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Frankenstein: il film Netflix, il romanzo e il mito

Il Frankenstein di Guillermo del Toro presenta molteplici differenze rispetto al romanzo di Mary Shelley. Eppure c’è una logica ben precisa in tali scelte.

Il film, sceneggiato, diretto e co-prodotto da Guillermo del Toro, di recente uscito sulla nota piattaforma streaming Netflix, ha riacceso l’interesse per una delle figure più care all’universo fantasy/horror, partorita dal genio creativo di Mary Shelley che nel 1818 e nel 1831 pubblicò, rispettivamente, la prima e la seconda edizione del fortunato romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo. Le riprese sono cominciate nel 2024 in Canada, a Toronto, per poi proseguire nell’autunno dello stesso anno ad Edimburgo, dove peraltro si ambienta buona parte della vicenda immaginaria. La pellicola è stata presentata in anteprima assoluta in concorso all’ottantaduesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 30 agosto 2025. In Italia il film è stato distribuito soltanto in una decina di sale da Lucky Red a partire dallo scorso 22 ottobre, prima di essere diffuso il 7 novembre sulla piattaforma Netflix, dove ha raggiunto immediatamente le primissime posizioni per numero di visualizzazioni.

La trama del film

Lo story telling è articolato in tre parti: Preludio, Racconto di Victor, Il racconto della creatura. Come al solito, nel delineare i punti salienti della trama, cercherò di non spoilerare troppo. La descrizione sintetica del film ci servirà, poi, nel seguito della trattazione, per articolare alcune considerazioni sul personaggio di Frankenstein, così come tratteggiato dalla scrittrice Mary Shelley e diventato nei decenni successivi un vero e proprio cult nell’ambito dell’immaginario collettivo.

Nel “Preludio”, appare una nave danese che, durante una spedizione verso il Polo Nord, rimane intrappolata tra i ghiacci. L’equipaggio, comandato dal Capitano Anderson, trova un uomo gravemente ferito che si identificherà come il barone Victor Frankenstein, portato poi a bordo per dargli assistenza. Poco dopo, l’equipaggio viene attaccato da una strana creatura che sembra animata da una forza soprannaturale. A questo punto, Victor rivela di essere il creatore di quel mostro e comincia a raccontare la sua storia. La narrazione del barone parte dalla sua infanzia, quando sua madre era morta dando alla luce il suo figlio minore William. Oppresso dal padre, medico severo e violento che lo trattava con grande freddezza, riservando le manifestazioni d’affetto solo al figlio minore, Victor dedica la sua giovinezza a studiare per diventare un brillante chirurgo. La scomparsa improvvisa della madre aveva lasciato una piaga indelebile nel suo animo tormentato, al punto che il giovane baronetto, nell’intero arco della sua formazione scientifica e medica, cerca il modo per poter vincere la morte.

Con l’aiuto del fratello William, allestisce un avveniristico laboratorio in una torre abbandonata, dove inizia ad articolare i propri esperimenti, assemblando pezzi di cadavere, collegati ad un voluminoso macchinario destinato a ricevere l’energia dei fulmini. Nel frattempo Victor si innamora della fidanzata del fratello che, pur nutrendo dei sentimenti nei suoi confronti, lo rifiuta. Dopo vari tentativi ed alcuni confronti con il suo finanziatore Harlander, sfruttando l’energia dei fulmini, durante un violento temporale, Victor riesce ad animare la “creatura”, scoperta che farà soltanto la mattina seguente, trovandosi l’essere vivo improvvisamente davanti.

Sorpreso e spaventato dalla sua stessa creazione, il barone conduce la “creatura” nei sotterranei della torre e la incatena con metodi brutali, nascondendola al mondo. Le insegna, tuttavia, a pronunciare il proprio nome, Victor, mantra che il “mostro” userà ripetere continuamente. La creatura, che mostra subito una forza eccezionale ed una straordinaria capacità di guarigione, viene scoperta da William e da Elizabeth. Soltanto quest’ultima riesce ad instaurare un rapporto di tenerezza empatica con il nuovo essere, tanto che lui impara a pronunciare anche il suo nome, Elizabeth.

Mosso da gelosia per le attenzioni che la donna riserva alla creatura, Victor gli attribuisce falsamente l’omicidio di Harlander. Poi temendo di non poter più controllare la “creatura”, incendia la torre con essa rinchiusa al suo interno, pentendosi soltanto in extremis. Nell’ultima fase del film, assistiamo al racconto del “mostro”, a partire dal momento in cui riesce a salvarsi dalla distruzione della torre e comincia a vagare solitario nei boschi, rifugiandosi, dopo varie peripezie, nel fienile di una fattoria, dove di nascosto passa il tempo ad ascoltare un anziano cieco che insegna a leggere alla nipote. In questo modo la “creatura” impara ad associare molti nomi agli oggetti che osserva intorno a sé.

In segreto, la “creatura” aiuta la famiglia, sfruttando la propria forza e resistenza, venendo ricompensata con offerte di cibo, in quanto individuata come una sorta di “spirito della foresta” benefico. Quando il resto della famiglia parte per l’inverno, la “creatura” fa amicizia con il vecchio cieco, che gli insegna a leggere e ad esprimersi in maniera corretta. Con gli occhi della mente, l’anziano percepisce che in fondo il suo strano amico ha un’indole buona, bisognoso solo di affetto e di consolazione. La creatura, poi, grazie agli insegnamenti del vecchio, riesce a tornare al laboratorio di Victor, trovando i suoi appunti ed apprendendo la sua orrenda origine, quella cioè dell’assemblaggio di parti di diversi cadaveri. Tornato alla fattoria, mette in fuga un branco di lupi che aveva attaccato il povero vecchio indifeso. Mentre cerca di confortare l’uomo morente, torna la sua famiglia, dalla quale deve immediatamente fuggire, poiché lo credono colpevole delle ferite inferte dai lupi al vecchio.

La creatura, rimpiombata nello sconforto della solitudine ed avendo raggiunto un certo grado di consapevolezza, capisce di non poter morire e di essere destinata a vivere da sola per l’eternità. Allora si presenta nella residenza di Victor, la notte delle nozze tra William ed Elizabeth, implorando il barone di creargli una compagna con la quale poter condurre la strana esistenza. Ma Victor si rifiuta, proclamando il disgusto per l’orribile creazione. La creatura, a questo punto, si scaglia contro Victor, generando una serie di eventi conseguenti che porteranno ad uno struggente finale che non riveliamo.

Il romanzo di Mary Shelley

La prima stesura del romanzo fu elaborata nel 1816, durante una vacanza con Percy, Lord Byron, John Polidori e Claire Clairmont in Svizzera. Tuttavia, il romanzo è spesso associato al Castello di Lerici, in provincia della Spezia, forse per l’aspetto gotico della struttura, ma anche perché effettivamente Mary Shelley soggiornò in tale località, ma soltanto nel 1822. Il periodo di soggiorno a Lerici si svolse serenamente per la coppia Shelley, ma si concluse tragicamente con la morte del marito in un naufragio. E’ probabile che durante la permanenza ligure, la Shelley abbia cominciato a rimaneggiare l’opera che sarebbe stata rieditata con alcune modifiche nel 1831. L’autrice, in epigrafe, riporta la citazione di Adamo del Paradiso Perduto di John Milton: “Chiuso entro la mia creta, t’ho forse chiesto io, Fattore, di diventar uomo? T’ho forse chiesto io di trarmi dalle tenebre”?”. Il mostro chiederà conto al suo creatore con le celebri parole: Do your duty towards me (adempi i tuoi doversi versi di me). Quando però scoprirà di essere stato abbandonato per l’orrore che suscitava al suo stesso creatore, il mostro entrerà in una spirale di solitudine e di tormento, che alimenterà la propria sete di vendetta.

La creatura nasce fondamentalmente come buona, ma viene resa malvagia dall’isolamento e dal disprezzo che la società prova verso di lei. Il capolavoro ottocentesco è profondamente diverso rispetto alle altre rappresentazioni cinematografiche sul tema e alla più recente serie Netflix. Nel romanzo l’autrice sviluppa una sorta di “storia epistolare” che presenta molteplici punti di vista, mentre l’interpretazione recente presenta una struttura più lineare ed una caratterizzazione più moderna dei personaggi principali e soprattutto del mostro. Gli stessi luoghi dove si svolge la vicenda sono completamente diversi, a partire dal luogo di nascita del dottor Frankenstein, che nel romanzo della Shelley è individuato nella città di Napoli, forse non a caso, in considerazione dei presunti esperimenti condotti sui cadaveri dal noto scienziato, letterato, esoterista ed alchimista Raimondo Val di Sangro, principe di Sansevero nel Setteccento.

Anche Guillermo del Toro si confronta con uno dei misteri ontologici più importanti dell’umanità, forse il più importante, la morte, e con l’arroganza dell’uomo che vuole superare i limiti connessi alla propria condizione creaturale. Rispetto al romanzo originale, più ricco di particolari scientifici o pseudo tali, in particolar modo nella prima edizione del 1818, si attribuiscono altre sfumature ai protagonisti, introducendo ruoli nuovi ed inediti. In particolare, il sentimento di Elizabeth nei confronti della creatura è un ingrediente esclusivo del film di del Toro, così come il differente rapporto che la stessa ragazza ha con Victor (nel romanzo è la sua fidanzata, nel film rifiuta il suo approccio amoroso, fino ad arrivare a provare risentimento). Nell’adattamento Netflix e nella maggior parte dei precedenti adattamenti cinematografici, manca uno dei personaggi più tragici del romanzo della Shelley, cioè Justine, incolpata dal mostro per l’uccisione di William, con la tacita connivenza di Victor, che conosce la verità. Ciò porterà all’esecuzione della giovane cameriera, evento che tormenterà Victor, motivando ancora meglio la seconda parte drammatica del romanzo.

Gli adattamenti su pellicola della storia, a cui non fa eccezione la versione di del Toro, eliminano la figura di Justine, probabilmente per rendere più gradevole ed empatica la “creatura”. Nel romanzo, poi, il mostro uccide un numero di persone molto più elevato, mostrandosi più terrificante ed inquietante, sebbene sia vittima inconsapevole di un orrendo destino determinato da altri. Nel film, invece, uccide soltanto per difendersi dagli altri e per legittima difesa. Un destino diverso viene riservato al vecchio cieco, un moderno Tiresia che “vede con gli occhi della mente” e, per questo, non si limita a considerare l’apparenza spaventosa della creatura. Nel romanzo di Shelley sopravvive, mentre nel film muore tra le braccia del mostro, che rivela un volto amorevole e compassionevole. La stessa conclusione, che non riveliamo, è del tutto diversa: l’epilogo del film lascia intravedere qualche spiraglio di speranza e di redenzione.

Prima dei titoli di coda del film si legge la seguente citazione, tratta dalla poesia “Il pellegrinaggio di Childe Harold” , pubblicata da Lord Byron, amico ed amante della Shelley, qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo: “Il giorno si trascina anche se le tempeste bloccano il sole, così come il cuore si spezzerà, ma continuerà a vivere anche da spezzato”. La citazione voluta da del Toro rende più speranzoso il finale, riconducendo nel contempo la morale complessiva del mito alla genesi concepita dall’autrice inglese.

Riflessioni sul mito

Non vi è alcun dubbio che la figura di Frankenstein sia una delle più iconiche del mondo letterario gotico, fantasy ed horror, a partire dal duplice significato che il suo nome ha assunto nell’uso comune. Pronunciando il nome Frankenstein, infatti, possiamo riferirci sia al suo creatore, il tormentato dottor Victor, sia al prodotto della sua opera, indicata da Shelley, soltanto come la “creatura”. Dal punto di vista semantico, siamo allora portati a chiederci chi sia veramente il mostro: Victor, che vuole superare il confine della natura umana, oppure la povera creatura, inconsapevolmente formata da mutilazioni di cadaveri, destinata ad un’esistenza di solitudine e di disprezzo. Il film di del Toro, pur conservando alcuni elementi simbolici, non mette in luce come il capolavoro letterario, la visione “prometeica” della vicenda.

Il dottor Victor, come un novello Prometeo, si macchia di quella che potremmo chiamare hybris scientifica, un’aspirazione che si colloca a metà strada tra la tracotanza e l’arroganza, sfidando le leggi della natura con la creazione di una “creatura immortale” con i resti di “creature morte”, una contraddizione ontologica che già di per sé spiega l’impossibilità di un buon esito dell’ambiziosa sperimentazione. La storia di Frankenstein, inoltre, riflette sui timori dell’Europa ottocentesca, sospesa tra i retaggi reazionari di una società intrisa di pregiudizi e le aspirazioni incerte e controverse della rivoluzione scientifica ed industriale. Sono timori che possono essere trasfigurati e rapportati anche all’epoca contemporanea, dominata dalle connessioni digitali e dall’intelligenza artificiale, con il rischio sempre più pericoloso di derive alienanti e disumanizzanti.

Il mito di Frankenstein è un racconto sacrilego della creazione, capovolgendo non solo i valori religiosi, ma anche quelli laici ed esoterici che si fondono sul rispetto dell’ordine della natura e della corrispondenza tra il macrocosmo ed il microcosmo. La sua “immortalità” è profondamente diversa da quella di Dracula. Il principe “Vlad” è un “non morto vivente”, un principe che era stato un grande condottiero in vita che maledice Dio e da questi è condannato a vivere come un’ombra per l’eternità. Ma anche durante questa dannata condizione, Dracula conserva la sua grandezza, seppure supportata da poteri tenebrosi, mantenendo fascino, ironia e ricchezze. Al contrario, la creatura galvanica ottenuta dal dottor Frankenstein è un “morto vivente”, un mostro ricavato dagli scarti dei cadaveri, come lui stesso tristemente apprende, un abominio che si pone in contrasto con qualsiasi ordine naturale. L’ impossibilità di morire deriva appunto dalla sua origine innaturale: un automa ricavato dall’infausta unione di pezzi di cadaveri “vitalizzati” da una forte scossa elettrica.

Non mancano interessanti spunti di analisi introspettiva e psicoanalitica. Come l’Edipo re della tragedia greca, in chiave moderna Frankenstein si offre come strumento culturale di rappresentazione psicologica. Gli elementi simbolici sono tanti, come quello già menzionato del vecchio cieco che è l’unico ad intuire la genuinità dell’anima della creatura, resa malvagia solo dall’abbandono e dal rifiuto sociale. La stessa simbiosi conflittuale tra il padre-creatore Victor e la sua creatura sembra riecheggiare il noto complesso freudiano dell’uccisione simbolica del padre, conosciuto come “complesso di Edipo”. Del resto, è stato notato come gran parte della vicenda sembri ripercorrere una fase della vita della stessa autrice Mary Shelley, diventandone in qualche modo una sorta di trasfigurazione metaforica. Sua madre Mary Wollenstonecraft, considerata una delle prime femministe della storia, era morta qualche giorno dopo averla data alla luce. L’evento aveva molto addolorato suo padre William Godwin, il filosofo precursore dell’anarchismo, ancora più deluso perché avrebbe preferito un figlio maschio. Il difficile rapporto con la nuova donna di suo padre e la nascita di un fratellastro avrebbero portato presto Mary giovanissima a lasciare la famiglia di origine e a sposarsi con il poeta rivoluzionario Pierce Shelley.

Il mito di Frankenstein, in estrema sintesi, supera la soglia di ciò che è inconcepibile: consente all’uomo di concepire senza concepimento, articolandosi in una vicenda tecnica e fantascientifica, che non può che avere un esito mostruoso. Il “femminino sacro” di classica memoria viene oltrepassato proprio da una donna emancipata per l’epoca in cui visse, consentendo ad uno “scienziato padre” di generare una “creatura figlio” senza la presenza di una madre.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts