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Questa nostra, solita illusione del dominio: riflessioni sulla natura da Plinio il Vecchio ad oggi

Natura matrigna: un topos letterario

Vanta celebri e numerosissimi autori la tradizione letteraria della Natura matrigna: da Plinio il Vecchio, vissuto tra il 23 e il 79 d.C., a Giacomo Leopardi. 

Uno dei libri più interessanti della grande, enciclopedica opera plinianaNaturalis historiae è dedicato all’antropologia, ma la premessa al testo è una cupa riflessione sulla condizione umana: non sit satis aestimare, parens melior homini an tristior noverca fuerit, “non è possibile dire con certezza se [la natura] sia stata per l’uomo più una buona madre o una crudele matrigna”. Plinio affida al brano un inaspettato pessimismo e si domanda perché la natura sia così crudele da gettare soltanto l’uomo “nudo sulla nuda terra”, abbandonandolo ai vagiti del pianto sin dalla nascita. D’altro canto, il rimprovero di Plinio è rivolto all’uomo hybristés, arrogante, che crede ingenuamente di poter domare la natura, di poterla manipolare e plasmare secondo i propri interessi e fini.

Leopardi, memore delle riflessioni dell’autore latino, immagina un dialogo tra un islandese e Natura, personificazione della natura che appare all’uomo da poco giunto in Africa. Al monologo dell’islandese sulle “incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza”, Natura oppone una glaciale indifferenza, sottolineando in primo luogo che la sua azione guarda “a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità”, e descrivendo in seguito l’andamento dell’universo come un circuito perpetuo di produzione e distruzione del quale – sembra suggerire Leopardi – l’uomo costituisce solo una minuscola, irrilevante parte. Sottesa al testo è dunque una lucida critica all’antropocentrismo: ridimensionando le sterili pretese di superiorità degli esseri umani sul resto del creato, la voce di Leopardi, forte come un grido, ci ricorda da due secoli quanto piccola, quasi insignificante, sia la nostra parte nell’immensità della natura. 

Matrigna o vittima?

La Seconda Rivoluzione industriale è l’espressione storica del tentativo dell’uomo di imporsi sulla natura: l’industrializzazione frenetica, massiccia, l’illusione di una crescita inarrestabile e di una possibile manipolazione dell’ambiente senza conseguenze hanno fatto dell’uomo un carnefice e della natura la sua vittima. Ma oggi sappiamo bene dove ci porta l’indifferenza verso obblighi e limiti: danneggia il pianeta, convertendo la catastrofe climatica da distopia in realtà, e chi lo abita, noi.

Max Weber leggeva la modernità (quella di fine ‘800) come un tempo in cui, nell’estrema razionalizzazione, la specificità del singolo e il senso di appartenenza alla comunità erano profondamente indeboliti, già quasi scomparsi. In questo nuovo mondo, orientato ai mezzi e indifferente ai fini, nel quale l’essere umano – senza accorgersene, forse – è destinato a subire una reificazione, una trasformazione in “cosa”, Weber vide un declino dei valori assoluti, un avvicinamento alla totale aridità, non solo emotiva, ma anche più concretamente ambientale, e chiamò il processo “disincantamento del mondo”. Pochi anni più tardi, altri intellettuali tedeschi riconobbero il pericoloso dominio dell’uomo sulla natura e lo associarono al dominio dell’uomo sull’uomo. 

I diritti della natura e i doveri degli esseri umani

Un rapporto del National Intelligence Council (NIC) di qualche mese fa presenta un grafico dal titolo “Erosione della sicurezza umana”: evidenzia alcune pericolose tendenze globali come il disastroso peggioramento delle condizioni climatiche, lo scioglimento dei ghiacciai e l’aumento del livello del mare, l’uso improprio e disomogeneo delle risorse idriche, disuguaglianza e conflitti. E questo è il futuro che ci attende se non agiamo ora, anche se servirebbe un miracolo. Invece di comportarci come custodi della nostra Terra, eredità comune che avremmo il dovere di preservare, l’abbiamo ridotta a mero inventario di materie prime al servizio del profitto. Entro il 2070, tre miliardi di persone vivranno fuori dalla fascia climatica che ha permesso la nascita della civiltà.

Nel 2021, il fiume Magpie, che scorre per circa duecento chilometri in Québec, è diventato la prima entità naturale ad avere dei diritti, come quello di scorrere ed essere libero dall’inquinamento, che devono essere tutelati dai membri della comunità indigena innu nominati guardiani del fiume. Il rispetto sacro della natura è un fondamentale – ed esemplare – elemento della spiritualità delle comunità di nativi: concepiscono se stessi come organismi che nascono dall’incessante azione della natura, che appartengono ad essa e con essa ricercano un costante equilibrio, rifiutando ogni  pretesa di diventarne i proprietari. Il comportamento dei nativi – che, ancora peccando di arroganza, tendiamo ad associare a uno stadio “inferiore” di umanità – riflette un profondo senso di responsabilità ecologica e spirituale.

Riconoscere personalità giuridica agli ecosistemi è una soluzione per riemergere dalla spirale autodistruttiva in cui ci siamo infilati, ed è anche una sfida al dogma dell’antropocentrismo tipicamente occidentale, già sbeffeggiato da Plinio, che riteneva ingenuo ed impotente l’uomo superbo, e fortemente criticato da Leopardi. Questi recenti e preziosi provvedimenti si sono estesi dal fiume Whanganui in Nuova Zelanda al Rio delle Amazzoni, a cui la Corte Suprema in Colombia ha riconosciuto diritti legali, e insistono sulla necessità di rivolgersi alla natura non come ad una risorsa da sfruttare, ma come ad un soggetto da proteggere, al pari di un altro essere umano.

La perdita di biodiversità non distrugge solo il paesaggio, ma rompe le barriere naturali contro le pandemie. Frammentare gli habitat selvatici, ammassare animali in recinti d’ingrasso insalubri, favorire condizioni mortali per gli insetti con i tensioattivi, ad esempio, riduce a dismisura la biodiversità, che, invece, in un ecosistema sano frena la trasmissione di agenti patogeni. Inoltre, questi ed altri stravolgimenti che cancellano ciò che è essenziale per la nostra esistenza aumentano i rischi di spillover, il “salto di specie” dovuto al passaggio di virus da una specie in cui abitualmente circola ad una “ospite” in cui può produrre infezioni contagiose e scatenare epidemie (come è successo pochi anni fa).

Proteggere un fiume o una foresta, ed accettare la loro dignità come vogliamo che sia valida la nostra, non è più un atto di carità ecologica, ma una necessità per la sopravvivenza. Nel dialogo Crizia, Platone descrive la perdita di fertilità del territorio dovuta alla hybris dell’uomo, che ne ha sfruttato eccessivamente le risorse: dove un tempo c’erano sorgenti, Platone vede solo un terreno spoglio da cui l’acqua è defluita; dove un tempo s’innalzavano colline ricoperte da abbondante terra fertile, Platone vede solo i resti dello “scheletro di un corpo colpito da una malattia, perché tutta la terra che c’era intorno, tutto ciò che vi era di fertile e morbido è scivolato via”. Se la natura muore, questa sarà l’unica eredità che lasceremo ai tre miliardi di profughi climatici del futuro. 

Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts