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Il peso della menzogna nello scenario politico moderno

Verità e politica è il titolo di un articolo pubblicato da Hannah Arendt e successivamente inserito nella seconda edizione di Tra passato e futuro. E’ stato scritto in seguito alle polemiche scatenate dalla teoria della banalità del male presentata dall’autrice prima nei propri articoli per il New Yorker e poi sul volume che ne è scaturito; la qualificazione di Eichmann come uomo assolutamente mediocre, non malvagio ma capace di azioni malvagie per la scelta di abdicare all’uso del pensiero, era costata alla Arendt parecchie critiche, tra cui quella di traditrice delle sue stesse origini ebree.  

Scrive in Verità e politica

Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche.

E’ proprio a partire da questa sua riflessione che vorrei iniziare la mia. 

Negli ultimi giorni, abbiamo guardato sui social e in televisione il video del presunto attentato a Trump durante il gala a Washington Hilton, cui è seguita una bufera mediatica: è tutto vero o è solo una gran messa in scena perché l’indice di gradimento di Trump è ai minimi storici? Non intendo soffermarmi sull’episodio – orchestrato o meno – ma sul ruolo della menzogna in politica. 

Gli antichi romani avevano importato molti termini del lessico politico dal greco ma non la parola “demagogia”, cosa che per Luciano Canfora non è senza significato. 

Il requisito necessario al demagogo perché la sua azione manipolatoria abbia successo è la parola. Un buon parlatore in politica può fare i propri interessi, e questo i greci e i romani lo sapevano bene. Complice del discorso politico è infatti la retorica, disciplina che ha assunto nel tempo anche il significato di “strumento atto a persuadere” (anzi, il fine persuasivo è assolutamente preponderante nella definizione del genere retorico: vide Platone, Gorgia; Cicerone, De inventione); e a partire da questo si è creata l’antitesi tra discorso scientifico (sempre oggettivo) e discorso politico (orientato a persuadere, quindi provvisto di contenuti tanto veri quanto falsi). La critica socratica e platonica coglie un punto centrale includendo nella demagogia (di cui il discorso non scientifico ma seduttivo è lo strumento) l’intera sfera della politica. 

Ora, questo nell’antica Roma non poteva essere tollerato in ottica di leggi ben sancite, quindi il latino non ha un termine ricalcato sul greco demagogo, ma ciò non significa che i romani non avessero la percezione di un atteggiamento demagogico.

Se per demagogia intendiamo una prassi politica che tende a sfruttare le masse assecondandone gli istinti irrazionali e i sentimenti peggiori attraverso promesse che prescindono dalla logica, dal buon senso e dalla realtà, allora a Roma sono molti i demagoghi senza nome ma anche molte le figure politiche che vengono accusate di comportamenti anti-costituzionali dalle fonti partigiane avverse: i Gracchi sono tra queste. 

In generale, a questa figura politica che noi moderni dovremmo aver bene in mente si avvicinava nell’antichità romana quella del malus orator, l’oratore disonesto, un aspirante politico, o un politico già affermato, che cercava di costruire il consenso per instaurare un potere non equilibrato, ma giustificato dalla propaganda, con discorsi distorti e promesse false.

Uno studio di qualche anno fa del Massachusetts Institute of Technology (Mit) che analizzava i meccanismi di diffusione delle notizie false in rete ha messo in luce processi per nulla banali – come riporta Annamaria Testa, esperta di comunicazione. L’amara verità delle informazioni false è che si propagano più in fretta perché colpiscono più profondamente sul piano emotivo i lettori.

Hannah Arendt aveva osservato che verità e politica non sono mai state in ottimi rapporti, aspetto che la critica socratica e platonica aveva già colto vedendo connaturato ad ogni tipo di discorso politico il fine persuasivo, il quale – come già evidenziato in altri termini – può essere raggiunto anche dai disonesti pronunciando falsità. E le falsità, ben condite con qualche goccia di vero, così da risultare più credibili, viaggiano bene e rapidamente perché sono più nuove, quindi suscitano maggiore curiosità e sembrano più adatte a spiegare il mondo e a fare scelte di conseguenza.

Proprio per questa ragione non bisogna sottovalutare il tema della vigilanza sulla provenienza delle informazioni e della verifica delle fonti, anche se questo invece non è più nuovo. E’ vero che i social accelerano tremendamente la diffusione di qualsiasi tipo di contenuto, vero o falso che sia, ma sono gli esseri umani, prima ancora degli algoritmi, a permetterla: 

Questo succede perché le notizie false attivano emozioni più potenti, prime tra tutte, paura e disgusto che, bisogna ricordarlo, politicamente orientano a destra.

ricorda Annamaria Testa su Internazionale. E continua:

Ma tra le notizie false, le più potenti sono le notizie false politiche: viaggiano al triplo della velocità di ogni altra notizia falsa, raggiungendo il doppio delle persone.

Nel 2016, la parola dell’anno scelta dall’Oxford dictionary è stata post-truth. L’era della “post verità” è il contesto socio-culturale in cui i fatti oggettivi contano meno degli appelli a emozioni e credenze personali nel plasmare l’opinione pubblica. Dieci anni dopo, i fatti oggettivi contano ancora meno. Eppure, chi oserebbe dire che dal 2016 al 2026, in generale, non c’è stato progresso? Nessuno, credo.

Allora, dato che viviamo in un mondo affollato di parole e, con pazienza e maturità, possiamo fare del linguaggio il territorio delle infinite possibilità, è bene iniziare a pensare che cosa rischiamo di perdere nel significato di “progresso” se ci limitiamo a definire tale tutto ciò che è moderno e nuovo. E’ progresso anche l’atto di rallentare per leggere, capire e riassumere un testo. E’ il cuore dell’analisi filologica, anche se la filologia, oggi, sembra relegata al passato ed inutile a qualsiasi forma di sviluppo. 

La tradizione dei classici offre modelli di riflessione, argomentazione e giudizio che contribuiscono a sviluppare quella capacità di discernimento senza la quale ogni avanzamento tecnico rischia di rimanere privo di orientamento etico. Senza una simile integrazione, il progresso è inevitabilmente parziale.

Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts