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Die, My Love e If I Had Legs I’d Kick You, due modi opposti di raccontare una stessa solitudine

Negli ultimi anni il cinema internazionale ha iniziato a mettere in discussione uno dei miti più radicati della cultura occidentale: quello della maternità come esperienza naturalmente appagante e armoniosa. Sempre più registe hanno iniziato a scalfire questa narrazione, raccontando la maternità per quello che spesso è: un territorio instabile, attraversato da ambivalenze, perdita di controllo e crisi identitarie.
Basti pensare a film come Tully o The Lost Daughter che hanno aperto una crepa ormai impossibile da richiudere.

Ed è in questo contesto che si inseriscono Die, My Love e If I Had Legs I’d Kick You: due film profondamente diversi, quasi opposti per tono e forma, ma uniti da uno stesso punto di partenza. Entrambi si concentrano sull’esperienza soggettiva di una madre che fatica a mantenere un equilibrio tra il proprio io e il ruolo che la società le impone. E cosa succede quando il ruolo di madre diventa totalizzante?

Maternità e deriva psicologica: un racconto estremo e disturbante

DIE MY LOVE | Official Trailer | Now Streaming | With Jennifer Lawrence & Robert Pattinson

Con Die, My Love — adattamento del romanzo di Ariana Harwicz (in Italia Ammazzati amore mio, Ponte alle Grazie) — Lynne Ramsay torna a indagare territori emotivi estremi, costruendo un racconto che mette in crisi l’immaginario convenzionale della maternità. Al centro c’è Grace (Jennifer Lawrence) alle prese con una depressione che progressivamente, dopo la nascita del figlio, altera la percezione del reale, fino a dissolverne i confini.

Il nucleo tematico è la maternità come spazio attraversato da pulsioni contrastanti: desiderio e rifiuto, attaccamento e fuga, controllo e perdita. Ramsay evita ogni idealizzazione e mette in scena una soggettività che si sfalda, evidenziando quanto il corpo — segnato dal parto e da una sessualità ancora viva e inquieta — diventi il primo terreno di conflitto. È proprio sul piano corporeo che si gioca la performance di Jennifer Lawrence, intensa e fisica, costruita su gesti estremi e su una presenza costantemente sul punto di collassare (c’è una scena girata in bagno devastante). Il film è stato girato mentre l’attrice era realmente incinta, contribuendo a rendere l’esperienza ancora più concreta, viscerale e senza compromessi.

Grace è un’anima in pena, una donna completamente allo sbando, sempre più instabile, incapace di distinguere tra impulso e realtà, e potenzialmente pericolosa, prima di tutto per sé stessa. La sua traiettoria non viene incanalata in una lettura clinica o morale, ma lasciata aperta, quasi refrattaria a qualsiasi tentativo di normalizzazione. In questo, il film suggerisce anche una riflessione più ampia: l’isolamento del disagio materno e l’incapacità sociale di riconoscerlo se non quando diventa ingestibile. Il film non segue uno sviluppo narrativo tradizionale. Lo spettatore è totalmente immerso in un’esperienza percettiva instabile: immagini spezzate, suoni invasivi e una macchina da presa irrequieta traducono visivamente la disgregazione interiore della protagonista. In questo senso, il film si colloca in una zona di confine tra dramma psicologico e horror, dove l’angoscia non è mai spettacolarizzata ma vissuta dall’interno.

Ne risulta un’opera radicale, difficile da sostenere sul piano emotivo, che punta più a colpire lo spettatore che a rassicurarlo e che, proprio per questo, lascia un segno duraturo.

Maternità e logoramento quotidiano in un racconto che mette a disagio

If I Had Legs I'd Kick You | Official Trailer HD | A24

Se Die, My Love mette in scena una crisi che esplode, If I Had Legs I’d Kick You di Mary Bronstein sceglie qualcosa di molto più scomodo da guardare: l’erosione lenta. Non c’è un punto di rottura riconoscibile, ma una pressione costante che si accumula scena dopo scena fino a diventare insostenibile.

Al centro c’è una straordinaria Rose Byrne (Golden Globe e Orso d’argento a Berlino per questo ruolo), che tiene il film in piedi con un’interpretazione nervosa, febbrile, sempre sul punto di spezzarsi. La sua Linda non chiede empatia, non cerca di farsi voler bene: è sfinita, irritabile, a tratti respingente. È insieme tutto e il contrario di tutto — madre devota e donna esausta, lucida e fuori controllo, ironica e disperata. Mostra cosa succede a una donna — moglie, madre e professionista — quando prova a fare tutto e finisce per raggiungere il limite fisico e mentale: il burnout totale.

Girato in poco più di tre settimane e ispirato all’esperienza personale della regista, madre di una bambina malata cronica, il film affonda le radici in una dimensione concreta, quasi vissuta. Non accade “qualcosa”: accade tutto, continuamente, in un meccanismo ripetitivo e quasi soffocante. I dialoghi si accavallano, le situazioni sfiorano il paradosso, il ritmo non concede tregua. Il risultato è una tragicommedia nervosa, a tratti isterica, che usa l’ironia nel modo meno consolatorio possibile. L’ironia è un’arma che serve solo a non crollare del tutto. Si ride — o meglio, si accenna a ridere — nei momenti sbagliati, e subito dopo ci si sente a disagio per averlo fatto.

Qui la maternità non è né idealizzata né demonizzata: è un campo di forze in cui convergono precarietà, solitudine ed aspettative sociali impossibili, che non trovano mai uno sfogo. Non c’è alcuna deflagrazione, e forse è proprio questo il punto: nella vita reale, spesso, non avviene nulla di eclatante. Si va avanti finché si può. E quando non si può più, non succede necessariamente qualcosa di visibile: si comincia solo a pensare che sparire potrebbe essere una forma di sollievo.

If I Had Legs I’d Kick You non è un film “piacevole”, e probabilmente non vuole esserlo. È un film che insiste, logora e mette a disagio. E proprio per questo è difficile da ignorare. Alla fine, non resta molto spazio per altro. Ed è esattamente il punto.

Dopo il mito

Quello che questi film mettono davvero in discussione non è la maternità in sé, ma il modo in cui è stata raccontata per decenni.

Non c’è nulla di scandaloso in ciò che mostrano. Semmai, è scandaloso quanto a lungo queste esperienze siano rimaste ai margini del racconto cinematografico.

È nella loro distanza che Die, My Love e If I Had Legs I’d Kick You trovano il loro punto di contatto più profondo. Il primo deflagra, il secondo resiste fino allo sfinimento. Uno urla, l’altro consuma. Eppure, raccontano la stessa solitudine, quella che nasce quando un ruolo finisce per occupare tutto lo spazio disponibile. Non offrono soluzioni, né vie d’uscita. Ma costringono a guardare dove di solito si distoglie lo sguardo. E a lasciare sospesa, senza conforto, una domanda più scomoda di quanto sembri: non cosa resta di una madre, ma cosa siamo disposti a non vedere pur di continuare a raccontarla sempre allo stesso modo.

Ps. Visti entrambi – ormai qualche mese fa – alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Mi sono rimasti dentro più di quanto pensassi. Da allora non ho smesso di tornarci sopra, finché non mi sono decisa a scriverne.

Angelica Dorsa

Angelica Dorsa

Laureata in filosofia e scienze della comunicazione, con un master in marketing e una deviazione felice nella sceneggiatura cinematografica. Testa piena di idee ma pochi piani definitivi. Sto ancora cercando di capire cosa fare da grande, nel frattempo scrivo.View Author posts