Conosciamo i Magi quali personaggi associati alla festa dell’Epifania nella tradizione cristiana, menzionati in maniera esplicita nel Nuovo Testamento biblico e, precisamente, nel Vangelo di Matteo. Come avremo modo di vedere nel corso della presente sintetica trattazione, rispetto al testo attribuito all’evangelista Matteo, ai Magi nel corso dei secoli, soprattutto in epoca medievale, saranno attribuite caratteristiche narrative di carattere simbolico e fiabesco, al punto che una parte di studiosi ne ha contestato la stessa esistenza storica. A ciò si aggiunge la particolare fortuna riscossa dai Magi nelle rappresentazioni figurative della natività di Cristo che, in qualche modo, ha col tempo “legittimato” alcuni elementi nati in seno alla devozione popolare.
Partendo dal testo evangelico, risulta evidente come la descrizione dei “personaggi venuti da Oriente” sia estremamente scarna e priva di dettagli significativi. Innanzitutto, l’autore parla di “oi magoi”, espressione greca traducibile in italiano con “alcuni magi”. Pertanto, l’individuazione di tre figure (Melchiorre, Baldassarre e Gaspare) che portavano come doni oro, incenso e mirra, è chiaramente postuma. Lo stesso modo consueto di raffigurare i Magi, uno dalla pelle chiara, il secondo mulatto e il terzo dalla pelle nera, mostra l’intento didascalico della tradizione cristiana di voler simboleggiare la provenienza dei tre sapienti da ogni parte del mondo allora conosciuto: Europa, Asia ed Africa. L’epifania, ossia la “manifestazione al mondo esterno” di Gesù Cristo, avrebbe così assunto caratteristiche più ecumeniche e coinvolgenti. L’attribuzione del titolo di re ai Magi si diffuse soprattutto nel tardo Medioevo, sia per ricollegare il contesto della natività di Cristo ad alcuni Salmi dell’Antico Testamento, in cui si prevedeva l’adorazione del Messia da parte di sovrani giunti in Palestina da diverse parti del mondo, sia in concomitanza del prestigio che la regalità dei monarchi stava assumendo in quel periodo storico. I re dell’epoca medievale, infatti, erano considerati prescelti da Dio e, per questo, nella maggior parte dei casi, venivano incoronati dal papa, vicario di Cristo sulla terra. Nella simbologia bizantina si diffuse anche un’altra variante nella rappresentazione dei Magi: essi finirono col raffigurare le tre diverse età dell’uomo (il giovane, l’uomo maturo e l’anziano).
Il Vangelo attribuito a Matteo è, quindi, l’unica fonte canonica del Nuovo Testamento che contenga la narrazione relativa ai Magi. Ricchi di elementi fantasiosi di diverso genere sono, invece, i vangeli apocrifi. Nel racconto di Matteo, i sapienti, arrivati a Gerusalemme, si recarono subito a visitare Erode, il sovrano della Giudea romana, chiedendo notizie sul “re che era nato”, pensando che Erode ne fosse al corrente. Raccontarono di aver visto sorgere “la sua stella in Oriente”. Sembrò, tuttavia, che Erode non conoscesse la profezia dell’Antico Testamento, oppure che facesse finta di non conoscerla, in quanto temeva di perdere il suo regno. Profondamente turbato da ciò, Erode chiese agli scribi dove doveva nascere, secondo le Scritture, il Messia. I fidati collaboratori gli rivelarono che si trattava di Betlemme Efrata di Giudea ed allora Erode esortò i Magi a recarsi nella piccola città indicata e di tornare per riferirgli il luogo preciso dove trovare il bambino, “in modo che lui stesso potesse adorarlo”. Arrivati a Betlemme, i Magi trovarono il luogo dove era adagiato Gesù, si prostrarono per adorarlo e gli offrirono oro, incenso e mirra. Il racconto evangelico prosegue con il sogno premonitore dei Magi che evitarono di passare da Erode per rivelargli il luogo preciso dove si trovava il bambino. Probabilmente gli stessi sapienti, durante la loro visita, avevano notato i lati oscuri della personalità di Erode e volutamente decisero di non tornare da lui. Come è noto, Erode, dopo aver scoperto l’inganno, si infuriò e fece uccidere tutti i bambini di Betlemme al di sotto dei due anni, episodio conosciuto con il nome di “strage degli innocenti”. Ma il paziente Giuseppe, anche lui avvertito in sogno, provvidenzialmente difese la famiglia fuggendo in Egitto prima che Erode scatenasse l’orrenda strage.
A questo punto è lecito chiedersi chi fossero realmente i Magi, partendo dall’etimologia del termine. Magòi (Magi) sarebbe la traslitterazione greca del termine persiano antico “magush”(accadico, magushu; siriaco, mgosha). Gli studiosi sono abbastanza concordi nel legare questo titolo ai sacerdoti che praticavano lo Zoroastrismo, religione molto diffusa nei territori dell’impero persiano, ma anche nelle regioni limitrofe. In alcuni scritti extrabiblici, i Magi venivano indicati come sapienti, o uomini saggi, con peculiari caratteristiche di filosofi, scienziati e, comunque, di personaggi di altissimo valore intellettuale e spirituale. Nelle opere dello scrittore greco Erodoto, il termine “magoi” era generalmente associato a figure di spicco dell’aristocrazia della Media ed ai sacerdoti astrologi ed astronomi appartenenti alla religione zoroastriana. Del resto, come si può desumere dallo stesso racconto evangelico, il palese riferimento alla traiettoria di una stella lascia intendere la dimestichezza dei Magi con l’osservazione degli astri.
Per quanto riguarda la presunta regalità dei Magi, come si accennava in precedenza, essa non è attestata né nei testi evangelici e nemmeno nei testi dei padri della Chiesa. Nelle più antiche raffigurazioni paleocristiane e bizantine, i Magi vengono raffigurati sia con vesti tipiche dell’area del Mediterraneo orientale, sia con mantello e berretto di fattura frigia. Nei mosaici, con il passare dei secoli, tuttavia, la rappresentazione del copricapo andò progressivamente semplificandosi, fino ad assumere una forma rettangolare o quadrata, quasi a voler suggerire un certo tipo di “corona regale”. Uno degli esempi più tipici è costituito dal mosaico della Natività, presente nella Cappella Palatina di Palermo, risalente al dodicesimo secolo. A partire dal Trecento, i Magi furono sempre raffigurati come re, legando la tradizione liturgica cristiana dell’Epifania al Salmo LXXI: “…i re di Tharsis e delle isole porteranno doni, i re degli arabi e di Saba offriranno tributi”.
Nella visione tradizionale cristiana, in sintonia con l’essenza stessa delle figure di origine persiana, i Magi sono stati considerati come simbolo della ricerca della sapienza e della luce spirituale, in opposizione all’oscurità ed alle tenebre, ben incarnando il dualismo di fondo della religione zoroastriana. I Magi erano ritenuti in grado di scacciare i demoni verso le profondità degli inferi. I commentatori dei vangeli, fin dall’antichità, hanno evidenziato come i Magi, in qualità di sacerdoti, fossero state le prime autorità religiose pagane a riconoscere la divinità di Cristo, in contrapposizione alle autorità religiose ebraiche che ne avrebbero, al contrario, determinato la condanna a morte. Analizzando un inno religioso composto dal poeta iberico Prudenzio alla fine del IV secolo, già si intravedono alcuni elementi ermeneutici che troveranno compimento nella successiva età medievale. I doni dei Magi sono interpretati come simboli profetici della divinità di Gesù Cristo: l’incenso, che veniva largamente adoperato nei templi, indicherebbe la funzione sacerdotale affidata al Messia; l’oro ne avrebbe consacrato la regalità, la centralità della sua missione salvifica universale; la mirra, sostanza utilizzata nella preparazione dei corpi per la sepoltura, servirebbe a suggerire l’espiazione dei peccati, attraverso la morte e la successiva resurrezione. In un testo siriaco del VI secolo, La Caverna, dei Tesori, per la prima volta i Magi furono definiti di origine caldea, con l’attribuzione del titolo di “re e figli di re”. Leggendo “La cronaca di Zuqnin”, datata probabilmente nella seconda parte dell’VIII secolo, emergono versioni alternative: i Magi sarebbero stati dodici, a similitudine degli apostoli. Alcuni storici fanno risalire al filosofo e teologo alessandrino Origene, vissuto tra il II ed il III secolo, famoso per la dottrina sull’apocatastasi del diavolo, la tradizione del numero tre dei Magi.
Per quanto riguarda i nomi, che la tradizione cristiana ha attribuito ai Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, le fonti sono veramente molto scarne. Tali appellativi si diffusero nell’ambito popolare del protocristianesimo occidentale, comparendo per la prima volta nell’Excerpta Latini Barbari (opera risalente alla fine del V secolo), nella versione di Bithisarea, Melichior e Gathaspa. Successivamente, più o meno verso la metà del VI secolo, i Magi furono raffigurati per la prima volta in uno dei mosaici della mirabile Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, con i nomi di Balthassar, Melchior e Gaspar. Nella tradizione iconografica occidentale ciascuno dei tre re Magi fu associato ad un determinato dono offerto al bambino Gesù. Baldassarre, di frequente immaginato come un giovane moro, fu associato all’oro e, quindi, alla regalità. Il suo nome, infatti, potrebbe derivare dall’espressione accadica Bel-sarrum-nasaru, traducibile in italiano con la frase “Dio protegga il re”. Melchiorre, invece, spesso raffigurato come un anziano dalla pelle chiara, fu legato all’incenso e, di conseguenza, alla funzione sacerdotale del Messia. Il suo nome, con ogni ragionevole probabilità, deriva dal termine melekh o melk, che significa re o sacerdote, radice comune anche di Melchisedech, celebre patriarca dell’Antico Testamento biblico. Ed, infine, Gaspare, rappresentato generalmente con tratti somatici arabi, fu associato alla mirra, con chiaro riferimento alla missione di “consacrato”, “unto”, del figlio di Dio. Sono varie le ipotesi sull’origine del suo nome: una parte degli studiosi ritiene che tragga origine dal termine persiano khazandar, traducibile con la parola “tesoriere”; altri esegeti ricollegano il suo nome al greco galos-sampa, che si può rendere in italiano con l’espressione “nobile che proviene da Saba”; altri ancora ritengono che derivi dal sanscrito “gathaspar”, che identificava i cosiddetti “ispettori del tesoro”. Al racconto tradizionale, si aggiunge anche un’ulteriore curiosa leggenda, che riguarderebbe la presenza di un quarto magio, chiamato Artabarre. Questi non sarebbe arrivato in tempo per adorare il bambino Gesù, in quanto si era attardato per aiutare dei viandanti in difficoltà. Tra le varie narrazioni fantasiose sulle presunte tombe dei Magi, come quella di Marco Polo descritta nel Milione, una in particolare merita di essere menzionata per la sua importanza storica. Si tratta del transetto della basilica di Sant’Eustorgio a Milano, dove ancora oggi si conserva un imponente sarcofago di pietra risalente al periodo del tardo impero romano. In questo luogo, secondo una leggenda, sarebbero state conservate le spoglie dei Magi. Nel dodicesimo secolo, l’imperatore Federico Barbarossa ordinò la distruzione della basilica, così come di altre zone della città di Milano, impossessandosi delle reliquie dei presunti Magi. Due anni dopo le reliquie furono trasferite nel Duomo di Colonia, dove attualmente sono custodite in una preziosa arca argentata. Del tutto vani furono i tentativi di numerosi personaggi politici e religiosi italiani di riavere indietro le reliquie, a partire da Ludovico il Moro, papa Alessandro VI, papa Gregorio XIII, fino ad arrivare al cardinale Federico Borromeo di manzoniana memoria. Soltanto all’inizio del ventesimo secolo, il cardinale Ferrari, arcivescovo di Milano, riuscì ad ottenere dal collega di Colonia, la restituzione di alcuni frammenti ossei dei resti reliquari sottratti circa 750 anni prima. Questi furono collocati in un’urna di bronzo vicino all’antico sarcofago vuoto, con la seguente incisione: “Sepulcrum Trium Magorum” (tomba dei tre Magi).
Non si può parlare dei Magi, senza fare qualche riferimento alla famosa stella alla quale la loro vicenda è intimamente legata. Nell’opera di Giotto, dipinta nella cappella degli Scrovegni a Padova, la “stella di Betlemme” è ispirata alla cometa di Halley, così come fu osservata dallo stesso autore durante il passaggio avvenuto tra il 1301 ed il 1302. Gli studiosi ritengono, tuttavia, che il passaggio della cometa di Halley, pur essendo ricorrente, non coincida con il periodo della nascita di Gesù, mentre potrebbe trattarsi di un evento astronomico alternativo, come una congiunzione planetaria, una supernova, oppure il transito di un’altra cometa non identificata. Poiché alcuni storici, confrontando le diverse fonti storiche, collocano la nascita di Cristo tra il 7 ed il 4 a.C., si considera plausibile la congiunzione di Giove e Saturno con Marte avvenuta nel 6 a.C., visibile dalla Giudea all’incirca dopo il tramonto, abbastanza vicino alla costellazione dei Pesci. Ricordiamo che, per il fenomeno della precessione degli equinozi, in quegli anni si stava entrando nell’era astrologica dei Pesci e che lo stesso animale acquatico fu uno dei principali simboli adottati dalle prime comunità cristiane. Molti studiosi ritengono, comunque, che la narrazione della stella e la contemporanea presenza dei Magi non siano elementi storici, ma soltanto di carattere simbolico e didascalico. Anche alcuni esegeti cristiani, come Rudolf Bultmann, Raymond Brown e Dominic Crossan, ritengono che il contesto narrativo della natività di Cristo sia stato modellato su episodi dell’Antico Testamento, a loro volta debitori di racconti di altri popoli dell’area medio-orientale. E’ doveroso ricordare, a tale proposito, che quasi tutti i biblisti sono concordi nel ritenere che i nuclei primitivi dei vangeli contenessero solo la storia del processo, della passione e della resurrezione di Gesù, mentre ulteriori dettagli, compresa la nascita, furono aggiunti in seguito per attribuire una cornice più coerente all’intero story telling.
In sintesi, la stella dei Magi può essere analizzata come una metafora della continua ed incessante ricerca umana. Gli stessi Magi, infatti, erano “studiosi del cielo”, abili osservatori dei fenomeni naturali che cercavano di spiegare alla luce della scintilla divina presente in loro. Nell’osservazione dei fenomeni celesti, i sapienti cercavano di individuare le risposte alle domande esistenziali più profonde e complesse. Il cammino dei Magi, in definitiva, è un simbolo dell’osmotica dinamica che investe sia la scienza che la fede: la prima esplora il mondo naturale, mentre la seconda si prefigge di capire quali siano i significati dell’esistenza umana. La sapienza dei Magi, unita alla fede, intesa come ferrea determinazione di raggiungere il più elevato obiettivo spirituale, ci induce a riflettere sulla complementarietà delle due diverse dimensioni, soltanto superficialmente considerate opposte.
La stella dei Magi non finisce mai di stupire, suscitando l’interesse di credenti e di scienziati, in un contesto storico attuale forse troppo sospeso tra posizioni di estremo razionalismo e movimenti spirituali a volte astrusi e del tutto avulsi dalla realtà contingente.