Una di quelle sere dove la folla trasmette una carica elettrica/sessuale palpabile che diventa una cosa sola con l’artista.
C’è un panorama musicale monarchico che incorona Bad Bunny e Rosalía re e regina discografici del nostro tempo. La lingua spagnola o castigliana non è più vista come la cuginetta provincialotta con i baffi che arriva in autobus nelle capitali delle classifiche madrelingua inglesi. C’è voluto mezzo secolo, compleanni di diciott’anni, matrimoni, bombe e culetti per ammettere, anche dai noi, l’esistenza di una repubblica democratica spagnola e latino-americana di altissimo livello. Ma restando in ambito contemporaneo è possibile affermare che la rivolta latina ha definitivamente concluso il golpe. La cosa più interessante non è neanche questa, o meglio lo è il sottobosco che emerge al di fuori delle mura del reame.
Se Rodigo Amarante e Devendra Banhart non bastassero per massacrare quel cantautorato coloniale da gomma americana, chewing gum mastica e sputa che inquina il panorama musicale con la speranza di appiccicarsi a qualche suola, arriva con lo slalom un guapito di Benicàssim classe ’97 che l’altro giorno ha realizzato il suo primo concerto in Italia. Guitarricadelafuente sale sul palco del Fabrique di Milano con l’inno del nuovo album che affiora sulle maglie della folla che mi circonda: Full time papi. La dichiarazione di intenti che il popolo del Fabrique inneggia come fossimo al Meazza, rendendo eleggibile il ragazzo al trono del cantautorato e non solo. Il commento del mio vicino mette subito in chiaro le cose: “Ci sono un sacco di etero, non pensavo”. Ci sono anche capelli grigi, telefoni e canti sguaiati.

Lui, Álvaro Lafuente Calvo, non trema di fronte alla folla che ripete i suoi testi al limite consentito dall’apparato vocale umano, non perché il pubblico di Milano sia poi così poliglotta (la signora del carretto di fronte mette la pizza nella zaniola per farmela portare via, e io da buon terrone non capisco ma rimugino sui sette euro del trancio dopo sette ore di autobus che mi hanno messo in piedi alle sette del mattino, stagnola?), ma perché il popolo latino è accorso da ogni angolo d’Italia e oltre, come segnalato da cartelli e accenti che sbandierano verso di lui. Lui, appunto, è perfettamente calato nella parte di chi sa di averli tutti per le palle, per la pelle, per il culo, praticamente per qualsiasi cosa decidesse di afferrarli e quindi stringe e accarezza tra primo e secondo album cavalcando l’asta del microfono. È enfatico, sensuale e timido quando parla in italiano. Ha l’aria di uno che si stia prendendo delle grandi rivincite con la società e con sé stesso, non è mai fuori luogo nella gestualità o nel prendersi sul serio quando rovescia acqua e mezcal sulla sedia prima di bagnarcisi il culo.

Guitarricadelafuente è uno venuto fuori dal nulla con un microfono per PlayStation e paio di cover buttate on line e divorate dal pubblico. Poi il duetto con Natalia Lacunza e infine il debutto con La Cantera dove dichiara di non essere l’ennesima voce che unisce la presenza. Scrive e reinterpreta tradizioni popolari e flamenco senza il timore di crederci: “Tú me bailas rock and roll y a mí me gusta el flamenquito”.
È cresciuto da solo, “mi sono annoiato molto”. Estati in campagna dai nonni o nel paesino dei genitori, la prima canzone scritta a quindici anni per una ragazza. Una infanzia con Battisti e Mina citata in Full Time Papi ammette, infatti, di essere stato più poetico all’inizio ma anche più ambiguo, verso sé stesso e la sua sessualità. Oggi è spudoratamente consapevole quando scrive sulla facilità del fare nel nostro tempo dove se lo vuoi puoi fare tutto eccetto costruire qualcosa a lungo termine, che sia una relazione o una casa. Se nel primo disco mette poesia e sensualità che fanno venire la pelle d’oca, nel secondo: Spanish Leather, come preannuncia la scelta del titolo (tralasciando il rimando a Bob Dylan), fa della pelle lo strumento principale. Una “estate infinta” piena di collaborazioni, di pelli che racchiudono corpi che racchiudono anime, senza inciampare nel gretto e stereotipato modello caro a molti colleghi, innescando una sessualità spudorata nel gesto di una carezza.

Sul palco è assolutamente magnetico, che sia merito del lavoro al fianco di Penelope Cruz nel prossimo film tratto dall’opera incompiuta di Federico Garcìa Lorca. Il palco è allestito con dei pannelli di acciaio riflettenti sullo sfondo e nient’altro che una montagnola di vestiti che ricorda la Venere degli Stracci di Pistoletto. Intanto il concerto prosegue con Futuros Amantes, Conticino, Poses: “No hace falta ser marica para salir en Vogue, puedo ser un hombre electrificante si piensas que pesa más”. Non è necessario essere una checca per apparire su Vogue, posso essere un uomo elettrizzante se pensate che pesi di più. Piccola digressione per dire che i traduttori di Google sostituiscono marica con queer (in italiano) o gay.

Non è facile spiegare come i due dischi risultino in equilibrio nonostante il folclore costruito sulla chitarra classica de La Cantera (Caballito) contrasti il bit danzereccio di Spanish Leather dove sfociano affluenti Bon Iver e Perfume Genius (Port Pelegri e Puerta del Sol. I momenti delicati dove tutto si ferma (ABC) sono intensi come quelli dove salta anche il soffitto, dove l’onda umana vorrebbe solo spogliarsi, dei problemi e di tutto il resto (Agua Y Mezcal). Perché il cantante valenciano ha una forza erotica che penetra il pubblico a gradi che il Fabrique non riesce a sostenere, così la temperatura sale mentre il sudore scende sul corpo del ragazzo che non risparmia nessuna corda, sia emotiva, fisica o vocale. Dal pubblico un ragazzo continua a urlargli: “Quitate la camisa!” con la raucedine di un distillatore di Caracas. È una di quelle sere dove la folla trasmette una carica elettrica/sessuale palpabile che diventa una cosa sola, anche se non urlo sento che la mia stoica presenza ingessata comincia a muoversi con il resto dei corpi, o il corpo, come se ci stessimo unendo tutti in un solo pezzo di carne che ricorda alcuni video del ragazzo d’oro che neanche il riflettore bianco siderale riesce a raffreddare.

Il Fabrique si trasforma in cantera, gli addetti alla sicurezza muovono la testa al ritmo di Quein encendiò la luz, è la prima volta che le vampate di odore umano profumano di rose e biancospino. “Hace tiempo que olvidé el sabor a agua salada, he vendido ya mi alma al diablo por la plata y ahora me muero de sed”, l’ho dimenticato da tempo il sapore dell’acqua salata, ho già venduto la mia anima al diavolo, i soldi, e ora sto morendo di sete, uno dei singoli che lo ha lanciato e che preannunciava già tutta la sua prosa quando toccava anima senza ancora aggiungere il corpo: “La vida es tan bonita que parece de verdad, que parece de verdad”. Guantanamera sfuma insieme ai saluti e al ringraziamento sincero di uno che ha dato davvero tutto e che sa avere pochissimo tempo per asciugarsi e rientrare.
Sono oramai così rari i cantautori che riescono a incollarsi dentro lasciandoti il fiato pregno delle loro parole, è ancora più raro quando a farlo sia un ragazzo che apparentemente parla del suo piccolo, nella sua lingua e del suo mondo che superficialmente non è il mio. Lui è uno di quelli che sembra arrivato per restare, cementificarsi in questa generazione come da noi solo Iosonouncane e Andrea Laszlo De Simone hanno saputo fare. Nell’era della solitudine ritrovare il contatto con gli altri e la natura diventa il corpo che può agitare la rivoluzione. Che fosse la prova finale dell’importanza di quel fattore della vita che si cerca di soffocare: la noia. Non è una trovata social se il bis arriva sul tetto dei pannelli in acciaio, poiché Tramuntana contiene un chiaro riferimento a Il cielo in una stanza di Gino Paoli e, se tre indizi fanno una prova, BABIECA! Lascia che il corpo entri per l’ultima volta nella musica, nel cambio d’abito e nella potenza di Guitarricadelafuente che fa tremare i controlli sotto il palco quando lascia andare la chitarra e sembra protrarsi con uno slancio verso il pubblico. Ci va così vicino che la massa confluisce pericolosamente verso di lui, il corpo unito che avevamo creato si squarcia in cerca del suo ultimo pezzo mancante. Lui si ritrae e saluta per davvero ma non prima dell’ultimo regalo: dalle casse arriva Battiato, pare che voglia vederci danzare e, ognuno per conto suo, eseguiamo.
P.S.: trenta euro il prezzo del biglietto.