Vai al contenuto
Home » Literature » Il libero arbitrio è una bugia? Lo scetticismo delle neuroscienze e il  “libero voler” dantesco

Il libero arbitrio è una bugia? Lo scetticismo delle neuroscienze e il  “libero voler” dantesco

Oggi che è possibile osservare l’attività fisica del cervello associata alle nostre decisioni, è più facile vedere queste come una delle tante componenti della meccanica dell’universo materiale, in cui il “libero arbitrio non ha alcun ruolo.

Oliver Burkeman sul The Guardian

La questione del libero arbitrio, per secoli rimasta centrale nel campo d’indagine di filosofi e teologi, si è arricchita negli ultimi anni di contributi provenienti dalla fisica e dalle neuroscienze: la convinzione umana di poter esercitare il controllo, la responsabilità individuale, il merito e la giustizia rischiano di sgretolarsi alla luce dei recenti studi sulle aree cerebrali adibite alla pianificazione e a questioni decisionali. A partire dagli anni Ottanta, alcune scoperte neuroscientifiche hanno suggerito che le scelte “libere” che quotidianamente facciamo – e non solo quelle difficili che richiedono tempo, ma quelle più banali, come il bivio che ci si presenta quando abbiamo davanti una mela e un cioccolatino molto più attraente, ma poco sano – possano avere origine nel cervello diversi attimi prima che ci rendiamo conto di averle anche solo pensate.  

Nel 1983, il neuroscienziato Benjamin Libet scosse le fondamenta dell’autoconsapevolezza. Attraverso il monitoraggio dell’attività cerebrale (EEG), Libet dimostrò che il cervello inizia a preparare un movimento circa 300 millisecondi prima che il soggetto diventi consapevole della propria decisione di agire. Studi più recenti hanno esteso questo intervallo fino a 10 secondi.

Se ogni decisione è l’anello di una catena di cause originata da processi biochimici, dunque  imprescindibile, noi non siamo nient’altro che spettatori interni dello svolgersi del nostro pensiero: l’idea di agire diversamente richiederebbe di uscire dalle leggi della natura. In altre parole, continua Burkeman,

per avere ciò che nel gergo accademico viene chiamato libero arbitrio “controcausale” – secondo il quale se riavvolgiamo il nastro della storia fino al momento della scelta, potremmo farne una diversa – dovremmo in qualche modo uscire dalla realtà fisica. Per fare una scelta che non fosse semplicemente l’anello successivo della catena ininterrotta di cause, dovremmo essere in grado di staccarci da tutto, diventare un’entità spettrale separata dal mondo materiale ma misteriosamente ancora in grado di influenzarlo.

In questo scenario difficile da accettare, che minaccia il senso del sé di ciascuno di noi e ci impone di rinunciare a tutto ciò che crediamo nostro per merito; in un contesto che presuppone, di contro, di non cercare un colpevole in chi commette un crimine — in quanto risultato finale di una serie di processi cerebrali estranei al controllo di chi l’ha commesso — mi appello alla letteratura, che ci ricorda sempre di non essere soli.

Lume v’è dato a bene e a malizia: il libero arbitrio nel Purgatorio

Nel XVI canto del Purgatorio dantesco, Virgilio e Dante, avanzano sulla cornice degli iracondi dove le anime, in vita uomini accecati dall’ira, scontano la propria pena in una coltre di fumo denso e acre che irrita gli occhi al punto da non poter essere aperti. E’ proprio in questa oscurità che Dante auctor offre l’illuminante spiegazione del problema del libero arbitrio. 

Rivolgendosi all’anima di Marco Lombardo, il poeta domanda se il male che gli uomini commettono dipenda dal destino o da loro stessi:

Lo mondo è ben così tutto diserto 

d’ogne virtute, come tu mi sone, 

e di malizia gravido e coverto;                                     

ma priego che m’addite la cagione, 

sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; 

ché nel cielo uno, e un qua giù la pone.

Parafrasando:

Il mondo è proprio così vuoto 

di ogni virtù, come tu mi dici, 

e gravido e coperto d’ogni forma di cattiveria;

ma ti prego di indicarmene la ragione

perché io la veda e la mostri a tutti:

dal momento che c’è chi la pone nelle influenze celesti, e chi quaggiù [tra gli uomini].

Da dove viene tutto questo male? 

C’è chi dà la colpa al cielo, cioè al fato, chi agli uomini, cioè alla libertà che è loro concessa di decidere se commettere il male e assumersene la responsabilità.  E’ una domanda drammatica. 

La cultura antica considerava il male una necessità inevitabile calata nelle vite degli uomini dal fato, cui era impossibile sottrarsi malgrado tutti i disperati tentativi ed affanni. Il cristianesimo rovescia questa prospettiva e Sant’Agostino, nel V libro del De civitate dei, afferma perentorio che chi ritiene gli astri responsabili delle azioni che si compiranno, del bene che si avrà, del male che si subirà, non debba essere assolutamente ascoltato. Noi facciamo con la nostra volontà tutte le azioni che abbiamo coscienza o conoscenza di fare soltanto perché lo vogliamo. 

In Confessiones VIII:

Voluntas est animi motus, cogente nullo, ad aliquid vel non amittendum, vel adipiscendum.

La volontà è un movimento dell’anima, non costretto, che tende ad acquistare o a non perdere alcunché.

La risposta offerta da Marco Lombardo a Dante nel Purgatorio è in linea con la posizione di Agostino di Ippona. L’anima iraconda spiega che gli uomini cercano la colpa nel destino, nelle circostanze, ma 

se così fosse, in voi fora distrutto 

libero arbitrio, e non fora giustizia 

per ben letizia, e per male aver lutto.    

Se il libero arbitrio non esistesse né premio né castigo avrebbero motivo di esistere. Marco e Dante si riferiscono alla giustizia di Dio, alla grazia e al castigo eterni. Ma il discorso può essere trasferito anche nella nostra situazione di moderni, e, prima ancora, di esseri umani sulla terra: che senso avrebbe un qualsiasi giudizio morale se le nostre azioni fossero determinate esclusivamente da interventi biochimici? Nel ragionamento seguito da Burkeman nell’articolo sul The Guardian, chiunque si fosse trovato al posto di Hitler, ne avesse posseduto gli stessi geni e vissuto le stesse esperienze, si sarebbe comportato allo stesso modo. Alla fine, diceva, è tutta una questione di fortuna. I neuroni di Hitler, nelle circostanze storiche in cui si sono trovati ad operare, hanno dato una certa risposta, quelli di Gandhi un’altra. Che senso avrebbe, secondo questo filone, condannare le azioni del primo e apprezzare quelle del secondo? 

Lombardo continua: 

Lo cielo i vostri movimenti inizia; 

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica, 

lume v’è dato a bene e a malizia,                                   

e libero voler; che, se fatica 

ne le prime battaglie col ciel dura, 

poi vince tutto, se ben si notrica. 

Il cielo, che potremmo intendere qui come l’insieme di condizioni in cui veniamo al mondo che influiscono sulla nostra sensibilità, sul nostro temperamento e sulla concezione morale che sviluppiamo, inizia i nostri movimenti, non esaurisce le azioni che definiscono chi siamo. Ecco il punto: anche se all’origine di tutto quel che accade ci fosse il cielo – il fato degli antichi, la catena causale dei processi neurali studiati dai moderni – comunque lume v’è dato a bene e a malizia, cioè in noi sopravvive un criterio, una luce, per distinguere il bene dal male. Per Dante, la libertà è una conquista. Il “libero voler” può affermarsi compiutamente purché sia ben alimentato (se ben si notrica): un nutrimento continuo di gesti, calore umano, amicizie, letture speciali, amori equilibrati, sani, incredibili –  insomma, un’adesione abituale al bene –  “educa” la nostra capacità di scegliere e decidere, che a poco a poco diventa virtù. C’è bisogno di tempo, di “fame” – come la chiamerebbe mia madre –  di migliorarsi come esseri umani, una scelta da rinnovare giorno dopo giorno. 

Dante, nel proprio cammino, cade, continuamente incerto e confuso, ma solleva lo sguardo verso Virgilio e continuamente riprende, lento, ma è così che la sua libertà si educa nel tempo e la salita si fa sempre meno dura. 

Cover Image: Annibale Carracci, Ercole al Bivio (1595-96)

Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts