L’Odissea, sceneggiata, diretta e co-prodotta da Christopher Nolan, è arrivata nelle sale cinematografiche italiane il 16 luglio scorso. Il film, che intende ripercorrere le epiche imprese di Ulisse (Odisseo), ha fatto molto discutere per l’interpretazione modernista delle vicende attribuite al genio creativo del mitico Omero.
La trama
Vediamo innanzitutto di sintetizzarne rapidamente la trama, in modo da evidenziare le principali differenze con il poema omerico. Ulisse, re di Itaca e grande eroe della guerra di Troia, alla quale di tanto in tanto la pellicola fa riferimento, è tenuto prigioniero dalla ninfa Calipso sull’isola di Ogigia. L’eroe perde la memoria del suo passato a causa delle misture a base di fiori di loto che la donna gli somministra di continuo. La scena si sposta sull’isola di Itaca, dove il disordine e la confusione regnano sovrani. I pretendenti di Penelope, regina e moglie di Ulisse, capeggiati dal perfido Antinoo, intendono costringere la donna a prendere marito, allo scopo di escludere suo figlio Telemaco dalla successione.
Pochissimi sono coloro che ancora credono che Ulisse possa tornare a casa: tra questi Penelope, Telemaco, Eumeo ed il vecchio cane Argo. Ed è proprio nei confronti di questa dolce creatura, che Ulisse aveva scelto, nutrito ed allevato fin da cucciolo, che l’eroe verserà le uniche lacrime del poema, secondo la versione omerica. Il principe Telemaco, intanto, decide di partire per Sparta per incontrare Menelao, in compagnia della moglie Elena, indicata come il principale motivo di discordia della guerra di Troia. Mentre Telemaco cerca di acquisire notizie del padre, Antinoo ed i suoi gregari organizzano un attentato contro il ragazzo.
La scena del film si sposta costantemente su due piani narrativi: Itaca ed Ogigia. In maniera progressiva nella mente di Ulisse riaffiorano immagini del passato. L’eroe ricorda di essere stato l’astuto ideatore del “cavallo” per entrare nell’inespugnabile città di Troia, sacrificando il fidato Sinone, a sua volta ingannato tanti prima da Antinoo a prendere il suo posto. Si potrebbe dire che conquistata la città di Troia, gli Achei vincono ma perdono l’anima. Emblematica è la decapitazione della testa di Atena nel grande tempio dedicato alla dea, che di frequente la pellicola ripropone, volendo rappresentare l’apice della violazione delle leggi divine ed umane.
In maniera parallela e convergente, mentre ricorda, ad Ulisse appare in visione una giovane sacerdotessa che, impersonando lo spirito immaginario della dea Atena, funge al contempo da coscienza dell’eroe e da narratrice. Ulisse continua a ricordare le mille peripezie del viaggio di ritorno, dal devastante incontro con Polifemo, figlio di Poseidone, al massacro dei suoi compagni ad opera dei Lestrigoni, fino all’apparente rifugio presso la dimora della maga Circe, che trasforma buona parte dei suoi uomini in maiali. Ma Ulisse, anche in questo caso, riesce ad essere convincente, spezzando i suoi incantesimi ed ottenendo dalla maga un prezioso vaticinio: soltanto, dopo aver consultato il cieco Tiresia nel regno dei morti, potrà trovare la strada verso Itaca.
Nel regno dei morti, dopo aver parlato con l’indovino, che gli predice che soltanto lui sopravvivrà, Ulisse incontra l’ombra di Sinone che gli chiede di vendicare l’antico torto subìto da Antinoo. Il viaggio riprende e l’eroe, pur avendo appreso la triste profezia, si adopera per cercare di salvare i suoi uomini. Le difficoltà continuano e il numero dei compagni diminuisce sempre di più, dovendo confrontarsi con difficilissime prove come il canto delle sirene ed il superamento del braccio di mare, idealmente identificato con lo Stretto di Messina, dove Scilla e Cariddi terrorizzano tutti i natanti di passaggio.
Arrivati a Trinacria, Ulisse ammonisce i suoi compagni a non toccare i buoi sacri ad Apollo. Tuttavia, pur avendo prestato giuramento, i marinai stremati dalla fame, di nascosto, uccidono gli animali ed organizzano un banchetto notturno. La vendetta divina non si fa attendere: Zeus scatena una terribile tempesta e tutti i soldati, tranne Ulisse, periscono. Il re di Itaca, su un misero relitto, giunge così sulle rive dell’isola di Ogigia dove Calipso si prende cura di lui, se ne innamora e lo tiene con sé per sette lunghi anni. Nel cuore di Ulisse ritorna il desiderio nei confronti della moglie Penelope e, seppure a malincuore, Calipso lo aiuta a costruire una zattera per tornare verso casa. Dopo l’ennesima prova tra i flutti del mare, Ulisse riesce a raggiungere Pilo e, travestito da mendicante, salva il figlio Telemaco dall’agguato ordito da Antinoo.
Fingendosi Sinone, sempre nelle sembianze di mendicante, Ulisse torna ad Itaca al suo palazzo, dove lo riconosce soltanto il vecchio cane Argo che, dopo aver atteso per vent’anni il suo padrone, può finalmente morire in pace, costretto a vivere su un mucchio di letame dai crudeli “pretendenti” della regina Penelope. Telemaco, accortosi della vera identità del misterioso mendicante dallo scodinzolare di Argo, mantiene il segreto, organizzando tacitamente con il padre la riconquista del palazzo e del trono. Riteniamo opportuno non spoilerare il finale con i suoi presunti insegnamenti morali, a beneficio di chi non avesse ancora guardato il film.
Le scelte stilistiche di Christopher Nolan
Non è stato affatto facile per Nolan portare sul grande schermo un’opera letteraria così imponente e complessa come l’Odissea. Ciò ha comportato notevoli modifiche, tagli ed ardite reinterpretazioni. Cerchiamo di riassumere, a questo punto, le differenze più importanti.
Forse la discrasia più eclatante rispetto al poema omerico riguarda proprio le caratteristiche del personaggio di Ulisse. La produzione americana lo costruisce intorno all’esperienza traumatica della guerra di Troia, consumato dal senso di colpa per il grande inganno perpetrato con il cavallo, nonché per non aver saputo proteggere i suoi uomini, sul tramontare di una civiltà, quella del bronzo, di cui saranno cantate per secoli le gesta fino alla codificazione omerica avvenuta alcuni secoli dopo gli eventi narrati. Del resto, il film è stato concepito per conquistare una vasta e variegata platea di spettatori, anche a digiuno di studi classici.
Alcuni personaggi scivolano via veloci ed altri appaiono molto diversi dalla versione omerica. La figura di Polifemo un pò delude, così gigantesco ma senza un vero e proprio appeal inquietante e soprattutto privato del memorabile confronto con Ulisse che, nel poema, lo inganna attraverso un’impareggiabile dialettica filosofica, presentandosi come “nessuno”. Gli eventi di Calipso e dei Lotofagi si sovrappongono e si risolvono in una vicenda legata al trauma, alla droga ed al senso di colpa. Alla stessa Calipso è affidato il compito di aiutare Ulisse a costruire la zattera per tornare verso Itaca, mentre nel poema è la regina dei Feaci, Nausica, a spingere l’eroe verso la sua patria, episodio eliminato dalla produzione americana.
I Lestrigoni poi sono presentati come guerrieri misteriosi e non come giganti cannibali, mentre lo struggente incontro con Achille nell’Ade raccontato da Omero viene sostituito con la richiesta di vendetta da parte del fantasma di Sinone. Anche la figura di Circe subisce una profonda trasformazione: nella produzione di Nolan, la maga trasforma gli uomini in bestie per evitare che possano manifestare atteggiamenti violenti, quasi a voler sottintendere un passato di abusi e di difficoltà. Nel poema Ulisse rimane un anno in compagnia della strega e riesce a salvare i compagni solo grazie ad un antidoto donatogli da Hermes. Abbastanza fedeli al testo originale, appaiono le sequenze relative alle sirene e al binomio Scilla/Cariddi. Nolan in maniera intelligente rende sfumata ed eterea la presenza delle sirene, il cui canto è così sublime da non poter essere reso da alcuna armonica melodia umana.
Per quanto riguarda il mondo divino, Atena e gli dèi, fondamentali nelle descrizioni omeriche, appaiono fortemente ridimensionati, assumendo le forme di proiezioni mentali e non intervenendo direttamente nelle sorti dei protagonisti. Tale rappresentazione moderna e modernista non corrisponde affatto alla visione del mondo olimpico da parte dell’autore o degli autori dei poemi omerici. Come Ulisse, anche Penelope e Telemaco si impongono come figure ampiamente rimaneggiate. La prima assume una posa più intimista, riflessiva e filosofeggiante rispetto alla regina omerica, al punto da riconoscere il marito dalla condivisione delle esperienze vissute insieme, mancando nel film l’episodio della “prova del letto” e sostituito dalla consegna rivelatrice della spilla apotropaica. Il secondo appare meno violento e forse anche più coraggioso, per la scelta di eliminare dal film l’esecuzione per impiccagione delle dodici ancelle infide.
Una menzione di tutto rispetto la voglio riservare ad Argo, al quale ho già accennato in precedenza. Il cane diventa quasi il cuore emotivo del film, in quanto non appare soltanto al momento del ritorno di Ulisse, come avviene nel poema. Nolan lo rende infatti un personaggio a sé stante, mostrandolo in varie fasi della sua vita. Per interpretare il cane più famoso della letteratura occidentale, il regista americano sceglie un Podengo portoghese, una bella creatura la cui origine risalirebbe proprio al periodo proto-storico a cui si riferiscono gli eventi raccontati da Omero.
Le riprese del film si sono susseguite molto rapidamente, coprendo un periodo di neanche sei mesi (dal 25 febbraio all’8 agosto 2025). La maggior parte delle scene sono state girate in Sicilia, a cui si aggiungono altre località internazionali situate in Islanda, Grecia, Marocco e Scozia. A Favignana nelle isole Egadi, viene immaginata la mitica Itaca, in particolare fa da sfondo il castello di Santa Caterina, un’ex fortezza saracena e normanna arroccata sopra il porto. Altre riprese sono state svolte nelle isole Eolie, cercando di sfruttare la bellezza di paesaggi straordinari come Lipari e Vulcano. Della Grecia, Nolan sceglie il Peloponneso, per le sue coste ancora selvagge e non troppo frequentate. Tra le location elleniche si distingue Acrocorinto, una fortezza in cima ad una collina adoperata nell’antichità come formidabile punto di osservazione ed il castello di Methoni in Messenia, posto su una penisoletta che si affaccia sul Mar Ionio. Per rappresentare la dimora della maga Circe, la produzione americana individua le rovine del castello di Findlater in Scozia, circondato da impervie scogliere bagnate dal Mare del Nord. Come luogo dove ambientare il regno degli inferi, Nolan non poteva che scegliere l’Islanda, la terra del fuoco e del ghiaccio. In Marocco, invece, e precisamente nella località di Ait Benhaddou, un tempo importante tappa sulla rotta commerciale verso l’Africa sub-sahariana ed oggi annoverata tra i siti protetti dall’UNESCO, si consuma la lunga permanenza di Ulisse nell’isola di Ogigia tra le braccia di Calipso.
Il cast di prestigio voluto da Nolan ha sicuramente rispettato le aspettative. Efficace si è rivelata la performance di Matt Demon nei panni di Ulisse, indiscussa star di Hollywood, forse troppo yankee per interpretare l’eroe omerico. Elegante ed adattata quasi perfettamente al ruolo di Penelope, appare l’ottima Anne Hathaway, nell’età matura che l’ha consacrata tra le dive più apprezzate del panorama cinematografico. Ben riuscita è apparsa anche l’interpretazione di Calipso da parte di Charlize Theron, che si spoglia della consueta algida eleganza, per entrare nell’anima di un personaggio sospeso tra le pieghe del tempo su un’isola lontana ed onirica . Di particolare pregio è stata l’esecuzione di Samantha Morton nel ruolo di Circe: non una strega inquietante dell’iconografia medievale e nemmeno una sofisticata maga stile New Age, ma una donna che vive emarginata, seppure dotata di straordinari poteri, quasi una creatura che trasuda energia primordiale. Ha fatto molto discutere la scelta della Elena di colore, l’attrice premio Oscar Lupita Nyong’o, che nel contempo si cala anche nella parte della sorella gemella Clitemnestra, la cui vicenda accennata nell’Odissea troverà la sua più compiuta elaborazione nell’omonima tragedia di Eschilo. La regina, infatti, con l’aiuto dell’amante, uccide il marito Agamennone, tornato vittorioso dalla guerra di Troia, a causa di un rancore covato a lungo per il sacrificio propiziatorio della piccola figlia Ifigenia voluto dal re degli Achei prima del conflitto.
I puristi hanno fortemente contestato la scelta di Nolan, che avrebbe tradito l’aspetto canonico della moglie di Menelao ed amante di Paride, luminoso, biondo o comunque chiaro, che la tradizione classica attribuisce ad Elena. I sostenitori hanno invece sottolineato la fluidità del mito, rivendicando una sorta di totale libertà dell’arte cinematografica. Ritengo piuttosto convenzionale, seppure talentuosa, la recitazione di Tom Holland nei panni di Telemaco, mentre vivace e commovente è stata la performance di Kate Fugli nel ruolo di Euriclea, la fedele nutrice che riconosce Ulisse al contatto con la sua cicatrice, ma mantiene il segreto, dopo aver recepito un empatico ed esplicito gesto da parte dell’eroe. La colonna sonora delle peripezie di Ulisse è stata curata dal compositore Ludwig Goransson, che aveva collaborato con Nolan già in importanti pellicole come Tenet e Oppenheimer.
Nell’analisi complessiva del film, abbiamo già accennato al fatto che Ulisse viene presentato soprattutto come un uomo tormentato dalla colpa e dal rimorso, mentre nel poema omerico è un eroe orgoglioso, consapevole delle proprie capacità, che sfida il fato, superando ostacoli e tentazioni, per tornare in patria e riconquistare la propria posizione di sovrano. Lo stratagemma del cavallo di Troia diventa, nella versione americana, il centro del senso di colpa di Ulisse: un simbolo religioso che viene adoperato per generare violenza e compiere una spietata carneficina. Sebbene condita di buoni propositi, si tratta di una versione modernista molto lontana dal modo di pensare delle civiltà mediterranee dell’età del bronzo. Il tema del “ritorno” così importante nella tradizione classica, in Nolan si trasforma, diventando quasi il compimento di un’incessante ricerca che tende alla riconciliazione con il passato e con sé stesso. Un netto divario si intuisce anche nella relazione tra destino e responsabilità. Mentre nel poema, la moira (il destino) disegna alcuni limiti che neanche gli dèi possono oltrepassare, nel film si insiste maggiormente sulle conseguenze morali delle azioni dei protagonisti, soprattutto di Ulisse. Pertanto, pur avendo ricevuto recensioni generalmente positive, grazie alla capacità del regista di rendere appetibile al grande pubblico uno dei più grandi miti dell’umanità, non sono mancate le critiche e le contestazioni da parte di chi conosce ed ha studiato a fondo il mondo omerico e non ha visto di buon occhio alcuni adattamenti troppo modernisti del film. Anche se non si vuole indulgere troppo arroccandosi su disquisizioni di carattere accademico, risulta evidente come alcune dinamiche psicologiche e sociali siano troppo intrise di mentalità e di ideologia contemporanee, con una ricerca quasi ossessiva dell’inclusione e della parità di genere, così come dimostrano la scelta della contesa Elena e le riflessioni retrospettive della maga Circe.
In definitiva, da spettatore ho cercato di guardare il film senza troppi pregiudizi e lo spettacolo di circa tre ore, devo dire, non mi ha annoiato, nonostante le incongruenze rispetto al testo letterario originale. Se guardiamo al poema, la colpa di Odisseo non è tanto l’inganno ed il conseguente eccidio perpetrato ai danni della città di Troia, quanto il sentirsi superiore agli dèi e perfino a quel concetto sfumato ed acronico che i Greci chiamavano moira, cioè il destino. L’eroe di Nolan appare più umano e tormentato: egli continua a sfidare gli dèi per salvare sé stesso ed i suoi compagni. La guerra di Troia, allora, che fa da sfondo all’intera epopea del ritorno di Odisseo, si universalizza, proiettandosi anche nel futuro, diventando il paradigma della dissoluzione di ogni alleanza tra il Cielo e la Terra, tra il mondo umano e quello divino.
Per chi volesse approfondire il mondo omerico segnalo la mia opera, Luigi Angelino, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Edizioni Stamperia del Valentino, Napoli 2024.