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“Ciò che fu mai più sarà”: Iosonouncane e Devendra Banhart, due concerti allo specchio

Ci sono due figure con la barba allo specchio, pallidi nonostante il sole di Caracas e Buggerru. Sono soli, la bocca sul microfono e la chitarra in braccio. Quello sulla sedia al centro del palco che assomiglia a una prateria nera, parla, parla anche nel mezzo di una canzone che poi dimentica o non ha voglia di proseguire. L’altro sta in piedi su un palchetto risicato e non parla quasi mai. I pini marini della Casa Del Jazz sciamano di zanzare strafatte dall’afa di Roma e, mandrie di cavalli brucano la montagna di Paesaggi Sonori a Forca di Castiglione, quando dallo specchio spuntano i piedi di uno nel mondo dell’altro.

Sul sedile posteriore Iosonouncane viene accompagnato al concerto

Alla Casa del Jazz c’è un ammasso di amplificatori che ombreggiano file di sedie e, nonostante al centro vi appaia un gigante seduto alla chitarra, un cinico del IV secolo a.C. che comincia così: “Un bravissimo fotografo, un signore ucraino, ha questa sofferenza molto personale, io vengo dal Venezuela quindi ho questa mia sofferenza molto personale in questo momento, voi avete la vostra sofferenza molto personale, il vostro mondo sta soffrendo, ma voglio ricordarvi che per quanto terribile il vostro vissuto personale possa essere, vi dirò quanto in realtà siate parecchio fortunati, perché per quanto schifosa possa essere la vostra vita, nessuno qui è in prigione. Ok? Nessuno qui è in prigione. Sebbene la notte sia ancora giovane (e chissà cosa accadrà più tardi), per il momento nessuno è in prigione, e ho ricevuto una lettera da qualcuno che era in prigione che diceva ‘Mi manca il cielo’, quindi pensate al privilegio che abbiamo di poter vedere le stelle, il cielo, questi bellissimi alberi, e non ho mai apprezzato gli alberi come per l’ombra che forniscono qui a Roma, un tale sollievo…”

L’altro è cinto da un paio di casse che ogni tanto fanno i capricci, abbaia come un pastore randagio che riordina una mandria di teli: “Un disastro, un disastro”. Non parla molto, noi men che meno mentre lo vediamo crescere e diventare montagna o è la montagna a imitarlo, non lo so, ma qualcosa di massiccio è successo mentre questi due universi cominciavano a scambiarsi. 

Se volete cantare non vi sgrido, potete farlo. Anzi cantate perché il tema io lo faccio veramente di merda, quindi se lo fate mascheriamo questa cosa”.

Attraversare il sentiero nel bosco di Paesaggi Sonori innesca un processo fisico-chimico che sarebbe sleale accostare a quello isterico di mezzi per la Casa del Jazz. Apertivi o meditazione guidata. Zanzare o grilli. Scarpette e piedi nudi. Prezzo del biglietto, anni e dischi in carriera. Tutto appare contrapposto tranne che nella materia prima, quella si può specchiare: testi eterei, profondi e multilingue, composizioni minimali e orchestrali. Uno viene scoperto da Michael Gira degli Swans, l’altro fonda un’etichetta e scopre Daniela Pes. Sono vent’anni che aspetto il primo, è la terza volta che incontro il secondo, eppure, per una sera, sono due facce della stessa medaglia.

Tredici dischi in ventiquattro anni e Devendra Banhart non sa che pesci pigliare. Incoraggia il pubblico a formulare richieste, le grida dei titoli ammutoliscono persino le cicale, ma è un inganno utile al guru del freak folk per appallottolarle insieme e gettarle nel cestino. Il suono è così basso che si direbbe un concerto acustico in tutti i sensi. Le esecuzioni degne di nota, o semplicemente interpretate dall’inizio alla fine, si contano sulle dita di una mano, tra cui Little Yellow Spider, preceduta da una confessione sulla sua genesi:

“Ho scritto questa canzone quando ero molto giovane. Ero in un parcheggio coperto e voglio confessare una cosa, è come portare uno zaino pieno di mattoni, questo ragno che ha iniziato ad arrampicarsi e arrampicarsi su di me, era rosso, e ho preso questa libertà artistica, mi ha davvero imprigionato in questo bozzolo di vergogna e bugie, perché voglio ammettere stasera, mi sento finalmente abbastanza al sicuro da poter ammettere che il ragno, era rosso! E per paura che mi chiamassero ‘Musicista per bambini’ dovevo metterci dentro alcune… Dovevo, dicevo, metterci alcuni ‘Goddamn’ e qualche riferimento a rapporti sessuali tra uomo e animale per assicurarmi che non venisse presa come una cosa per bambini, perché non mi piacciono i bambini.”

Nel seno della montagna, Iosonouncane fa tremare una terra che di scosse se ne intende. Vedrai, Vedrai uno abituato a vivere tra le ombre dell’elettronica uscire allo scoperto con la faccia dorata dal tramonto. Come se Jacopo Incani tosasse per il ballo di una sera Iosonouncane, così da restituire il cantautore del passato, presente e futuro che tutti conosciamo come il più grande della nostra generazione. Quella voce, o meglio, quelle voci entrano nelle pietre e nelle cape toste sedute a terra, incantante nel vedere il legno della chitarra torcersi come i faggi di qualche cresta più in là. Le zampe di Jacopo le stritolano il collo, scempiano le corde, a fine concerto rimarrà solo la brace. Se Devendra tesse le corde con la seta e sospira parole che incantano sirene, Iosonouncane scorda, stona, sputa e bestemmia. Accecato da un’ira in grado di sollevare maree in alta quota.

“Non a caso però, con una logica musicale, matematica…”

Ci vuole uno sforzo enorme per dare una lettura al comportamento di un personaggio inclassificabile come Devendra Banhart. Certo, se lo stesso “concerto” fosse stato gratuito e in spiaggia… ma è un virtuoso che rifiuta di esibirsi a comando, è la leggenda che concede il palco a un ragazzo a caso del pubblico, e da cui scopriamo amaramente che, in fin dei conti, le casse funzionavano. È un artista che scimmiotta la sua arte, sostituendola con parole che uscivano sagge e ironiche allo stesso tempo, ma che a lungo andare giungevano frivole. Durante la serata Il telaio del tappeto ha preso a sfaldarsi sotto i capricci del suo autore, cominciando una manovra che lo porterà lentamente a precipitare. Per un attimo è sembrato intenzionato a ricucire lo strappo concedendo una versione di Quedate Luna fresca come il suo lato invisibile. È un bambino che gioca con la chitarra e con il pubblico, che legge poesie in italiano. Ma il tappeto oramai è pieno di buchi e non può impedire né lo schianto del momento né quello degli ultimi cinque album. 

Mezzo accartocciato riesce a rialzarsi per compiere il gesto più coerente della serata: “E questo è tutto, questo era il concerto… Ma ho una domanda veloce, c’è qui qualcuno che scrive canzoni, cioè, dico qualcuno che davvero vuole scrivere canzoni ma non ha una chitarra? Non sto facendo questa domanda come una sorta di numero, è solo che è l’unico momento in cui posso chiederlo perché ho il microfono, quindi alzate la mano se non avete una chitarra. C’è qualcuno che non ha una chitarra e vuole scrivere canzoni? Alzate la mano o venite vicino al palco per favore. Ecco, vieni qui, prego, prego.” Così uno degli ostaggi si alza, una ragazza, si avvicina ai piedi del palco, lui le porge la chitarra e il sorriso. Poi prosegue: “Dunque, lo spettacolo è finito e ora ho un saluto speciale per voi. Per congedarvi nella notte ho una cosa speciale per voi, è una canzone che ho scritto dove campiono alcuni dei miei eroi preferiti, campiono alcuni canti di monaci tibetani, un po’ dei Grateful Dead, un po’ di Vashti Bunyan, un po’ di Joan Armatrading… e questo è quanto, quindi ora ve la suono, questa canzone che ho scritto in cui campiono persone che amo, mentre andate via nella notte… Fate quello che dovete fare, speriamo non finiate in prigione e di nuovo, cerchiamo di essere il più compassionevoli e grati, davvero, compassionevoli verso gli altri e grati per ciò che abbiamo…”. Il pubblico che aveva attraversato lo specchio rifiutando le sedie per sdraiarsi sul prato, passa di nuovo dall’altro lato, precisamente sotto al palco, ballando quel ritmo mezzo House, mezzo Dub, che fa sciogliere ogni tentativo di decifrare quell’uomo con barba camburada.

“Non distraetevi però, stavate andando benissimo. Restiamo concentrati per favore”.

Le parole di Jacopo, invece, rimbalzano su pareti rocciose, spinte da una chitarra classica e una melodica, attraverso Finestre di Dolore di questa Sporca Estate, e ci investono come un’onda a cui vetro e cemento non avrebbero mai potuto reggere. Davanti a un’esibizione di tale portata è chiaro come Jacopo Incani avrebbe potuto essere ogni cosa e in ognuna di queste sarebbe stato grande. Preso sottobraccio dalle creste, i fiori e i cavalli, davanti a centinaia di persone calme come le vacche indù, dimostra che la sua arte è anche quella che decide di non fare. Così mentre cade il sole, cielo come la terra, all’unisono come stormi il pubblico applaude e i cani abbaiano. 

Era la chitarra a torcersi o eravamo noi? Marcello Veneziani spiega che l’incontro con un maestro e le sue opere producono un cambiamento. Probabilmente è per questo che da quella montagna siamo scesi tutti un po’ cambiati.

Non so cosa stia succedendo. Grazie”.

Traduzione dei discorsi di Devendra Banhart a cura di Sergio Dal Pra. 

Foto di Federico Perillo

Daniele Perillo

Daniele Perillo

Cameriere scoordinato dal 2004View Author posts