli dei non sono affatto una presenza trascurabile; vivono qualche metro al di sopra degli uomini, ma ne condividono sostanzialmente emozioni e comportamenti, litigano e hanno debolezze.  

Il conflitto fra troiani e greci è specchiato da un contrasto simile fra gli dei ed è per questo che Atena protegge un greco e Afrodite un troiano; sicuramente, gli dei sanno di più, possono fare di più, ma in molti modi sono abbastanza umani. E nel poema a volte intervengono per far progredire la trama o fornire a Odisseo un pezzo di equipaggiamento di cui ha bisogno o dargli un’informazione necessaria ad affrontare la prossima avventura, quindi in questo senso sono anche un macchinario scenico. Odisseo è campione di diplomazia nei confronti degli dei e delle figure semidivine come ninfe o ciclopi, quindi leggiamo che non rinuncia mai ad un confronto verbale (con Calipso anche fisico) con essi. 

Nel film, questo contatto col divino è decisamente più scarso, non sentiamo la pressione “dall’alto” di divinità antropizzate, veniamo a sapere che prima della guerra regnava un equilibrio, una specie di età dell’oro in cui i popoli vivevano sotto leggi e commerciavano tra loro nel rispetto di dei comuni, e che la guerra ha distrutto questa pace. Ma la guerra la fanno gli uomini, quindi è colpa loro, e in effetti la punizione – che non chiamerei più divina, ma “naturale” – c’è ed è terribile, morti su morti, mura distrutte, donne e bambini abbandonati, statue decapitate.

Una scena verso la conclusione del film, quando Odisseo ripercorre con Penelope (che ancora non l’ha riconosciuto) le sofferenze della guerra dopo la riuscita dell’inganno del cavallo, mostra la decapitazione del Palladio, la statua raffigurante Atena che – secondo la leggenda – sarebbe rimasta in piedi come baluardo dell’integrità di Troia fino a che questa, ovviamente, non fosse stata distrutta; immediatamente, il volto marmoreo prende le sembianze di quello di una donna, forse la dea Atena in carne ed ossa, interpretata da Zendaya, che ha accompagnato Odisseo per tutto il film. Atena è l’unica divinità a cui vengono dati corpo e voce, ma che solo Odisseo può vedere e sentire; è come un’allucinazione, la proiezione di un suo pensiero, forse il senso di colpa, che si accende in diversi momenti per guidarlo alla consapevolezza di chi era prima della guerra che ha degradato lui ed il mondo.

Il pantheon divino, anche se ne avvertiamo la presenza (Telemaco ripete sempre di rispettare le leggi dell’ospitalità perché l’ospite potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie), è privato della carica fantastica che ha nell’epica, è dissacrato. Il rapporto fra uomo e divinità è mutato in quello fra uomo e Natura, che scatena tutta la potenza di un dio, ma senza assumerne mai la forma, quando l’uomo, arrogante e superficiale, le fa del male. Così Odisseo affronta il mare, non solo come conseguenza di Poseidone adirato, ma anche e soprattutto come entità naturale non rispettata e offesa da uomini impegnati in una guerra violenta. L’enorme punizione di Odisseo – che ha permesso con l’inganno del cavallo (straordinario nel film) la distruzione di una città e del suo popolo, fatto emblematico della più grave distruzione di un mondo innocente, che non conosceva indegnità -, e dei suoi compagni, che però soccombono, è proprio la rivolta della Natura contro di loro. Alla fine di questo travagliato viaggio di naufragi, morti e dolore, Odisseo apprende davvero la propria fragilità di fronte alla grandezza della Natura, un messaggio che noi moderni dovremmo saper cogliere. 

Fabula e syuzhet

Non manca di certo chi critica il film perché non è la riproduzione esatta del poema. Vorrei dire in proposito una cosa.

Alcuni anni fa alcuni formalisti russi hanno introdotto la distinzione tra fabula e syuzhet: fabula è la successione cronologica degli eventi, presentati quindi così come si sono verificati nel tempo, syuzhet è ciò che il poeta ne fa. Già l’autore dell’Odissea, tenendo conto che potrebbe non essere uno e potrebbe non essere Omero, ha scelto gli eventi dalla fabula e ne ha invertito l’ordine, vi ha apportato modifiche creando certi effetti, ha fatto dello stesso Odisseo l’aedo della sua storia in modo che gli elementi del tutto fantastici in essa fossero legittimati dal fatto che chi li raccontava, Odisseo appunto, potesse essere celebrato quindi aiutato.

Da quel momento storico in avanti, essendo stato fissato un testo per l’Odissea, esistono quindi varianti autoriali che possono imporsi su altre lezioni saltate sulle bocche degli uomini di generazione in generazione. Ma non dobbiamo dimenticare che l’Odissea è una storia di esseri umani per gli esseri umani, prodotta dall’incessabile necessità di raccontare, di parlare, di stare insieme; quindi la versione di Nolan, oltre ad essere straordinariamente moderna, è anche pienamente legittima come ogni altra versione orale che ha trovato luce nel proprio tempo e che a seconda di esso è stata interpretata.

Anche Nolan ha preso i fatti dalla fabula e ne ha fatto un film, una traduzione, uno syuzhet che difficilmente potremo dimenticare. E se la sua ispirazione per questo capolavoro è stato un capolavoro  di quasi tre millenni prima, allora è proprio vero che un classico non invecchierà mai. 

Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts