Liverpool è una città del nord dell’Inghilterra famosa in tutto il mondo per i Beatles e per le squadre di calcio. Chi ha avuto l’onore di conoscere i suoi abitanti sa bene che, ancora oggi, il vero tratto distintivo della città sono le persone. Una combinazione di fattori ha fatto sì che i liverpudlians condividano gentilezza, senso dell’umorismo, umanità, empatia per il prossimo e un forte rispetto e orgoglio per il lavoro. Aspetti, questi, che si ritrovano tutti tra le note di The Boys of Dungeon Lane.
Nel suo riuscitissimo romanzo Beatles for Sale, Marco Bonfiglio fa in modo che il protagonista, il Dr. Robert (che rappresenta il Caso), scelga Liverpool come il luogo dove tutto nascerà. Questo avviene dopo aver conversato con un marinaio disoccupato il quale, rispondendo allo stupore del dottore per la sua allegria nonostante la situazione, ribatte: “Amico, ti sei mai chiesto perché la maggior parte dei comici viene da Liverpool? Se non avessi il senso dell’umorismo, davanti a un ammasso tanto informe di miseria soccomberesti”.
Paul McCartney ha voluto mettere in versi e musica i suoi sentimenti più profondi, attingendo alle sue origini che hanno coordinate ben precise: la Liverpool degli anni Cinquanta.
Con The Boys of Dungeon Lane, Paul McCartney sembra aver trovato un perfetto equilibrio tra nostalgia e presente. Il passato viene raccontato spesso, con una ricchezza di dettagli e una profondità tali da dare all’ascoltatore la sensazione di essere lì. Eppure, l’emozione finale è tutt’altro che triste: c’è spazio per una forte commozione, mai per la malinconia. Al contrario, il messaggio profondo che emerge è un invito a godersi il presente, a partire, perché no, proprio dall’ascolto di questo album.
Per l’occasione nulla è lasciato al caso. La capacità di Paul di creare melodie fresche e originali è rimasta intatta, incredibile se si pensa che sono passati settant’anni dalla prima composizione, e trova in Andrew Watt la spalla ideale, un produttore capace di valorizzare al massimo la creatività dell’artista. L’aspetto forse meno scontato del disco è che le liriche, profonde come non mai, arrivano dritte al cuore, acquistano la stessa importanza delle melodie, arrivando in alcuni frangenti persino a superarle, soprattutto quando il racconto stringe intorno a Liverpool, alla sua gente e ai ricordi del passato.
Un viaggio intimo che si riflette fedelmente anche nell’artwork dell’album, concepito come un vero e proprio affare di famiglia. La copertina del disco riporta il caratteristico cartello stradale con la sigla L24, a indicare il quartiere di Speke, e la strada vicino a dove viveva Paul che dà il titolo all’album, ed è opera del nipote Josh McCartney (figlio del fratello Mike) insieme al designer David Lane. Lo scatto della figlia Mary McCartney al padre è diventato invece la copertina del libretto contenente i testi; insieme alla copertina dell’album, questa fotografia è stata l’immagine utilizzata per la campagna promozionale dell’intera opera. A chiudere il cerchio è la splendida inner sleeve, impreziosita dal lavoro di post-produzione e serigrafia della celebre artista Kate Gibb: un mosaico di ricordi in cui riaffiorano i luoghi della giovinezza e i protagonisti di quel microcosmo di Liverpool che avrebbe poi scatenato la Beatlemania. Tra questi, insieme a molti altri, cito Ivan Vaughan, l’amico d’infanzia che il 6 luglio 1957 fece conoscere Paul e John a Woolton, contribuendo così a cambiare per sempre la storia della musica.
Il cuore di tutta questa emozionante storia è Liverpool, protagonista assoluta, presente direttamente o indirettamente in molti dei brani dell’album. Non è la prima volta che Paul ricorda questi luoghi: Dungeon Lane, infatti, viene già citata nel brano In Liverpool, scritto sul finire degli anni Ottanta e ascoltabile nel DVD dell’opera classica sinfonica Liverpool Oratorio, composta per celebrare il 150° anniversario della Royal Liverpool Philharmonic Society.
L’abbraccio alla sua città natale si è manifestato anche nella scelta di concedere l’ascolto del primo singolo in anteprima mondiale alla BBC Radio Merseyside di Liverpool. Il brano, Days We Left Behind, regala qualcosa di veramente speciale e toccante: un’interpretazione capace di far emergere un profondo pathos emotivo, che raggiunge il suo apice nello stacco in cui viene citata Forthlin Road. È qui che si trova la casa d’infanzia, oggi patrimonio del National Trust, che i McCartney poterono abitare soprattutto grazie ai sacrifici e al lavoro di “Mother Mary”; tra quelle mura, Paul e John scrissero le prime canzoni destinate a cambiare il mondo. “Ci siamo incontrati a Forthlin Road e abbiamo creato un codice segreto che non sarebbe mai stato svelato. Rimango fedele a ciò che ho detto, la promessa che ho fatto non verrà mai infranta”: versi che sono poesia, gioia e commozione allo stesso tempo.
La Liverpool descritta dal personaggio di Bonfiglio è proprio quella che si respira in Home to Us, un brano in puro stile McCartney che a un primo ascolto potrebbe non essere preso sul serio per la sua apparente semplicità. Nato partendo da una sessione di Ringo Starr alla batteria, il pezzo gli è stato poi cucito addosso da Macca, generando il primo vero e proprio duetto tra i due ex Beatles. A impreziosire il tutto ci pensano i cori di Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri, che creano uno splendido effetto a quattro voci che si incrociano vicendevolmente. Già, quattro voci! La batteria suonata da Ringo in questo brano rappresenta l’eccezione alla regola, tutti gli strumenti nel disco suono suonati da Paul McCartney con qualche partecipazione di Andrew Watt.
Il senso dell’umorismo e la positività dei Fab Four, e in particolare di Paul, sono proprio figli delle loro origini. Così Liverpool è ovunque, anche nei brani che non la richiamano direttamente. In questo senso, la si ritrova in Life can be Hard: ‘La vita può essere dura, ma è proprio allora che iniziamo a rimettere insieme i pezzi… e se io suono, lei balla; guardandola ondeggiare, so che c’è sempre una possibilità, lei mi rimetterà in sesto e si entusiasmerà all’idea’.
Gli appassionati più attenti hanno già potuto ascoltare la melodia che ha ispirato il brano nel finale del secondo dei sei episodi della docu-serie McCartney 3, 2, 1 del 2021. In quell’occasione, il co-protagonista della serie, il produttore Rick Rubin, rimase colpito dagli accordi che suonavano veramente bene insieme, come se quella melodia fosso già esistita.
Pezzi della vita nel quartiere Speke della Dungeon Lane, lontana appena un miglio da quello che adesso è il John Lennon Airport, si respirano nel delicato Down South: un brano acustico semplice che rievoca i vecchi tempi in cui Paul faceva l’autostop insieme a George Harrison. La canzone si chiude con una frase molto dolce rivolta all’amico scomparso: “è stato un buon modo per conoscerti mentre sfrecciavamo giù verso sud”.
Sempre ambientata nel quartiere di Speke è la meravigliosa traccia d’apertura, As You Lie There, brano ispirato alla prima cotta del giovanissimo Paul per la sua allora vicina di casa Jasmine Howe, oggi ottantatreenne in pensione, madre di tre figli, che adesso vive nel sud dell’Inghilterra a New Forest, nell’Hampshire. Fin dalle prime note, che anticipano un parlato di Macca, si percepisce subito che siamo ad alti livelli. Il brano prosegue alternando momenti lenti alla chitarra acustica a stacchi rock con chitarra elettrica, basso, batteria e la voce graffiante e rauca di Paul in primo piano: una meraviglia. Questo pezzo rappresenta anche la genesi dell’intero progetto, concepito cinque anni fa ai tempi del primo incontro creativo con il produttore Andrew Watt.
Tornando a Liverpool, il senso di appartenenza alla working class e la gioia di vivere nonostante la fatica si assaporano appieno nello splendido e sofisticato Salesman Saint, un intenso e orgoglioso ricordo di papà e mamma: “Mio padre era un venditore, mia madre era una santa, lavoravano ogni minuto che Dio concedeva per guadagnare abbastanza per pagare l’affitto… impararono ad andare avanti con risate e canzoni per superare la notte”. È uno dei brani più riusciti e particolari dell’album. Gli omaggi alla musica ascoltata da piccolo e suonata dal padre caratterizzano l’intera traccia, dalla sezione ottoni della big band fino ai mini-kit di batteria con i relativi passaggi swing. È la musica dell’infanzia, è la musica di papà James, anche se qui la costruzione del brano è da maestro dei maestri.
L’album chiude come meglio non potrebbe con la toccante ballata al piano Momma Gets By, dedicata alla madre Mary. Nonostante abbia potuto godersela per poco tempo, lei se ne andò quando Paul aveva solo 14 anni, l’amore per sua mamma gli è sempre rimasto dentro, e oggi è più forte che mai. McCartney esprime i suoi sentimenti per la madre nella musica ancor meglio che nelle interviste, e l’ispirazione spesso arriva da un sogno che ha dato il via alla creazione di canzoni come Yesterday e Let It Be. Come nel brano precedente, gli arrangiamenti orchestrali sono opera dell’ottima coppia che stava dietro a Now and Then, Ben Foster e Giles Martin. La melodia è da brividi, di quelle che solo Paul è capace di creare, e l’interpretazione vocale di Macca che si accompagna al pianoforte è semplicemente commovente, così come il testo. Viene descritto l’amore di una donna che era la principale fonte di reddito della famiglia, grazie al suo lavoro di infermiera, e la sua dedizione totale dal momento stesso in cui varcava la soglia di casa: “…guadagna abbastanza per mantenere la famiglia, lavora tutto il giorno per portare a casa lo stipendio, si prende cura di me e mi offre ogni opportunità e se piove non si lamenta mai, è abbastanza forte da superare la tempesta”.
Un dato da segnalare, anche in risposta alle tante e un po’ superficiali considerazioni riguardo la voce di Paul, definita più flebile di quella del passato: McCartney in tutto il disco regala all’ascoltatore interpretazioni vocali magistrali. L’estensione vocale e la potenza non sono più quelle di quando aveva quarant’anni? Beh, il mio amico Maurizio di Roma direbbe: “E sti cazzi!”. Come dargli torto? Se volete ascoltare quello, vi consiglio Ram, Wings Over America oppure Abbey Road e tutti i dischi dei Beatles. Oggi Macca offre questo, ed è tanta roba. Godiamocelo, che non ce ne sono tanti come lui.
Liverpool su tutto, ma non solo. Anche nei brani che parlano d’altro, Paul ci regala molto della sua infinita capacità di creare melodie originali e sorprendenti. Ne è un esempio la psichedelica Mountain Top (ma cosa ne saprà mai Paul di funghetti allucinogeni? Mah!), o il sontuoso pop di Ripples in a Pond, dedicato alla moglie Nancy Shevell. L’intima We Two è un pezzo caratterizzato da cambi armonici che solo McCartney è in grado di architettare, mentre la rock-blueseggiante Come Inside, dedicata a Linda Eastman, emana positività da tutti i pori (e sarebbe perfetta per il prossimo tour, chissà!). Per non parlare delle variazioni di stili e atmosfere di Never Know, nella quale Paul suona una quantità impressionante di strumenti (chitarra, pianoforte, Mellotron, flauto dolce, basso e batteria) dimostrando la sua innata capacità di creare interi mondi sonori in totale solitudine in studio. First Star of the Night, invece, è una ballata di speranza e conforto scritta durante una giornata di pioggia battente in Costa Rica. Infine, una menzione d’onore va al compianto Eddie Klein, ingegnere del suono e collaboratore di fiducia di McCartney per oltre quarant’anni (presente anche nelle prime incisioni soliste degli altri tre Fab Four): è grazie a lui e al suo lavoro di ricerca negli archivi se oggi possiamo goderci il robusto pop-rock di Lost Horizon, seconda traccia del disco.
Che cosa si può dire dopo essere entrati nel mondo di The Boys of Dungeon Lane? Buon ascolto, se vi piace la musica, quella vera, questa è un’ottima occasione per perdersi tra le vie del quartiere Speke, tre miglia a sud di Woolton, dove, qualche anno dopo, la storia di Paul e del rock cambiò per sempre.