Non credo di spoilerarvi troppo dicendo che nel nuovo film di Paolo Sorrentino, La Grazia — dopo un’anteprima tra il 24 e il 31 dicembre, ora ufficialmente in sala — Toni Servillo fuma in un modo così bello da essere, letteralmente, pieno di grazia. Amen.
Il modo in cui aspira il fumo è un’attitudine, una forma dello stare al mondo, e si addice perfettamente all’attore di Afragola; ancora di più al personaggio che interpreta, Mariano De Santis: Presidente della Repubblica giunto al semestre bianco del suo mandato, giurista e autore di un celebre manuale di diritto penale, definito dai suoi studenti come l’Himalaya K3. Impossibile da scalare, e per giunta inesistente.
Esiste invece il fumo cilestrino della sua mono sigaretta quotidiana, l’unica che il suo unico polmone rimasto riesca a filtrare. Servillo da anni prova a smettere di fumare: prima le sigarette, poi il sigaro, poi di nuovo le sigarette. Ma, considerando il suo timing — nella recitazione, nelle interviste, nei podcast, dove certe pause fanno dubitare della linea — la sigaretta sembra essere la sua bussola. Il suo nord.
Con il tempo Toni l’ha sempre con sé, consapevole di non poterne fare a meno. Non è un inetto come Zeno Cosini: ha stile e classe, come Tony Pisapia ne L’uomo in più, il suo esordio con Sorrentino. «Sbilanciami una sigaretta» era un leitmotiv.
Ma non ha mai fumato così bene come in La Grazia. Qui le sigarette sono parte del paesaggio: come gli alberi spogli, i campi lunghi, un uomo costretto a fare i conti con se stesso e con la morte della moglie, mai davvero elaborata.
Toni, intanto, continua a fumare: sul set, nella vita privata, recitando Molière o sul red carpet di un festival. Sempre con la sigaretta, che gli rimanda l’immagine della sua vita, personale e artistica. Per questo non smette — e forse non smetterà — non per scelta, ma per un gesto involontario del corpo.