Il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume,
il loro sguardo si rivolge al sole,
e subito non c’è più nulla.
Anche gli eroi muoiono.
Come può l’epopea più antica della storia della letteratura funzionare oggi? Come interagisce uno dei brani più ascoltati attualmente in Italia con un testo inciso in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla più di quattro millenni fa?
A proposito del suo ultimo album, Anche gli eroi muoiono, Kid Yugi ha dichiarato in un’intervista di aver introdotto il topos classico della fallibilità dell’eroe nei giorni nostri e aver provato a capire quale significato assume. Il professore dell’Università di Harvard di cui seguo un corso sugli antichi capolavori della letteratura mondiale, tra cui l’Epopea di Gilgamesh dalla quale sono tratti i primi tre versi riportati sopra (Tavola X, vv. 315-317), ripete spesso che l’operazione di studio di un testo antico non si esaurisce mai nella comprensione del suo periodo storico o nell’acquisizione di varie informazioni sul suo autore e sui suoi temi. C’è di più. Nel cercare l’antichità, si finisce per trovare una lezione moderna. Ed è possibile imparare qualcosa se, ovviamente, rifiutiamo di imporre all’antichità i nostri valori ed iniziamo a considerarla come un tempo che fu il presente di qualcuno, di esseri umani che, nella ricerca di un senso nella vita, nell’amore, nel dolore e nella morte, sono stati come noi siamo ora.
La lezione moderna che il rapper di Massafra ha tratto dall’inesaudibile poema e ha affidato al suo ultimo album, in particolare al brano Gilgamesh, è molto interessante; la letteratura viaggia al di fuori del suo tempo, acquisendo nuova vita in contesti diversi che ne enfatizzano forme diverse.
Come è noto, l’Epopea di Gilgamesh è il più antico poema epico di cui abbiamo traccia. Era il capolavoro più popolare nell’antico Medio Oriente: nel 1200 a.C. circolava tra Mesopotamia, Persia occidentale e Turchia la versione unitaria del poema redatta da Sinleqiunnini sulla base di frammenti della tradizione scritta degli ultimi ottocento anni e della tradizione orale dei cinquecento anni precedenti. Dunque, la fase più antica di quest’opera risale al 2500 a.C. circa. Il professore direbbe che se per crescere un bambino è necessaria una comunità, per creare un capolavoro è necessaria una tradizione.
E’ straordinario pensare che Gilgamesh ci capisce; e che noi capiamo lui come uomo, immerso in un presente fatto di persone, fatti imprevedibili scatenati da divinità che ora chiamiamo “caso”, sesso, potere, sofferenze e insegnamenti. L’Epopea ha un’intimità che ci appartiene.
Kid Yugi ha indagato la genesi dell’eroe: oggi, secondo lui, lo siamo tutti, in parte, perché siamo stati abituati a lottare continuamente con noi stessi. E gli eroi, si sa, sono combattenti. Pertanto il mito di Gilgamesh, l’eroe che viene messo davanti ai limiti dell’essere umano e scopre dolorosamente la propria debolezza più grande, quella di dover morire come un suddito che non ha nulla di eroico, è un ottimo punto di partenza per la riflessione di Kid Yugi.
Scrive infatti
io contro la morte come Gilgamesh
perché è convinto che quello che fa, affidare se stesso alle canzoni per trovare la propria eternità, sia esattamente quello che cercava di fare un uomo di quattromila anni fa. E in effetti è così; Gilgamesh è secondo molti studiosi anche un personaggio storico, re della città sumerica di Uruk nella prima metà del III millennio a.C., noto per aver realizzato un massiccio circuito di mura e una vasta rete di pozzi. Nel XIX secolo, alcuni archeologi riscoprirono Ninive, capitale assira scomparsa per centinaia e centinaia di anni, e dagli scavi emersero il palazzo del sovrano Assurbanipal e i resti della sua biblioteca, incendiata nel VII sec. a.C.: l’Epopea di Gilgamesh, fortunatamente scritta su argilla, fu “cotta”… e durò per tutti quegli anni.
Il personaggio mitologico è un re superbo, violento contro i sudditi e contro l’ambiente: celebre è l’episodio della deforestazione della Foresta dei Cedri custodita da Khubaba (il saccheggio del cedro da parte di sovrani babilonesi ai danni del territorio libanese e persiano è un fatto storico attestato nel periodo delle prime costruzioni dei grandi palazzi regali, per i cui tetti non era più sufficiente l’argilla ma si rendevano necessarie travi in materiali resistenti come il cedro). Gilgamesh quindi perde il controllo:
Droga, armi, troie, Jordan
Soldi, marche, cene, noia
Auto, viaggi, hotel, orgia
Whisky, fama, strada, folla
Vita, amore, morte, coca
Sesso, ansia, Rolex rosa
Studio, van, bugie, vergogna
Per il superbo affronto a Khubaba e il successivo rifiuto del matrimonio con la dea Ishtar, secondo quanto si racconta nella IV e nella V tavola, Gilgamesh subisce una dolorosa punizione da parte degli dei, che gli sottraggono, uccidendolo, l’amico Enkidu, parte più preziosa della sua vita e ragione della sua forza.
Dopo la tragica morte dell’amico, Gilgamesh, sconvolto, si reca da Utnapishtim, unico uomo sopravvissuto al Diluvio, evento quasi analogo a quello biblico, e a cui gli dei hanno concesso l’immortalità. Il Diluvio segna l’inizio dell’umanità (mortalità) e la fine del mito (immortalità). La condizione di Utnapishtim, una sorta di Noè, è irripetibile: Gilgamesh, confrontandosi con lui e attraverso dure prove, è costretto ad apprendere che la ricerca dell’immortalità è vana.
Nasci, cresci, figli, tomba
E’ vero che anche gli eroi muoiono. E il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume, il loro sguardo si rivolge al sole, e subito non c’è più nulla.

Un’immagine sorprendente presentata da Utnapishtim è infatti quella della Casa della polvere, dimora dell’umanità dopo la morte. Gilgamesh apprende che il mondo umano è molto distante da quello divino e, per questo, tutto ciò a cui gli uomini come lui possono aspirare è un aldilà fatto di polvere, simile allo Sheol ebraico, in cui non succede molto, si beve acqua torbida come birra e si mangia polvere come pane; fra re e sudditi non c’è differenza, anzi, all’ingresso della Casa della polvere sono depositate in mucchio tantissime corone, perché lì dentro il simbolo del potere non serve più a nulla, e il chiavistello della porta è fatto di polvere perché chi entra non esce mai.
Reso più saggio dalle dolorose esperienze, Gilgamesh ritorna a Uruk. Dice: “Urshanabi, non sono arrivato da nessuna parte, e non è successo nulla. Ma guarda la mia città”. E Urshanabi, il traghettatore che aveva accompagnato l’eroe da Utnapishtim, guarda il muro, che il Gilgamesh storico è così famoso per aver costruito, e descrive, in un modo che pare affettuoso, la città.
Capiamo allora che il personaggio storico Gilgamesh ha iniziato a scrivere tutta la propria storia corredandola di episodi mitologici e ne ha sepolto frammenti nelle mura della sua città, dove è rimasta fino agli scavi archeologici di metà Ottocento. Quindi, Gilgamesh non è solo il primo grande eroe della letteratura mondiale. E’ il primo grande scrittore della letteratura mondiale.
In fondo, è riuscito ad essere immortale.
Una volta dissepolta, l’Epopea è diventata un’opera di straordinario successo. Il grande poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha affermato che questa è stata la più grande opera antica che abbia mai letto. Philip Roth, nel 1973, scrive un libro, Il grande romanzo americano, che parla di baseball e c’è un lanciatore di nome Gil Gamash che per la propria incrollabile sicurezza non fa una bella fine.
E’ un’opera della letteratura esistita in mondi completamente diversi. E fa la propria comparsa anche nel panorama musicale italiano all’interno del progetto di Kid Yugi. Il professore di Harvard già menzionato ha aggiunto, al termine di una sua lezione, che parte dell’interesse di leggere la letteratura mondiale risiede proprio nel fatto che essa esiste “in a kind of force field between here and there, then and now”, e la nostra osservazione di essa dev’essere ampia al punto da mostrarci sia perché sia come ci parli in modo così ravvicinato e diretto. L’ha fatto già con Rilke, Philip Roth, Kid Yugi e centinaia di altre persone, tra cui una romanziera australiana, Joan London, autrice di una riscrittura femminista dell’Epopea di Gilgamesh davvero interessante.
Dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che dei testi antichi esistono molteplici traduzioni, da quelle negli intenti fedelissime all’originale a quelle che ne costituiscono un rifacimento creativo. E non c’è nulla di sbagliato in nessuno dei tentativi; in fondo, il grande pregio di queste opere letterarie è proprio quello di non invecchiare mai perché qualcuno fa assumere loro nuova luce.