Varsavia, capitale della Polonia, è una città iconica del desiderio di libertà di un popolo, per secoli sospesa tra Europa occidentale ed orientale, con particolare riferimento al catastrofico periodo della seconda guerra mondiale, quando diventò uno dei teatri di più atroce contesa tra la Germania nazionalsocialista e l’Unione sovietica staliniana. La capitale polacca, che per numero di abitanti (l’area urbana supera i tre milioni di cittadini), si colloca al decimo posto nell’Unione europea, negli ultimi decenni, a partire dalla caduta del regime comunista, ha vissuto una fiorente rinascita economica e sociale, fino a diventare una delle città considerate “più vivibili” dell’intera Unione Europea. Pur sorgendo su entrambe le rive della Vistola, una delle principali vie fluviali di comunicazione tra Europa settentrionale, Russia e Mar Nero, il nucleo principale della città si estende sulla riva sinistra del fiume, mentre sulla riva opposta abbondano aree commerciali, sportive ed ampi suggestivi parchi.
La formazione della città di Varsavia risale al tredicesimo secolo, sviluppandosi intorno al castello dei duchi di Masovia (ancora oggi la denominazione della regione amministrativa della metropoli polacca). Tale luogo fungeva da baluardo di protezione dei traghetti che transitavano sulla Vistola, già allora percepita come un’importante via di comunicazione soprattutto verso la Lituania. Nei due secoli successivi il centro dei duchi di Masovia si trasformò in un mercato commerciale strategico, superando i diecimila abitanti, verso cui affluivano affaristi di nazionalità tedesca, rumena, baltica e di altri Paesi europei.
Alla fine del sedicesimo secolo, la Masovia fu annessa al Regno di Polonia e Varsavia ne divenne la nuova capitale, mentre Cracovia rimase come il luogo dove i sovrani continuavano ad essere incoronati. Trovandosi l’antica capitale (Cracovia) più a sud, in area mitteleuropea, la scelta di Varsavia rivelò le ambizioni di espansione verso il mondo baltico dei regnanti. Dopo anni di crescente sviluppo, Varsavia fu devastata verso la metà del diciassettesimo secolo nel corso della sanguinosa “Guerra dei Trent’anni” e, pur riprendendosi per qualche decennio, fu colpita da tremende epidemie all’inizio del diciottesimo secolo. Di seguito la città ancora una volta cercò di rialzarsi, vivendo anni di relativa prosperità, in cui si moltiplicarono gli edifici prestigiosi, i teatri ed i centri di studio, ma la situazione politica precipitò rapidamente quando la Polonia fu divisa tra Russia, Prussia ed Austria. Fieramente Varsavia cercò di resistere, anche attraverso le iniziative della classe borghese e degli intellettuali, ma dovette cedere davanti alla massiccia invasione dei Prussiani.
Alla dominazione politica, si aggiunse anche una sorta di persecuzione religiosa. I polacchi, tradizionalmente cattolici, furono per anni discriminati dai Prussiani (Tedeschi) di religione protestante e dai Russi ortodossi. In tale contesto, l’arcivescovato cattolico, istituito nel 1798 a Varsavia, iniziò una vivace campagna di sensibilizzazione per preservare l’identità religiosa della maggior parte dei cittadini. Dopo pochi anni come capitale di un effimero Granducato, all’inizio del diciannovesimo secolo Varsavia fu occupata dai Russi, anche se ormai si era diffuso un profondo sentimento di orgoglio nazionale, più volte soffocato con feroci repressioni.
La metropoli tornò ad essere capitale della Repubblica di Polonia nel 1918, vivendo una grande rinascita nei due decenni successivi, fino a guadagnarsi il meritato e prestigioso titolo onorifico di “Parigi del nord”. Ma, dopo tante sventure, il peggio doveva ancora succedere. Nella primavera del 1943 Varsavia fu occupata dall’esercito nazista e duramente bombardata, nonostante sia le truppe regolari che i civili volontari avessero cercato eroicamente di resistere per 33 giorni. Dopo il tragico tentativo di insurrezione degli Ebrei rinchiusi nel ghetto ed una nuova insurrezione popolare avvenuta nell’estate del 1944, i Tedeschi per rappresaglia distrussero circa l’80% degli edifici. L’orribile epilogo della guerra si concluse con la sopravvivenza di 300.000 abitanti, a fronte del 1.300.000 prima del conflitto, e con una distesa di macerie.
Nel dopoguerra, si cercò di ricostruire Varsavia nel suo assetto originale, con il nucleo della Città Vecchia, diventato patrimonio UNESCO nel 1980, i suoi molti palazzi barocchi e neoclassici. A ciò si aggiunsero nuovi quartieri periferici con funzioni soprattutto direzionali e residenziali, nonché ampie strade e parchi verdi. Come si può comprendere da questa brevissima sintesi storica, non è un caso se a Varsavia è stato riconosciuto il titolo di “città fenice”, per la sua interminabile storia di devastazioni, decadenze, ricostruzioni e nuove rinascite. Forse anche per tali motivi, oggi Varsavia è la sede di Frontex, l’agenzia europea della guardia frontiera e costiera.
Come si è detto in precedenza, dopo la distruzione avvenuta nel corso della seconda guerra mondiale, la città è progressivamente tornata ai suoi antichi splendori con la ricostruzione della maggior parte degli edifici, dei monumenti e dei parchi storici, nonostante il concomitante sviluppo dell’architettura ispirata al cosiddetto “realismo socialista”, tra cui spicca il Palazzo della Cultura e della Scienza, eretto tra il 1952 ed il 1955 come “dono” da parte dell’Unione Sovietica alla capitale polacca. Si tratta forse del più importante simbolo moderno della metropoli, che sorge a pochi passi dalla stazione centrale e che funge da fondamentale riferimento spaziale per l’intera estensione dell’area urbana.
La zona più pregevole è soprattutto la Città Vecchia (Stare Miasto), che più o meno corrisponde al più antico nucleo della città, così come sviluppatosi nel tredicesimo secolo. L’area, quasi del tutto distrutta sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu fedelmente ricostruita negli anni Cinquanta e Sessanta dal regime comunista, grazie anche ai cospicui finanziamenti sovietici, riprendendo su larga scala le vedute eseguite dal pittore veneziano Bernardo Bellotto, in precedenza attribuite al Canaletto. L’ingresso della città vecchia è costituito dal grande piazzale, denominato Rynek Starego Miasta, intorno al quale si intrecciano pittoresche stradine, sulle quali sorgono ragguardevoli palazzi barocchi e neoclassici.
Nella parte meridionale del piazzale si innalza il Castello reale, anch’esso distrutto durante il conflitto mondiale e ricostruito tra il 1971 ed il 1988, seguendo gli stessi schemi architettonici preesistenti. Davanti al palazzo, si trova un altro dei più importanti simboli della capitale polacca, la “Colonna di Sigismondo”, eretta nel 1644 per celebrare le gesta del re Sigismondo III Vasa. Partendo dal Castello, si percorre quella che viene chiamata la “strada reale” (Trakt krolewski) concepita inizialmente per collegare la città vecchia alla residenza reale di Willanow.
Al giorno d’oggi vi è il Krakowskie Przedmiescie, un elegante viale alberato, dove sorgono il palazzo del Presidente della Repubblica, la chiesa neoclassica di Sant’Anna, la città universitaria ed il monumento al poeta nazionale Adam Mickiewicz. Proseguendo si percorre una delle più belle strade della città, la Nowy Swiat, costellata da tanti ristoranti e caffè alla moda e sulla quale si affacciano edifici appartenuti alla nobiltà, come Palazzo Staszic, di fronte al quale spicca il monumento dedicato ad uno dei più grandi scienziati polacchi, Niccolò Copernico.
Uno dei luoghi più affascinanti di Varsavia, è senza dubbio il “parco Lazienki”, una vasta area verde delimitata nel XVIII secolo per volere del re Stanislao Augusto Poniatowski, dove sorgono meravigliosi ed onirici edifici neoclassici, come il “palazzo sull’acqua” (Palac na Wodzie) ed un anfiteatro costruito su un isolotto nel mezzo di un laghetto artificiale del parco. L’altra residenza reale è il Palazzo Wilanow, edificato verso la fine del XVII secolo per volere del re Giovanni III Sobieski, a cui si aggiunge l’Ogrod Saski, il Giardino Sassone, il primo parco cittadino ad essere aperto al pubblico, costellato da statue delle Muse e delle Virtù, nonché adornato da un orologio solare e da una fontana costruita a similitudine del tempio di Vesta a Tivoli.
Dopo anni di degrado, è rifiorito anche il “Quartiere Praga”, che si trova sulla riva destra della Vistola, attualmente una delle zone dove è più viva la “cultura underground” della capitale polacca, con numerosi locali alla moda ed esposizioni di “street art” e lo zoo, che può contare sulla presenza di tante specie animali. Nel Quartiere Praga sono sopravvissuti alcuni edifici antecedenti alla seconda guerra mondiale e pregevoli chiese ortodosse, come quella intitolata a Maria Maddalena.
Il gran numero di chiese presenti nel centro storico di Varsavia evidenzia l’anima inequivocabilmente cattolica della metropoli. La cattedrale di San Giovanni, edificata nel XIV secolo, è la più antica di Varsavia, ancora oggi testimone delle reliquie della Corona e luogo privilegiato di sepoltura di personaggi storici di assoluto rilievo. A partire dal XVII secolo la cattedrale è collegata al castello reale da una sorta di tunnel sospeso, aggiunto alla struttura dopo il fallimento dell’attentato al re Sigismondo III, aggredito mentre si recava a Messa.
Ma il luogo sacro è anche legato ad un orribile evento della seconda guerra mondiale: i nazisti entrarono nella cattedrale con un carro armato, causando danni pesantissimi e la distruzione del 90% dell’edificio. Nel dopoguerra la cattedrale è stata ricostruita piuttosto fedelmente, compresa la volta stellata, utilizzando illustrazioni del XIV secolo. Anche la Chiesa della Santa Croce, nel cuore del centro storico, è uno dei simboli della resilienza della capitale polacca. Distrutta durante l’insurrezione del 1944, dopo ben due settimane di lotta combattuta al suo interno, è stata in seguito anche luogo di frequenti scontri tra gli studenti e le autorità comuniste nei decenni successivi al conflitto mondiale. Il Cristo che si vede all’ingresso, con la pesante croce sulla schiena, ben incarna il martirio subito attraverso i secoli dalla popolazione di Varsavia. La chiesa, inoltre, è molto cara ai cittadini, perché nel secondo pilastro sul lato sinistro della navata conserva il cuore di Chopin e le ceneri dello scrittore Wladyslaw Reymont.
Anche la basilica di Sant’Anna, che sorge a pochi metri dal castello reale, è una delle chiese più antiche di Varsavia, il cui nucleo originario risale al quindicesimo secolo. La struttura attuale è, in linea generale, quella del 1770, ma alcuni elementi come l’organo, il pulpito e l’altare principale sono quelli originari. Si tratta di un interessante commistione di stili: la sua facciata in stile gotico determina un felice contrasto con l’interno barocco. Il suo belvedere regala ai turisti una delle migliori viste sul centro storico di Varsavia, anche se la torre, nota come Taras Wildokowy, costituisce una costruzione indipendente, collegata alla chiesa da una passerella. Anche la chiesa di S. Anna fu distrutta durante l’occupazione nazista e ricostruita completamente negli anni Sessanta. Tra gli altri numerosi edifici sacri, segnalo la cattedrale di Santa Maria Maddalena, il principale luogo di culto ortodosso della capitale polacca, conosciuta per le sue magnifiche cupole a forma di cipolla e le sue ricche decorazioni interne, nonchè la cattedrale di San Floriano/Michele Arcangelo, con le sue alte torri gemelle che spiccano sul panorama della riva destra della Vistola.
Tra i siti più tristi per la memoria storica di Varsavia, non si possono dimenticare le rimanenze del muro del ghetto eretto dai nazisti nel novembre del 1940, allo scopo di isolare la popolazione ebraica dal resto della città. Il muro era alto circa tre metri, sul quale era posizionato il filo spinato e destinato a circondare un’area dove furono confinate circa 400.000 persone in condizioni davvero spregevoli. Oggi ne rimangono soltanto alcuni frammenti che rappresentano una sorta di memoriale di quei fatti tragici. Lungo l’ex perimetro del muro sono stati collocati 22 monumenti commemorativi, piccole lastre di bronzo e segni sul suolo, che tracciano esattamente dove passava il muro tra il 1940 ed il 1943, quando fu abbattuto durante l’eroica sommossa dei cittadini.
Un discorso a parte merita la “sirenetta di Varsavia”, uno dei simboli più universalmente conosciuti della Polonia, la cui statua è collocata nel Rynek, la pittoresca piazza del mercato della capitale. La raffigurazione più antica della strana creatura baltica risalirebbe più o meno al 1400, con l’immagine di un personaggio a metà strada tra un essere umano ed un uccello, provvisto di spada e di scudo. Con il passare del tempo la figura ha assunto un aspetto sempre più aggraziato e femminile, fino ad identificarsi quasi con le immagini delle sirene di classica memoria. Lo stesso stemma della città, risalente al 1938, è caratterizzato dalla strana creatura metà donna e metà pesce.
Varsavia è piena di raffigurazioni della sirena: balconi, finestre, vetrate, cancelli e lampioni sono spesso ornati con l’incisione delle Syrenki. Vi sono varie leggende sulla tradizione che lega la sirenetta alla capitale polacca. La più nota di queste racconta che la creatura, nuotando nel Mar Baltico, si trasferì nelle acque della Vistola e, a un certo punto, quando uscì dall’acqua per riposarsi, alcuni pescatori furono colpiti dal fatto che la sirena intrecciava le reti causando la fuga dei pesci. Allora i pescatori decisero di cacciarla, ma quando udirono il suo soave canto, ne rimasero affascinati e la accolsero nella loro comunità. Un mercante, ricevuta la notizia dell’esistenza della sirena, pensò di poterci ricavare una buona somma di danaro. Perciò la fece prigioniera e la rinchiuse in un posto al buio lontano dal suo elemento naturale, l’acqua. La sirena, però, fu provvidenzialmente salvata da un giovane di nome Wars (da cui la radice leggendaria del nome della città), figlio di un pescatore, che sentendola piangere, ne ebbe pietà. Per ringraziare il giovane, la sirena promise che da quel momento avrebbe protetto l’intera città ed i suoi abitanti. Un’altra variante della storia narra che la sirena di Varsavia sia in realtà la sorella della sirenetta di Copenaghen che, per imprecisati motivi, avrebbe preferito avventurarsi dal Baltico verso le acque della Vistola, piuttosto che andare ad ovest verso i lidi della Danimarca.
Molto curiosa e suggestiva è un’antica leggenda legata al castello di Varsavia. Sembra che dopo la morte della sua amatissima moglie, il re Sigismondo Augusto fosse caduto in un tremendo stato di depressione che lo allontanò dagli altri componenti della famiglia e dalle faccende del regno. Il disperato sovrano appariva disposto a qualsiasi compromesso per poter rivedere, anche per un solo momento, la sua dolce metà perduta, al punto che tra la gente della capitale si diffuse la voce che avesse chiesto l’intercessione di un potente mago, affinchè potesse metterlo in contatto con la moglie defunta. Questo mago, sempre secondo il racconto popolare, un tal Pan Twardowski, avrebbe acquisito poteri soprannaturali dopo aver stipulato un patto segreto con il demonio. E volendo accontentare il re, nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 1569, avrebbe evocato lo spirito della regina Barbara in una delle grandi stanze del castello. Sui dettagli di tale rituale le versioni narrative sono molteplici e diversificate, anche se la maggior parte si riferiscono a formule incomprensibili ed all’utilizzo di uno specchio magico e di un incensiere che diffondeva un intenso aroma.
Il mago, tuttavia, aveva avvertito Sigismondo che, qualora la regina si fosse palesata, non avrebbe dovuto avvicinarsi e che soprattutto non avrebbe dovuto toccare la sua immagine. Invece, sembra che dietro una densa coltre di fumo, Barbara fece si la sua apparizione, ma Sigismondo, preso dall’emozione, ruppe il patto e si avvicinò all’ectoplasma della donna per baciarla. E’ forse plausibile pensare, seppure l’evento si sia verificato, che grazie ai trucchi del mago truffaldino, il re abbia creduto di vedere, dietro una coltre di fumo abilmente predisposta, l’immagine dell’amata moglie perduta. L’avvertimento a non avvicinarsi potrebbe essere considerato un altro astuto espediente del mago che, consapevole dell’imbroglio, doveva inscenare l’epilogo della rappresentazione.
Ci sono numerose testimonianze storiche, infatti, di come in quei secoli alcuni regnanti europei, grazie alla diffusione di presunte pratiche occulte, cadessero vittime delle truffe di maghi, stregoni e falsi medici. Nella vicenda di cui ci stiamo occupando, qualcuno ipotizzò anche che il mago, grazie all’aiuto del ciambellano di corte, avesse assoldato una donna somigliante alla regina defunta, per apparire avvolta dal fumo magistralmente diffuso nell’ambiente, fatta poi sparire rapidamente, prima che il re scoprisse il trucco. Secondo un’altra tradizione popolare, l’alchimista mago veggente Twardowski, pur avendo venduto l’anima al diavolo, non scese verso l’inferno, in quanto durante la discesa verso gli eterni abissi, la Vergine Maria l’avrebbe risparmiato e fatto atterrare sulla luna, dove sarebbe stato relegato per sempre. Sul nostro satellite, come unico compagno gli sarebbe stato affidato un ragno che, di tanto in tanto, grazie ad un filo invisibile, scenderebbe sulla terra per riferire al mago gli eventi più importanti vissuti dal genere umano di ogni epoca.
Avviandoci alla conclusione, salutiamo Varsavia, la città “fenice” risorta dalle proprie ceneri, oggi meritatamente considerata una delle più dinamiche e vivibili tra le capitali dell’Unione europea, che ancora colpisce per la sincretica coesistenza di eleganti e pittoreschi palazzi antichi, grattacieli ultramoderni ed austeri edifici dell’epoca comunista.