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La Sacra Sindone: la storia, la simbologia e le opinioni scientifiche

La sindone, conosciuta anche come “sacra” e “santa” sindone, nell’immaginario collettivo non è altro che un lenzuolo di lino, conservato nel duomo di Torino, sul quale una certa tradizione vedrebbe impressi i segni della sofferenza patiti da un uomo identificato con il personaggio di Gesù di Nazareth. In realtà, come avremo modo di illustrare nel corso della trattazione, si tratta anche di un oggetto di notevole importanza simbolica nell’ambito esoterico, al di là delle evidenti contraddizioni di carattere storico e scientifico.

Dal punto di vista etimologico, il termine sindone deriva dal greco antico sindon, che serviva ad indicare un ampio panno che poteva corrispondere ad un moderno lenzuolo e che, generalmente, stava a caratterizzare un tessuto di buone qualità manifatturiere. Nell’antichità il vocabolo era adoperato per descrivere qualsiasi eventuale utilizzo del panno, mentre attualmente si riferisce soltanto ad un settore di tipo funebre e sepolcrale, come quello appunto conseguente alla crocifissione e morte del Cristo.

La storia della Sacra Sindone

Passando ad una rapida sintesi storica, gli esperti concordano sul fatto che la sindone risulti documentata, in maniera pressoché certa, soltanto a partire dalla metà del XIV secolo, individuando con ogni probabilità la prima testimonianza storica nell’anno 1353, quando il cavaliere Geoffroy di Charny fece costruire una chiesa a Lirey, sua località di residenza. In tale occasione il nobile donò al costituendo edificio di culto un lenzuolo dichiarato come la sindone che avvolse il corpo di Gesù. Nessun elemento, tuttavia, fu addotto per illustrare l’origine del misterioso oggetto, né di come lo stesso cavaliere ne fosse venuto in possesso.

Ad alcuni decenni dopo risalgono il testo di Nicole Oresme (1370) ed il cosiddetto memoriale d’Arcis (1389). Entrambi gli scritti contestano la veridicità del lenzuolo come reliquia appartenuta a Gesù Nazareth, indicando l’oggetto come tipico esempio degli inganni con i quali gli uomini di Chiesa erano soliti circuire gli ingenui ed ignoranti fedeli, allo scopo soprattutto di estorcere somme di denaro. Il memoriale d’Arcis, in particolare, adduceva anche argomentazioni teologiche, peraltro superflue e banali, per contestare la dichiarazione di Geoffroy di Charny, sottolineando come i vangeli non facessero alcuna menzione esplicita dell’eventuale esistenza della sacra sindone. A seguito della divulgazione del memoriale d’Arcis, di cui è stata messa in dubbio l’autenticità, scoppiò la veemente reazione dei discendenti del casato di Chany, con la redazione di contro-memoriali a cui si aggiunsero progressivamente gli interventi di papi e di anti-papi, in un periodo storico di grande confusione istituzionale, quando la Chiesa di Roma, temporaneamente trasferita ad Avignone, brillava per corruzione e simonia.

Nel secondo decennio del quindicesimo secolo la sindone fu oggetto di contesa, fino a che il conte Umberto de la Roche, genero di Geoffroy II di Chany, prese in consegna il prezioso lenzuolo per nasconderlo in occasione del conflitto tra la Francia e la Borgogna. Dopo varie peripezie, degne di una telenovela ante litteram, alla morte del marito, Margherita di Chany vendette la sindone ai duchi di Savoia e, nel 1457, per la sua disobbedienza alle gerarchie ecclesiastiche fu addirittura scomunicata. La reliquia fu poi conservata a Chambery, allora capitale del ducato, dove per la circostanza si decise di edificare una nuova cappella.

Nel 1506 papa Giulio II concesse l’autorizzazione all’ostensione pubblica della sindone, consentendo ai Savoia di ricevere pellegrini da varie parti d’Europa.Nella notte tra il 3 ed il 4 dicembre 1532 nella cappella divampò un incendio e la sindone rischiò di andare distrutta. Si cercò di recuperare immediatamente il prezioso cimelio, ma alcune gocce d’argento fuso caddero comunque sul lenzuolo, danneggiandolo in vari punti. La sindone fu così affidata ad un gruppo di suore clarisse che applicarono dei rappezzi alle bruciature più vistose e la cucirono, con le tecniche dell’epoca, su un panno di rinforzo. Le operazioni in questioni contribuirono ancora di più a complicare eventuali analisi scientifiche future sull’origine dell’oggetto.

Poichè si era diffusa la voce che la reliquia era andata distrutta nel corso dell’incendio, fu necessario condurre un’inchiesta ufficiale, con tanto di testimonianze che attestassero la corrispondenza del lenzuolo a quello custodito nella cappella prima del tragico evento. Risolta la querelle, la sindone fu di nuovo esposta al pubblico nel 1534. Alcuni anni dopo che Torino diventò la nuova capitale del ducato di Savoia, nel 1578 Emanuele Filiberto decise di trasferire anche la sindone. Si narra che l’occasione propizia coincise con il voto sciolto da Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, a seguito della terribile epidemia di peste scoppiata negli anni precedenti. In realtà, ricorrendo ad un linguaggio di tipo moderno, si trattò di un’abile mossa dimarketing, per far conoscere al grande pubblico il nuovo luogo di ostensione della reliquia, in considerazione del prestigio di cui godeva l’alto prelato lombardo. Più di un secolo dopo, nel 1694, la sindone fu collocata nella nuova cappella realizzata dall’architetto Guarino Guarini tra il duomo ed il palazzo reale, per poi essere trasferita nella stessa cattedrale nell’ultima cappella della navata sinistra vicino alla tribuna reale.

Quando Torino nel 1706 fu assediata dalle truppe francesi, il lenzuolo fu portato per un breve periodo a Genova, per poi ritornare nella città piemontese una volta cessata l’emergenza. Soltanto nel 1939, nell’imminenza dello scoppio della seconda guerra mondiale, la sindone fu nascosta nel santuario di Montevergine in Campania dove vi rimase per sette anni, prima di fare il suo definitivo ritorno a Torino. Alcuni storici sostengono che il trasferimento del lenzuolo in Campania si rese necessario, in assoluta segretezza, in quanto Hitler aveva mostrato un grande interesse per il sacro lino.

In epoca recente, nel 1997, un incendio divampato nella cosiddetta “cappella Guarini” fece temere di nuovo per la sorte della sindone. Ma il lenzuolo, collocato in maniera provvisoria nella stessa teca in cui era conservato, al centro del coro della cattedrale fin dal 1993 per consentire i lavori di restauro della cappella, non fu affatto interessato dall’incendio. Un anno molto significativo per la sindone è stato il 2002, quando la stessa è stata sottoposta ad una serie di “interventi conservativi”, cercando di rimuovere le riparazioni apportate dopo l’incendio del 1532 e provvedendo a “stirare meccanicamente” il lenzuolo allo scopo di eliminare le pieghe e la polvere.

Di un certo interesse è stata la querelle giuridica promossa nel 2009 dal costituzionalista Broglio, che contestava la proprietà della sindone, passata nel 1983 dai Savoia al papa Giovanni Paolo II, a seguito della disposizione testamentaria di Umberto II, ultimo re d’Italia. Il papa comunque stabilì che la sindone rimanesse a Torino, nominando l’arcivescovo di quella città “custode” della controversa reliquia. Secondo il Broglio, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la sindone sarebbe diventata proprietà dello stato italiano, seguendo i dettami del comma 3 della XII disposizione. Su tale questione giuridica, alla quale la Santa Sede ha opposto una sorta di acquisizione della proprietà per usucapione, non avendo lo stato italiano rivendicato la titolarità nei termini previsti dalla legge, è stata presentata anche un’interrogazione parlamentare. In epoca ancora più recente, nel 2015, ha avuto luogo una della più lunghe ostensioni della storia, durata ben 67 giorni, mentre l’anno scorso, nel 2025, in occasione del giubileo, si è svolta la prima “ostensione digitale” del sacro lenzuolo.

Le origini

Al termine di questa breve sintesi storica, viene spontaneo chiedersi come mai le testimonianze della sindone comincino proprio nel quattordicesimo secolo e quale sia stata la sua storia precedente. Sulle vicende del sacro lino prima del 1353 si possono solo azzardare ipotesi. Di particolare suggestione, per coloro che ne sostengono la corrispondenza con il lenzuolo funebre di Gesù, è la congettura secondo la quale la sindone sarebbe da identificare con il mandylion, conosciuto anche con l’espressione di “immagine di Edessa”. Si tratta di un’icona del Cristo, oggetto di venerazione da parte dei Cristiani d’Oriente e scomparsa nel 1204. Come vedremo in seguito, tale ipotesi mette in gioco anche un improbabile intervento dell’ordine dei Templari. Tuttavia, la descrizione del mandylion richiamerebbe le dimensioni di una specie di fazzoletto e, quindi, per poter ipotizzare una corrispondenza con la sindone, sarebbe necessario credere che fosse esposto piegato più volte, in modo da ostendere soltanto l’immagine del volto.

Al di là delle caratteristiche del lenzuolo, per la verità abbastanza banali, di lino di colore giallo, con la forma di un rettangolo e dalle dimensioni di circa 441 cm *111 cm, quello che ha da sempre suscitato un grande interesse, sono le due immagini impresse che sembrano raffigurare un corpo umano nudo a grandezza naturale. Le due immagini sono l’una frontale e l’altra dorsale, allineate testa contro testa e separate da uno spazio che non indica elementi corporei. Un’importante caratteristica delle immagini è il fatto che sono di colore più scuro rispetto al lenzuolo. Inoltre, ciò che ha colpito l’immaginario degli osservatori è la cosiddetta proiezione verticale della figura, che appare come se si stesse guardando una fotografia, senza distorsioni o deformazioni dovute al dispiegamento dello stesso panno. La figura sembra appartenere ad un maschio adulto, provvisto di barba e di capelli lunghi, caratteristiche per molto tempo attribuite al personaggio di Gesù di Nazareth nelle rappresentazioni iconografiche ed artistiche. Come fu già appurato alla fine del diciannovesimo secolo, l’immagine è visibile “al negativo”, con i chiaroscuri cioè invertiti rispetto a quelli naturali.

Per quanto riguarda le analisi scientifiche condotte sul sacro panno, divenuto uno degli oggetti più studiati della storia umana, l’unico dato accettato, in linea generale, dalla comunità scientifica, è quello relativo al carbonio 14, mentre nessuna congettura sulle modalità di stampo della figura del tessuto è stata ritenuta esaustiva, soddisfacente e condivisibile da tutte le parti. Come si è detto, l’esame più importante condotto sulla sindone è senza dubbio il C 14, eseguito nel 1988 contemporaneamente in tre laboratori in tre località molto distanti fra loro (Tucson, Zurigo ed Oxford). Dalla predetta analisi è emerso che il lenzuolo andrebbe datato in un periodo tra il 1260 ed il 1390, in un intervallo di tempo cioè coerente con la prima testimonianza storica della reliquia. Ciò risolverebbe il problema di un’improbabile esistenza del panno prima del quattordicesimo secolo. Le risultanze dell’esame al carbonio 14, tuttavia, sono state fortemente osteggiate dai fautori dell’autenticità della sindone che hanno contestato gli autorevoli pareri accademici, ritenendo il telo più antico e proveniente dall’area medio-orientale.

Molto controversa è anche la questione delle tracce di sangue ritrovate sul telo. Secondo alcuni studi iniziati già nel 1973 e culminati nel 2008, sulla sindone vi sarebbero incontrovertibili tracce di sangue che, secondo alcuni studiosi, proverebbero il contatto diretto con la figura impressa nel tessuto. Un’analisi approfondita eseguita nel 2018 presso l’università di Liverpool, inoltre, avrebbe evidenziato che circa la metà delle macchie di sangue presenti sul lenzuolo sarebbero false, in quanto non giustificabili per la posizione del corpo dell’uomo che appare sul telo. E si potrebbe continuare all’infinito se si volesse far riferimento ai presunti segni che alcuni esperti, o presunti tali, hanno voluto distinguere sulla misteriosa figura, come la corona di spina, lesioni derivanti dai chiodi della crocifissione o addirittura le monete sugli occhi, come da tradizione classica.

Ha fatto molto discutere una nuova ricerca metagenomica che avrebbe riscontrato sulla sindone tracce di DNA indiano ed americano. Tale scoperta ha fatto pensare che il tessuto possa essere stato elaborato nel subcontinente indiano e successivamente trasportato in Europa, attraverso le antiche rotte commerciali che collegavano l’Oriente con l’Occidente. Ma sul lenzuolo sono state trovate anche tracce di vegetali come pomodoro, mais ed arachidi, prodotti importati dalle Americhe dopo i primi viaggi allestiti dalle monarchie europee. Queste considerazioni sono rilevanti in quanto dimostrano come la sindone sia stata esposta a molteplici e diversificati contesti, ponendosi come reperto “dinamico”, in grado di “assorbire” una vasta gamma di elementi storici, che ne raccontano le vicende a partire dal già citato periodo tardo-medievale. Pur trattandosi di tematiche interessanti, non ci dilungheremo oltre sull’aspetto scientifico del tanto discusso oggetto, rimandando per i relativi approfondimenti alle riviste specializzate in materia.

Il dibattito sulla Sindone

Ma qual è la posizione della Chiesa Cattolica in merito? Sia nel quattordicesimo che nel quindicesimo secolo, le opinioni dell’alta gerarchia ecclesiastica negavano l’autenticità della sindone come sudario del Cristo, come testimoniano le bolle del 1390 dell’antipapa Clemente VII che allora si trovava ad Avignone. La situazione cambiò, quando l’umanista Giulio II consentì nel 1506 il culto pubblico della Sindone con messa ed ufficio proprio, ma senza entrare in disquisizioni teologiche che ne attestassero la veridicità. Dal XX secolo in poi la Chiesa ha scelto, come al solito, una “via compromissoria”, autorizzando il culto della sindone come “icona” della Passione di Gesù, ma non pronunciandosi sulla sua origine autentica e lasciando alla scienza gli approfondimenti relativi alla sua storia. Ciò non toglie che papi dell’età moderna, come Pio XI e ancor di più Giovanni Paolo II, si siamo espressi più volte a favore della sua autenticità, ma a titolo personale e non nell’esercizio di funzioni magisteriali.

Molto suggestiva è l’ipotesi secondo la quale l’immagine impressa sulla sindone possa derivare da un lampo di energia particolarmente forte e di brevissima durata, come se un imprecisato “corpo di luce” fosse passato attraverso il lino per dirigersi verso l’altro. A parte il tentativo, forse troppo fantasioso, di voler conciliare scienza e fede, una siffatta ipotesi serve ad introdurre la valenza altamente simbolica del sacro lino. Mentre per i credenti, la figura che traspare dal tessuto corrisponderebbe a Gesù Cristo, figlio di Dio, per gli appassionati di esoterismo si potrebbe trattare di una presenza che oltrepassa la fisicità, simboleggiando una resurrezione spirituale od il compimento di un percorso iniziatico. La stessa struttura architettonica della Cappella del Guarini, dove è collocata la sindone, evidenzia l’utilizzo di un linguaggio simbolico, esoterico e matematico. Nella planimetria della cappella, il Guarini configurò uno schema di triangolo equilatero nel circolo di base. Il triangolo è infatti il poligono primo, ritenuto indivisibile, importante simbolo cristiano ma anche fondamentale punto di riferimento della geometria sacra di classica memoria. Il triangolo iscritto nel cerchio richiama anche la rappresentazione dell’eclissi di sole, volendo alludere sia al momento della passione di Cristo, così come riportato nei Vangeli, sia allo stato di oscurità spirituale dal quale è necessario uscire, per innalzarsi verso la luce teofanica indicata dalla magnificenza della cupola.

Dal punto di vista prettamente alchemico, la sindone può essere considerata come il passaggio dalla materia grezza o nigredo allo spirito sublimato o rubedo. La stessa pratica di mostrare solo il volto, consuetudine molto in voga nei primi secoli dell’era cristiana, soprattutto a Costantinopoli, intendeva riferirsi al significato esoterico del “volto della divinità” da assimilare ad un concetto di coscienza superiore. Esempi più o meno simili alla sindone sono il mandylion, a cui abbiamo già fatto riferimento ed il velo della Veronica, altra reliquia fabbricata in epoca medievale, sulla scia dei testi evangelici. Anche la trama del tessuto del lenzuolo, “ a spina di presce”, racchiude un’ancestrale simbologia archetipa. E’ ben noto come il pesce costituisca uno dei più antichi emblemi della dottrina cristiana, in apparenza per le lettere che compongono il termine greco “ictus”, da cui si ricaverebbe l’espressione: “Gesù Cristo, figlio di Dio Salvatore”. In realtà la diffusione della religione cristiana coincide, più o meno, con l’avvento dell’era dei Pesci, a causa del fenomeno della precessione degli equinozi, già conosciuto dai Sumeri, dai Babilonesi e dagli Egizi, come abbiamo potuto delineare in altri scritti. Altri elementi visibili sulla sindone, come la corona di spine a casco (e non a ghirlanda), suggeriscono un intento raffigurativo della sofferenza ben più profondo, che non si limita alla sfera fisica, ma che abbraccia condizioni di prostrazione e di sottomissione del pensiero e dell’intera psiche del soggetto.

Pur non volendo dare credito alla tesi che ricollega la sindone ai Templari, non vi è dubbio che un’aura di grande misticismo avvolge il misterioso oggetto, finito con l’appartenere ad una città, Torino, dalla grande tradizione esoterica. Secondo la tesi della storica Barbara Frale, la sindone sarebbe stata trovata da alcuni Templari durante il saccheggio di Costantinopoli nel 1204, conservata per quasi un secolo e mezzo nel loro tesoro centrale e venerata, sotto lo sguardo vigile dei più alti dignitari dell’ordine. Per la Frale, uno degli indizi più importanti della sua tesi, sarebbe costituita dall’idolo barbuto, il Bafometto che, secondo gli accusatori, i Templari adoravano in segreto. Anche altri studiosi hanno ipotizzato che in realtà “il volto barbuto” non fosse un idolo demoniaco o blasfemo, ma la stessa sindone ripiegata in modo da mostrare solo il volto, alla maniera del mandylion di Edessa come già evidenziato in precedenza. Nonostante si tratti di una congettura affascinante, non sussiste alcuna prova diretta che colleghi la sindone ai Templari. E’ stato ovviamente sottolineato il silenzio assoluto sul tema da parte dell’ordine che, se fosse entrato in possesso della più importante reliquia del mondo cristiano, probabilmente non avrebbe esitato a difendersi nel controverso processo instaurato a suo carico, sebbene tale procedimento, che meriterebbe una trattazione a parte, presenti tuttora più ombre che luci.

Avviandomi alla conclusione, in una trattazione così sospesa tra la scienza e la fede, tra la simbologia ed il mistero, aggiungo un’altra ipotesi suggestiva, quella cioè che individuerebbe un legame tra il sacro lenzuolo e la Gioconda di Leonardo da Vinci. Ha fatto molto discutere un annuncio del ricercatore brasiliano Atila Soares da Costa Filho, secondo il quale vi sarebbe un intreccio simbolico tra la sindone ed uno dei dipinti più famosi al mondo. Lo studioso, infatti, tra le pieghe della modella della Gioconda, in particolare quelle relative all’avambraccio destro, noterebbe una forma compatibile con il volto dell’uomo impresso sul tessuto della sindone. Leonardo avrebbe voluto inserire tale elemento, allo scopo di rendere ancora più articolata un’opera così complessa e metaforica, arricchendola di aspetti emblematici che richiamano la redenzione e la rinascita. La scoperta sarebbe avvenuta adoperando sofisticate tecniche di riflettologia infrarossa messe a disposizione dal Centro di ricerche del Louvre. La ricostruzione di Soares si inserisce in una rivisitazione complessiva dei significati della Monna Lisa, dove l’enigmatico ritratto di Lisa Gherardini tende ad universalizzarsi, ponendosi quale ricettacolo privilegiato di riflessioni filosofiche ed etiche sull’homo universalis.

Se proviamo ad osservare la sindone, al netto della sua valenza confessionale, che appare in aperto contrasto sia con le analisi scientifiche moderne che con lo stesso buon senso dei religiosi dell’epoca mondiale, la sua simbologia che irradia luce sulla sofferenza ed invita alla rinascita, ne esce senza dubbio rafforzata e sublimata, per i credenti come per i non credenti.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts