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Dalla Persia all’Iran: le ragioni storiche del conflitto

Nel 1935 lo scià Reza Pahlavi stabilì che il suo Paese assumesse il nome di “Iran”, che può essere tradotto in lingua italiana con l’espressione “terra degli Ariani”, allo scopo di rafforzare l’identità nazionale ed affrancare il territorio sotto il suo controllo dal millenario nome di “Persia”, attribuito da popolazioni straniere, in particolare dai Greci, all’inizio con riferimento ad un piccola regione (Pars), ma poi adoperato per identificare l’intera area geografica.

Il termine “Persia” ancora oggi evoca l’antica eredità culturale del Paese e la memoria di una storia più che prestigiosa, fondata sul passato di un grande impero e di un’illuminata civilizzazione. Il già menzionato scià assunse come nome evocativo per la sua dinastia proprio quello di “Pahlavi”, per indicare la lingua estinta fin dai tempi dell’impero sasanide che governò il Paese tra il III ed il VII secolo. Lo scià perseguiva chiaramente l’obiettivo anche di restaurare la memoria dei fasti del potente impero achemenide, richiamando l’origine zoroastriana della religione iranica ed una sua precisa identità pre-islamica, attraverso il frequente utilizzo di una simbologia statale ispirata ad immagini mutuate dal periodo imperiale.

I suoi successori, pur travolti e talvolta compromessi da determinati eventi storici, proseguirono di questo passo favorendo anche un rapido processo di modernizzazione e di avvicinamento al mondo occidentale. In tale contesto, la dinastia Pahlavi tentò di costruire una mistica imperiale in modo da evocare gli antichi fasti di Ciro il Grande, Dario e Serse. Nel secolo scorso furono organizzate anche sontuose cerimonie celebrative, come l’auto-incoronazione avvenuta a Teheran, nell’antico palazzo del Golestan, il 26 ottobre 1967, nonché i festeggiamenti per i 2500 anni dell’impero nell’antico sito di Persepolis verso la metà di ottobre del 1971. Vi è da aggiungere che, nonostante gli intenti della casa reale, le predette celebrazioni non produssero gli effetti sperati: all’estero furono considerate come sintomo di patetica smania di grandezza, mentre all’interno suscitarono feroci critiche quale inutile spreco di danaro pubblico. 

La compiaciuta ed interessata vocazione dei regnanti nel riferirsi ad un’epoca dominata dalla religione zoroastriana, aggiunta ad un processo di vivace modernizzazione e di secolarizzazione dei costumi sociali, finì con il creare un forte malcontento tra le frange più radicali dei religiosi dell’Islam sciita che, al contrario, propendevano per una netta valorizzazione musulmana della tradizione culturale iraniana. Le proteste si intensificarono progressivamente fino ad innescare le dinamiche che culminarono nella rivoluzione del 1978-79, determinando un’ingloriosa caduta della monarchia e l’instaurazione di una Repubblica islamica marcatamente orientata a cancellare ogni influenza della dinastia Pahlavi, anche attraverso l’azione di frange iconoclaste motivate alla distruzione di ogni simbologia che potesse ricordare l’antica mistica imperiale. E durante i primi anni successivi alla rivoluzione, i governanti teocratici, seppure gravati da un sanguinoso conflitto combattuto contro il confinante Iraq, promossero una capillare campagna di persuasione per rinnovare l’identità storica del popolo iraniano, fondata sui valori dell’Islam ed abbandonando ogni riferimento all’impero achemenide. Tuttavia, i seguaci dello Zoroastrismo, seppure ridotti ad una percentuale irrisoria, non scomparvero del tutto, sopravvivendo in alcuni gruppi della popolazione sia cittadina che rurale.

L’instaurazione della Repubblica islamica portò ad una politica estera che, pur non potendosi definire espansionistica, fu di certo di matrice internazionalista. Quale principale artefice del nuovo apparato statale si impose l’ayatollah Khomeini, detentore di un potere quasi assoluto, anche se nel corso della fase pre-rivoluzionaria era diventato il portavoce di diverse correnti ideologiche, come quella marxista e quella nazionalista. Khomeini affermò apertamente di voler esportare il modello di rivoluzione islamica anche al di fuori dei confini dello stato iraniano, allarmando di fatto le aspettative di alcuni degli stati arabi vicini, ormai modernizzati sia negli aspetti economici che in quelli sociali.

Il conflitto con l’Iraq, durato per otto anni (dal 1980 al 1988), ridimensionò l’ambiziosa visione internazionalista dell’ayatollah Khomeini, costringendo il Paese a lottare per la sua stessa sopravvivenza. Anzi, al termine del conflitto, con la morte dello stesso Khomeini, la nuova classe dirigente optò per un paradigma di governo meno assolutista e più partecipativo, al punto che la Guida suprema, pur conservando l’ultima parola in termini decisionali, assunse maggiormente la funzione di moderatore nell’ambito del sempre più complesso panorama politico iraniano. 

Negli ultimi tre decenni, però, la politica estera dell’Iran è nuovamente cambiata, in quanto è subentrato il sistema del cosiddetto “asse della resistenza”, attraverso una fitta rete di alleanze regionali con movimenti molto controversi come l’Hezbollah libanese, il regime siriano di Bashar al-Asad, le milizie sciite irachene ed Hamas. Tale sistema è stato a volte considerato dagli analisti come il segno evidente di una visione imperialistica ed espansionistica da parte del governo di Teheran. In realtà, la rete di alleanze dirette e trasversali, chiamata “asse della resistenza”, è più che altro riconducibile alla traumatica esperienza della guerra con l’Iraq, percepita dai cittadini iraniani non solo come un sanguinoso confronto con il regime di Saddam Hussein, ma con l’intera comunità internazionale (in primis con gli Stati Uniti) che l’aveva armato ed aiutato finanziariamente. Non si sa nemmeno con precisione se l’espressione “asse della resistenza” sia stata coniata dagli stessi componenti oppure da un imprecisato giornalista africano che l’avrebbe adoperata per cambiare il nome a quella formazione chiamata da George W. Bush “asse del male”.

E’ in queste ragioni che va ricercato il significato della dottrina strategica iraniana conosciuta come “difesa avanzata”, in grado di evitare nel futuro l’insorgere di un grave conflitto ai confini del suo territorio. Ciò ha determinato appunto la creazione di un sistema di difesa e di deterrenza mediante alleanze più o meno strutturate con attori regionali che ne condividessero, almeno in parte, la stessa matrice ideologica, unitamente ad un piano logistico su vasta scala con lo sviluppo di un importante piano industriale militare, in grado sia di sopperire alle esigenze operative che di fronteggiare le frequenti sanzioni imposte dalla comunità internazionale. Adottando un certo pragmatismo strategico, gli stessi vertici religiosi hanno finito con il ridefinire un’identità collettiva iraniana capace di digerire una certa commistione religiosa, collegando i fasti dell’antico impero persiano al culto dei martiri dei seguaci sciiti. Più volte ed in diversi modi, gli esponenti politici iraniani hanno sostenuto le prerogative peculiari della Repubblica islamica, fondata su un solido e profondo patrimonio storico e culturale, per distinguersi dai vicini Paesi arabi ai quali non si riconosceva la stessa dignità valoriale.  

La guerra attuale, che vede la contrapposizione di Stati Uniti ed Israele da una parte e l’Iran dall’altra, affonda le sue radici proprio nella rivoluzione del 1979 che portò alla deposizione della monarchia ed alla formazione della Repubblica islamica. Il nuovo regime di Teheran dichiarò apertamente che Stati Uniti ed Israele, che fino ad allora avevano avuto con l’Iran relazioni amichevoli, dovevano essere considerati Paesi nemici. Gli attacchi cominciati lo scorso 27 febbraio hanno dunque motivazioni storiche a cui si aggiunge la situazione contingente dell’economia e della società iraniana già da molti anni in crisi.

L’inflazione negli ultimi mesi aveva raggiunto un livello altissimo, circa il 40%.   Si pensi che il prezzo del pane era raddoppiato ed il valore della moneta nazionale, il rial, era crollato provocando un clima di sgomento e di desolazione nelle aspettative future della popolazione civile. La principale causa va individuata nelle pesanti sanzioni internazionali, aggravate nel settembre del 2025 con lo scatto del meccanismo denominato“snapback”, quando le Nazioni Unite hanno reintrodotto tutte le sanzioni cancellate nel 2015, adducendo come ragione il processo di arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti. 

L’unico polmone finanziario per la Repubblica islamica era rimasto la Cina, che acquistava più dell’80% del petrolio iraniano a prezzi scontati, di frequente pagando con altri servizi, come cantieri ferroviari, macchinari ad alta tecnologia, sofisticati sistemi di sorveglianza e così via. Pechino non era di certo mossa da generosità, ma approfittava dello stato di isolamento internazionale della Repubblica islamica. Un buon numero di iraniani che protestava nelle piazze considerava quella cinese come una nuova forma di colonizzazione egemonica. Nelle dilaganti proteste degli ultimi tre mesi, quando nelle piazze iraniane sono scese migliaia di giovani, donne e lavoratori, culminate in una feroce repressione ad opera del regime, gli Stati Uniti ed Israele hanno intravisto una ghiotta opportunità per liberarsi definitivamente dall’opposizione politica e propagandistica della Repubblica islamica.

Mentre in Medio Oriente veniva spostata un’imponente mole diasset militare, paragonabile a quella dell’invasione dell’Iraq del 2003, si apriva una copertura diplomatica sostanzialmente irricevibile. Si chiedeva, infatti, al regime iraniano, non solo di fermare ogni processo di arricchimento dell’uranio, ma anche di rinunciare ai propri missili balistici e di rompere tutte quelle alleanze regionali di cui si è parlato in precedenza. Al di là dei proclami americani ed israeliani in merito ad un’eventuale minaccia nucleare iraniana, il vero obiettivo dell’attacco è stato quello di smantellare l’intero apparato di sicurezza iraniano, riducendo drasticamente anche la sempre presente minaccia degli alleati regionali. Ma, dal punto di vista strategico, l’attacco sferrato dagli Stati Uniti e da Israele mira ad indebolire l’asse russo-cinese. Come si è detto, la Cina dipende dal petrolio iraniano, mentre la Russia, nel conflitto con l’Ucraina, adopera droni iraniani. Azzerare le risorse della Repubblica islamica, in un contesto geopolitico così variegato, significa anche colpire sia la Russia che la Cina in maniera indiretta ma efficace. 

Stiamo assistendo, inoltre, a diversi attacchi che coinvolgono gli Emirati Arabi, il Bahrein ed il Kuwait: si tratta di missili iraniani intercettati dai sistemi di difesa americani e locali. Non tutti i lanci, però, sono stati intercettati e qualche missile ha colpito alcuni edifici provocando la morte di poche persone ed un certo numero di feriti. E’ lecito chiedersi come mai l’Iran attacca Dubai ed altri stati della penisola arabica, se lo fa solo per creare maggiore caos o anche per ragioni specifiche. Non bisogna dimenticare che gli Emirati Arabi, il Bahrein ed il Kuwait sono solidi alleati degli Stati Uniti, ospitando anche importanti basi militari americane e britanniche. A ciò si aggiunge un fondamentale passo politico compiuto di recente, i cosiddetti “Accordi di Abramo” che, nel 2020, hanno avvicinato i Paesi arabici ad Israele.

Per l’Iran si è trattato di un tradimento imperdonabile da punire in ogni modo. Inoltre, colpire questi stati equivale a colpire le infrastrutture militari americane ed inviare un monito a tutti quelli che vorranno aiutare gli Stati Uniti. A fianco dell’Iran, come già anticipato, combattono gli Hezbollah che hanno già aperto un nuovo fronte in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite in Iraq e in Siria. In qualche modo sono presenti anche Cina e Russia, anche se indirettamente. Abbiamo già detto che la Cina compra dall’Iran quasi la totalità del petrolio prodotto in questo Paese e lo fa, molto di frequente, adoperando etichette di comodo per aggirare le sanzioni imposte dalla comunità internazionale. Nel 2021 è stato siglato un accordo con Teheran per una durata di 25 anni, equivalente ad una somma colossale di diverse centinaia di miliardi di dollari. La Cina, in cambio del petrolio, si è impegnata a fornire costantemente supporto militare indiretto ed alta tecnologia per i sistemi di difesa. La Russia, invece, ha stabilito con l’Iran una stabile partnership militare comprando migliaia di droni Shahed e ricambiando con un’avanzata tecnologia militare. Gli analisti, tuttavia, ritengono molto improbabile che Cina e Russia entrino nel vivo del conflitto, evitando la più catastrofica delle escalation. Almeno è quello che ci auguriamo tutti.      

Dal punto di vista economico e finanziario, la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta un grave problema soprattutto per l’Europa. Come è noto, si tratta di un corridoio che unisce il Golfo Persico all’Oceano Indiano, attraverso cui transita circa il 20% della produzione petrolifera mondiale ed una quota più o meno equivalente di gas naturale liquefatto (la maggior parte proviene dal Qatar). In estrema sintesi, si può tranquillamente affermare che un quinto della produzione energetica passa attraverso quel corridoio d’acqua. Un numero elevatissimo di petroliere è fermo nello stretto di Hormuz da quando i Pasdaran ne hanno annunciato la chiusura, al punto che le grandi compagnie di navigazione hanno ordinato alle proprie navi di seguire la rotta verso altri porti, con inevitabili ricadute in termini di tempi e di costi. Il prezzo del petrolio ha già superato i 100 dollari al barile (prima del conflitto di poco superava i 70), con previsioni che prevedono ulteriori aumenti qualora la guerra non dovesse concludersi in maniera rapida.                 

Tra gli scenari per l’immediato futuro, gli analisti ne individuano, in linea generale, tre come più plausibili. Il primo è la cosiddetta “descalation”: l’Iran senza più la sua guida spirituale storica Khamenei e sotto pressione per gli attacchi militari ed economici, potrebbe decidere di trattare con gli Stati Uniti ed Israele. In tale contesto, il nuovo regime potrebbe annunciare concessioni sul nucleare e sugli armamenti, consentendo la riapertura dello stretto di Hormuz ed il conseguente rialzo dei mercati finanziari. Al momento, con la nomina del secondogenito di Khamenei come guida suprema, una veloce risoluzione del conflitto in tal senso non sembra troppo vicina. Il secondo scenario prevede che i Pasdaran prendano il potere in maniera dichiarata, introducendo un cambiamento solo di facciata del regime ma non nella sostanza, favorendo di fatto la durata del conflitto. Nel terzo scenario, il sistema politico iraniano si sgretolerebbe sotto gli attacchi militari ed a causa di una massiccia rivolta interna, portando ad un vuoto di potere con tutte le incognite del caso per il futuro del Paese.

Le recenti dichiarazioni del Presidente Trump sull’imminente conclusione delle ostilità, sebbene siano da prendere con le dovute cautele, fanno ben sperare. A noi non resta che augurarci che la più grave crisi degli ultimi anni in Medio Oriente finisca prima di una pericolosissima e catastrofica escalation planetaria.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts