La dimensione linguistica è dimora dell’uomo
Circa 80.000 anni fa, Homo sapiens iniziò a sviluppare la capacità di articolare il linguaggio, con il quale, per riprendere un’espressione del filosofo tedesco Ernst Cassirer, è diventato un “animale simbolico”: la realtà, le esperienze umane sono diventate esse stesse linguaggio e l’essere umano è entrato a far parte di un sistema simbolico, un sistema di segni. La linguistica, il ramo delle scienze umane che studia le lingue storico-naturali, vale a dire le lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e usate dagli esseri umani ora o nel passato, distingue il linguaggio verbale umano, facoltà innata dell’homo sapiens, dalla semplice comunicazione. La definizione più generica di segno è “qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare questo qualcos’altro”: etimologicamente, comunicare significa “mettere in comune”, e secondo una concezione piuttosto larga diffusa presso gli studiosi di semiotica (la scienza generale dei segni), tutto può comunicare qualcosa, ogni fatto filtrato dall’esperienza umana è suscettibile di essere interpretato e quindi veicolare un’informazione. Tuttavia, la comunicazione in senso stretto, che comprende il linguaggio umano verbale e non verbale, fatto di gesti, e i sistemi di comunicazione artificiale, come quello delle segnalazioni stradali, viene definita sulla base dell’intenzionalità: un emittente trasmette volontariamente informazioni, che vengono percepite e interpretate da un ricevente intenzionale. L’interpretazione dei segni è possibile in quanto ricondotta a un codice comune, cioè un insieme di conoscenze condivise che permette di attribuire significato a ciò che accade. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici e il linguaggio una peculiare forma di comunicazione elaborata dalla specie Homo sapiens, che si presenta come una vera e propria tecnologia analoga alla capacità di forgiare strumenti per modificare il proprio ambiente di vita.
Siamo infatti una specie adattata al linguaggio, ovvero che ha imparato a vivere, a stare insieme agli altri, a conoscere e a pensare all’interno di un sistema che è già da sempre linguistico, mediato dal linguaggio.
dal saggio Umani, animali, macchine. Filosofia e neuroscienze del linguaggio di D. Cantone e F. Fabbro.
La comunicazione umana preesiste alla comparsa del linguaggio, ma il passaggio dal gesto alla parola, “dalla mimica espressiva accompagnata da vocalizzi a un sistema simbolico strutturato, regolato e dotato al contempo di stabilità e flessibilità” (D. Cantone e F. Fabbro) è stato possibile perché solo dalla specie Homo sapiens in avanti le condizioni anatomiche e neurofisiologiche erano sufficientemente evolute da permettere l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale:
- volume del cervello adeguato (circa 1300 cm³)
- quantità delle circonvoluzioni della corteccia cerebrale adeguata
- plasticità dei collegamenti fra neuroni
- stazione eretta che consente la conformazione del canale fonatorio “a due canne” (la “canna” orizzontale rappresentata dal cavo orale e quella verticale rappresentata dal tratto laringeo).
Il cervello di uno scimpanzé adulto, la specie più vicina agli esseri umani moderni con cui condivide più del 98% dell’informazione genetica, è ridotto di circa un terzo rispetto a quello umano: il nostro cervello costituisce il 2% del peso corporeo ma consuma il 25% delle calorie, e il lobo frontale un quarto di questa energia. Il cervello degli scimpanzé, benché la morfologia sia simile a quella del cervello umano, ha un lobo frontale di dimensioni nettamente inferiori: infatti, i tentativi di insegnare ad alcuni esemplari elementi esclusivi del linguaggio verbale umano sono stati piuttosto scarsi.

E’ dunque importante rilevare che la comunicazione è sì un processo comune agli organismi viventi, ma la modalità di trasmissione di informazioni chiamata linguaggio è prerogativa solo della specie umana.
Martin Heidegger espresse il proprio interesse al tema del linguaggio sia nella prima fase della sua produzione filosofica, quella che conosce la stesura di Essere e tempo, sia in quella successiva, dedicata alla ricerca dell’Essere dopo anni “sprecati” nell’analisi degli enti, che proprio lui riteneva secondari alla grande questione dell’Essere, vero tema filosofia. Ebbene, secondo il primo Heidegger, l’uomo nasce in una realtà linguisticamente articolata di cui, inizialmente, ha una vaga idea, come se potesse guardarla dall’alto e identificare sommariamente gli oggetti a cui le parole si riferiscono. Mano a mano che l’uomo ricostruisce i significati delle parole a partire dall’orizzonte di senso in cui vive, la pre-comprensione confusa del mondo diventa conoscenza specifica dei singoli oggetti che ne fanno parte. Infine, la conoscenza del singolo oggetto retroagisce sulla conoscenza complessiva del tutto, cioè aiuta l’uomo a maturare una visione d’insieme corretta, quella che all’inizio, dall’alto, appariva ancora offuscata. Heidegger definisce questo sistema di comprensione dell’uomo “circolo ermeneutico”. Più avanti, il secondo Heidegger affermerà che il linguaggio è “la casa dell’Essere”: in termini meno metafisici, significa che la dimensione linguistica è dimora dell’uomo, che il linguaggio media l’esperienza umana del mondo. E spetta proprio all’uomo fare buon uso del linguaggio, evitando la dimensione della “chiacchiera” (propria di chi sceglie l’esistenza inautentica, quella anonima e spersonalizzante in cui l’uomo diventa un qualsiasi ente tra gli enti) in favore di quella poetica. La parola poetica crea mondi, come suggerisce la radice stessa della parola, comune a quella del verbo poiein, che in greco significa “fare”, “produrre”.
Dio, rileva Heidegger, creò il mondo con la parola (logos):
In principio era il Verbo
Dal Vangelo secondo Giovanni
A proposito di circolo, il filosofo John Searle individua una sorta di circolarità tra pensiero e linguaggio: l’onnipotenza semantica, la proprietà del linguaggio di essere così ricco, ci permette di esprimere sfumature concettuali molto diverse, quindi di mettere a fuoco e descrivere più esattamente i nostri pensieri. Ecco perché si dice che chi parla bene solitamente pensi anche bene. Tuttavia, la complessità e la ricchezza di segni linguistici non rendono il linguaggio estraneo ad ambiguità. I numerosi canali comunicativi oggi aperti dai social diventano spesso veicolo di informazioni sbagliate perché chi “comunica” il fatto, la notizia, l’incidente non conosce approfonditamente il contesto da cui li estrapola. Il pericolo più grande è forse il sacrificio della complessità – di una situazione, di un’emozione, di un racconto di un evento – a partire proprio dalla scelta di un linguaggio superficiale. I social possono certo favorirlo, con la caratteristica propensione a presentare contenuti veloci, di immediata lettura, ma non è colpa dei social. Si può anche scegliere di non dire nulla, quando l’alternativa è dire qualcosa solo per fare atto di presenza. E si può scegliere di informarsi attraverso canali più sicuri, attraverso studi più specifici, e non contribuire all’impoverimento del linguaggio, e del pensiero che attraverso esso trova espressione, agevolato dalla frammentazione dei messaggi sui social. Gli strumenti ci sono. La differenza sta sempre nell’uso che ne facciamo.
Il linguaggio forma un sostrato relazionale sul quale possono crescere, diffondersi e persino morire tutte le culture umane, le conoscenze, le religioni, le memorie e le filosofie.
Umani, animali, macchine. Filosofia e neuroscienze del linguaggio di D. Cantone e F. Fabbro.