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Non più solo muse: il valore della ratio femminile

L’ultimo numero di Internazionale, uscito il 13 marzo in digitale, riporta una fotografia scattata a Manila, nelle Filippine, ad un gruppo di manifestanti riunitisi in occasione della festa della donna, e un articolo dello stesso numero ricorda che “la giornata dell’8 marzo è un’occasione per sottolineare i risultati ottenuti e le questioni ancora in sospeso nella lotta per l’uguaglianza sostanziale, l’eliminazione delle violenze e il superamento dell’oppressione patriarcale che per millenni hanno penalizzato metà del genere umano”. 

L’8 marzo non è una “festa”. E’ il dovere di ricordare, riflettere, agire. 

In molte parti del mondo, il tasso di mortalità femminile è più alto di quello maschile perché le donne ricevono meno assistenza sanitaria degli uomini.  E’ stato osservato che il “deficit” di donne è particolarmente rilevante in Asia e Nord Africa: il concetto delle “donne mancanti” (in paesi come l’India e il Pakistan, ogni 100 uomini si registrano solo 93 donne, ad esempio) è stato sviluppato per dare un’idea dello svantaggio delle donne anche nella mortalità, un altro livello di diseguaglianza tra i generi. 

Ma la disparità non è solo altrove. E’ vicinissima, nelle case di milioni di europei, nei luoghi di lavoro, nei servizi, nella natalità. E c’è ancora un posto dove la donna, spesso, è l’essere per definizione incline all’irrazionalità, alla volubilità emotiva, alla fragilità mentale: la letteratura.  

Qualche mese fa chiesi alla mia professoressa di greco perché il tragediografo Euripide fosse uno degli autori antichi più associati alla misoginia, dal momento che gran parte delle sue opere parla di donne e ha come titolo nomi di donna. Mi rispose qualcosa del genere: “Gli uomini di cui parla potranno pure avere poco carattere rispetto alle donne, ma sono tutti sani di mente. Le donne, invece, no. Come se tendessero per natura alla follia. Non a caso, Penteo, uomo dotato di senno, è reso folle e poi sbranato dalle Baccanti, donne tutte fuori di sé. E Giasone, marito di Medea, ti sembrerà debole rispetto a lei, ma alla fine dell’opera chi è che odi? Lui, mediocre uomo che, come tanti esseri umani di ogni epoca, è un adultero, o lei, che uccide i figli, completamente impazzita e delirante?”.

Fortunatamente è esistito Boccaccio. 

Non mi piaceva l’idea di passare in rassegna tutte quelle donne della letteratura che hanno “qualcosa che non va”, forse non avrei mai finito. Così ho pensato ai personaggi femminili del Boccaccio, non esenti da imperfezioni, ma in quanto esseri umani, non in quanto donne.  Le figure femminili a cui ha dato vita sono dotate di grande spessore: non scompaiono accanto ai personaggi maschili e non sono inclini ad impazzire più di quanto non lo siano gli uomini. 

Il giovane Boccaccio trascorse più di 10 anni nella florida e dinamica Napoli di Roberto d’Angiò: molte delle sue donne (quelle scaturite dalla sua mano) prendono vita in questi anni ed è possibile che il loro spessore letterario sia il riflesso di quell’ambiente straordinariamente eterogeneo, in cui molte (nobil)donne erano vere e proprie intellettuali o persone culturalmente interessanti. 

Per il Filostrato, Boccaccio attinge alla materia troiana, ma sceglie deliberatamente di isolare un episodio marginale della guerra: l’amore infelice di Troiolo, ultimo figlio di Priamo, per la vedova Criseida. Il titolo dell’opera, un sostantivo preso dal greco da un autore che non sapeva nulla di greco, è stato scelto nella convinzione che volesse dire “vinto d’amore” – descrizione che, in effetti, sarebbe perfettamente adatta Troiolo – ma in verità significa “amante della guerra”. L’aspetto del poemetto (il primo in ottave!) che ora ci interessa di più è la reazione del personaggio femminile e quella del personaggio maschile alla separazione. Criseida indubbiamente soffre, ma trova il modo di sfruttare, pur nella sofferenza, tutti gli strumenti a sua disposizione per riprendersi e iniziare una nuova vita (tanto fa il fascino di Diomede, il possente greco che inizia a corteggiarla, ma questo ci interessa poco). Troiolo, invece, si abbandona completamente al dolore. E’ lui che perde del tutto la propria lucidità. 

  Rimaso adunque Troiolo soletto

nella camera sua serrata e scura,

e sanza aver di nessun uom sospetto,

o di potere udito esser paura,

il raccolto dolor nel tristo petto

per la venuta subita sventura

cominciò ad aprire in tal maniera,

ch’uom non parea, ma arrabbiata fera.

Che uomo più non sembrava, ma arrabbiata bestia.

Incapace di gestire le proprie emozioni, Troiolo inizia a piangere, poi a battere la testa contro il muro e a picchiarsi il petto con i pugni. Ha perso ogni attributo umano. Spera che l’amata gli scriva ma, diversamente da moltissime opere dell’antichità in cui è la donna a soccombere o impazzire, Criseida, appellandosi alla ragione e non al cuore, è già andata avanti. E non è affatto scontato che un autore del Trecento, uomo, pensasse che una donna avesse ratio e non solo pathos

Alla fine Troiolo torna in battaglia  nella speranza di far fuori l’avversario, nemico in guerra e in amore: lo vede, è pronto ad attaccarlo, ma non riflette prima di agire e si lancia sul campo con un solo obiettivo e nessuna difesa.  Con la mente annebbiata, folle d’ira, Troiolo corre verso Diomede, ma prima che questi possa anche solo accorgersi del pazzo furioso che sta arrivando, passa Achille e… ammazza Troiolo, con nonchalance.  

Nell’Elegia di Madonna Fiammetta, è Fiammetta, nobildonna napoletana, a trovarsi nella stessa condizione di Troiolo. Eppure, a differenza sua, “guarisce” da quel doloroso mal d’amore, che all’epoca di Boccaccio era considerato una patologia a tutti gli effetti, e sopravvive. Fiammetta trova la forza di riscattarsi nella scrittura. Sceglie di comporre un’elegia in cui racconta la propria storia d’amore, dall’infatuazione travolgente alla dolorosa sofferenza dopo la separazione dall’amato, e la affida ad altre donne perché colgano l’ammonimento a non seguire, come ha fatto lei, un amore così sensuale che può avvicinare alla rovina.

Mentre i personaggi maschili del Boccaccio spesso faticano a opporsi alla Fortuna, e in quella rovina annegano, fragili e inetti, i personaggi femminili, benché sembrino più deboli e svantaggiati a livello sociale, riescono a riprendersi dalle batoste della Fortuna, talora con l’aiuto di una preziosa alleata.

Boccaccio, prima ancora che esistesse la ricorrenza, ha reso onore al valore dell’8 marzo, ricordando che la ragione non ha genere e dovrebbe essere lo strumento con cui ogni essere umano conquista il proprio spazio di libertà nel mondo.

Internazionale, numero 1656″
Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts