Una delle domande più antiche che ha assillato il genere umano, fin dagli albori delle civiltà antiche, è dove risieda l’anima, o per adoperare un linguaggio più moderno, alla luce delle attuali scienze neurologiche, la coscienza. Per gli studiosi delle discipline neuro-scientifiche, la questione appare piuttosto scontata: la coscienza si trova nel cervello. E, pertanto, le nostre esperienze soggettive non sarebbero altro che il prodotto dell’interazione di miliardi di neuroni che si accendono e si spengono, seguendo modelli intricati. Da alcuni decenni, tuttavia, quasi fossero state riesumate antiche credenze, un gruppo sempre più nutrito di studiosi, in un contesto multidisciplinare che abbraccia la fisica, la medicina, la filosofia e la religione, ha avanzato l’ipotesi che la coscienza non sia confinata nel corpo, ma che esista una vera e propria “dimensione non locale”, in grado di rivoluzionare completamente le idee che abbiamo in termini di spazio e di tempo.
Attualmente le attività di ricerca sulla cosiddetta “coscienza” vengono attuate partendo dagli elementi che possono essere studiati in maniera empirica. La maggior parte degli studiosi considera la coscienza come un “epifenomeno”, cioè come il prodotto manifesto di numerosi processi elettrochimici che si susseguono nel cervello umano. Il modello tradizionale della coscienza, pertanto, corrisponderebbe al complesso calcolo neuronale che avrebbe origine durante l’evoluzione biologica. D’altra parte alcuni aspetti peculiari hanno fatto pensare alla coscienza come a qualcosa di profondamente diverso, non semplicemente al risultato di reazioni molecolari e di processi chimici, complessi ma in qualche modo troppo schematici e prevedibili.
Nello specifico, la “teoria della coscienza non locale”, in inglese denominata “non-local consciousness”, capovolge completamente il modello neuro scientifico elaborato nei secoli scorsi. I fautori della “teoria della coscienza non locale” arrivano ad affermare che la mente non è originata direttamente dal cervello del singolo soggetto, ma che essa nasca in una sorta di “campo di informazione universale”, rispetto al quale il cervello umano non sarebbe altro che un semplice regolatore o trasmettitore. E’ innegabile che una simile teoria si avvicina molto ad alcune ricostruzioni orientali, come il Vedanta ed il Buddhismo, arricchita da specifiche formulazioni di carattere fisico e matematico. Peraltro, anche in altri scritti abbiamo evidenziato come alcuni schemi di pensiero orientali contengano sorprendenti similitudini con i principi della meccanica quantistica, disciplina ancora avversata da una parte della comunità scientifica. Tra le teorizzazioni più rigorose, ha destato molto interesse quella elaborata congiuntamente da Roger Penrose, premio Nobel per la Fisica nel 2020 e dall’anestetista Stuart Hameroff. L’ analisi complessiva dei due studiosi, chiamata Orch-Or (Orchestrated ObjectiveReduction), fa leva sulla struttura dei “microtubuli” delle cellule nervose. In estrema sintesi, i precitati ricercatori ritengono che nei microtubuli si formino stati quantistici di “superposizione”. Tali formazioni collasserebbero in maniera coordinata, dando vita a quelle che noi comunemente chiamiamo “esperienze coscienti”.
Fin dagli inizi degli anni duemila, altri elementi cognitivi avrebbero suffragato l’ipotesi della “coscienza non locale”, a partire dalla registrazione documentata di decine di casi di esperienze di quasi-morte o di pre-morte. In particolare, il cardiologo olandese Prim van Lommel si è occupato della catalogazione di casi di pazienti in arresto cardiaco che, riprendendosi, avrebbero raccontato di percezioni nitide e lucide, quando invece il cervello, dal punto di vista neurologico, risultava essere in una fase di attività minima o perfino inesistente. Secondo alcuni scienziati, pertanto, la coscienza potrebbe non “finire” insieme al cervello , ma “sintonizzarsi” altrove, come se si trattasse di un’altra frequenza dimensionale. Questo campo così affascinante e misterioso è stato definito “campo di consapevolezza indipendente dal corpo”, potendo in qualche modo spiegare la destinazione della nostra parte spirituale dopo il decesso inesorabile, quanto inevitabile, della parte corporea.
Nell’ambito della meccanica quantistica, è stato già sperimentato che la realtà non è così “oggettiva” come si pensava in una visione tradizionale. Due particelle, per il fenomeno chiamato “entanglement”, possono dispiegare la propria influenza in maniera reciproca. Da qui si è sviluppata l’ipotesi che anche la coscienza sia in grado di emergere da connessioni non locali di strutture fisiche. E’ chiaro che il problema della coscienza sia ancora di difficilissima soluzione ed ipotesi puramente fisiche non riescono a spiegare esaustivamente come possano esistere le esperienze soggettive.
Per gran parte degli scienziati l’ipotesi della coscienza locale, pur essendo suggestiva, non può essere al momento verificata. Secondo gli studiosi tradizionalisti, le esperienze extracorporee di coloro che si sono trovati sulla soglia della morte si possono spiegare con motivazioni neurobiologiche, come la carenza di ossigeno, il rilascio di endorfine, costruzioni mentali traumatiche oppure alterazioni dei lobi temporali.
Non si può negare che l’entanglement quantistico sia alla base di tecnologie sempre più moderne e sofisticate, come i computer quantistici e la crittografia quantistica, anche se le relative applicazioni sperimentali appaiono ancora molto controverse. Tuttavia, sono stati fatti notevoli passi in avanti nel cosiddetto “teletrasporto quantistico”, un ambito che rievoca trame letterarie e cinematografiche fantascientifiche, attraverso l’utilizzo di un canale di comunicazione classico congiuntamente ad un livello “entangled”. Il 2 dicembre 2011 si ricorda come una data importante: furono correlati due diamanti di un millimetro posizionati alla distanza di 15 cm l’uno dall’altro, senza variazioni rispetto alla temperatura ambientale. Il 30 novembre 2016 ha avuto successo un esperimento condotto da un gruppo di “citizen scientists”, circa 100.000 persone di ogni angolo del nostro pianeta, che avrebbero generato “bit” e “stringhe casuali”, confermando la validità del concetto di entanglement e confutando le convinzioni classiche sulla visione della realtà locale. All’inizio dell’estate del 2017, un gruppo di ricercatori cinesi ha realizzato una rete a comunicazione quantistica, formata da tre nodi e un satellite in orbita. Ciò ha determinato la distribuzione di fotoni in “entanglement” tra i diversi nodi terrestri, collocati ad una distanza tra i 1600 e i 2000 km rispetto al satellite in orbita. Gran parte della comunità accademica ha considerato poco attendibili i precitati risultati, in quanto, sotto il profilo strettamente epistemologico, l’entanglement si scontrerebbe con il principio, almeno in apparenza ovvio, della “località” che comporterebbe che un passaggio di informazioni tra diversi elementi si possa realizzare solo con interazioni causali successive, aventi un inizio ed una fine. A partire dai primi anni del XXI secolo, alcuni scienziati hanno cambiato approccio nei confronti della meccanica quantistica, analizzandola alla luce dell’informazione quantistica contenuta in un vero e proprio sistema. Questa metodologia implica che l’entanglement e gli altri risultati dei sistemi quantistici possano essere considerati, non fine a sé stessi, ma come derivazioni specifiche di teoremi contenuti negli stessi sistemi.
Molteplici e diversificate tradizioni contemplative hanno considerato la “coscienza intrinseca” come una “rete tessuta nella trama dell’universo”, un modo di vedere non facile da comprendere ma sicuramente affascinante ed in grado di giustificare alcune esperienze altrimenti inspiegabili. Se osserviamo la già citata teorizzazione di Penrose con occhio meno scettico e critico, ci rendiamo conto che la struttura della coscienza potrebbe assomigliare più a un tema musicale che a un calcolo, al punto che il nostro cervello assumerebbe le caratteristiche di un’orchestra, una specie di sistema di risonanza vibrazionale. Del resto non è stato mai provato scientificamente che la coscienza sia una diretta emanazione dei processi chimici del nostro cervello. E come si diceva prima, le persone che hanno vissuto esperienze di pre-morte hanno sperimentato uno stato di coscienza amplificato, proprio quando la loro attività cerebrale risultava pressochè assente.
Nella letteratura parapsicologica e non solo, si registrano numerose esperienze indicate con l’acronimo OOBE (Out of the body experience), ossia le cosiddette esperienze extracorporee che sembrerebbero avvalorare l’ipotesi di una facoltà umana intrinseca di poter trasportare la coscienza attraverso lo spazio e addirittura anche nel tempo. In questo modo si arriverebbe a spiegare anche alcuni fenomeni di precognizione o di retrocognizione. Alcuni esperimenti, diventati poi celebri ed iconici, come quelli condotti da Robert Monroe, hanno dimostrato che determinati soggetti sono in grado di proiettare la propria coscienza lontano dal corpo, potendo perfino descrivere luoghi, persone e cose di cui non avevano alcuna pregressa conoscenza. Tali esperimenti sono stati condotti mentre il soggetto in questione rimaneva assolutamente supino, in totale stato di rilassamento.
Un gruppo di pensatori definisce la vita come “stato di coscienza”, che può variare in determinate situazioni consuetudinarie, come il sonno, oppure di carattere traumatico od improvviso, come può essere uno svenimento. In questi casi si dice che il soggetto sperimenti “un forte cambiamento nello stato di coscienza”. Non è affatto casuale che coloro che fanno uso di sostanze psichedeliche, affermino di entrare in “altre dimensioni” che, nella normalità, non si riescono a percepire. A questo modo di considerare le cose, un accanito materialista potrebbe obiettare che lo stato di coscienza può essere determinato soltanto dal fatto che “siamo vivi”, grazie alle complicate connessioni tra i neuroni del nostro cervello. Pertanto, quando i neuroni si spengono, per il soggetto che muore si aprirebbe il baratro del nulla. Eppure, come abbiamo già anticipato, centinaia di persone sopravvissute a morte clinica raccontano una storia diversa, in una maniera sorprendentemente coincidente. Luci intense, sensazioni di distacco dal corpo, incontri con persone care defunte e percezioni di uno stato di beatitudine sono tutti fenomeni che difficilmente possono essere liquidati con una semplice analisi materialista che fa leva sulla confusione mentale del soggetto morente. Le esperienze, conosciute con l’acronimo NDE (Near-Death Experiences) hanno fatto molto discutere, mettendo inevitabilmente in discussione il modello biologico tradizionale del funzionamento della nostra mente. D’altra parte credere nella coscienza non locale, come in un campo di energia fondamentale dell’universo, consentirebbe di leggere in chiave “scientifica” alcuni fenomeni considerati misteriosi, che non verrebbero più relegati tra le pieghe della fantasiosa metafisica. Seguendo questa suggestiva linea interpretativa, l’identità personale potrebbe essere paragonata ad un’onda che si muove nell’oceano: sarebbe in grado di assumere una forma distinta, ma non potrebbe esistere al di fuori dell’acqua da cui è circondata. L’ “io”, a questo punto, si comporterebbe come l’espressione momentanea di qualcosa di molto più profondo, la coscienza universale. Ricorrendo ad un linguaggio più filosofico, si potrebbe dire che la coscienza individuale non sarebbe altro che una manifestazione limitata di un principio cosmico molto più ampio.
Nel campo delle neuroscienze, tra riflessioni filosofiche e scientifiche sulla coscienza, si muove l’ultimo fortunato best-seller di Dan Brown, L’ultimo segreto, ambientato nell’esoterica Praga, uscito nelle librerie lo scorso anno. L’autore cerca di dare una spiegazione in merito all’esistenza della “coscienza” attraverso la noetica e la parapsicologia, facendo riferimento ad esperienze extrasensoriali, a visioni di premorte e ad immagini di forme della realtà accessibili soltanto a persone che versino in particolari condizioni.
Avviandoci alla conclusione di questa breve trattazione, mi preme sottolineare che voler interpretare la morte come un “passaggio” o come una “trasformazione” verso una dimensione superiore rimane ancora una questione di fede personale, che si basa sul proprio patrimonio culturale, nonché sull’interpretazione di esperienze soggettive e di visioni spirituali, non essendoci ad oggi prove scientifiche incontrovertibili sulla sopravvivenza della coscienza dopo l’oscuramento totale delle funzioni cerebrali. Futuri sviluppi scientifici potrebbero raccontarci un’altra storia.