Intervista a Gabriele Medeot: raccontare gli anni Ottanta attraverso il concerto che voleva cambiare il mondo
Il Live Aid, l’evento musicale planetario organizzato da Bob Geldof e Midge Ure il 13 luglio 1985, rimane uno dei momenti più rilevanti della storia della musica moderna. Quel giorno, da Wembley a Philadelphia, si alternarono sul palco leggende come Queen, David Bowie, U2, Elton John, Madonna, Paul McCartney, The Who e molti altri. Ma il Live Aid non fu solo musica: fu un simbolo di solidarietà globale, di speranza e di utopia collettiva.
A raccontarne la genesi, il significato e l’impatto culturale è Gabriele Medeot, musicista, divulgatore e autore del libro Live Aid. Il suono di un’era. Gli anni Ottanta e il sogno di un mondo migliore (Pendragon). Un viaggio appassionato tra storia, politica, costume e musica, che restituisce l’anima di un decennio irripetibile.
L’ho intervistato per capire come è nato il libro e cosa resta oggi di quello spirito.
Ciao Gabriele, piacere di risentirti. Hai scritto che l’idea del libro è nata anni fa, mentre tenevi conferenze sulla storia del rock. Che cosa ti ha spinto a trasformare quelle conferenze in un vero e proprio racconto?
Sì, diversi anni fa, in occasione del 35° anniversario del Live Aid, avevo già scritto e parlato molto dell’argomento. Quel concerto mi aveva segnato profondamente. Circa un anno e mezzo fa ho sentito il bisogno di raccontare quel decennio, gli anni Ottanta, attraverso la musica. Il Live Aid capita proprio a metà di quel periodo, nel luglio del 1985, e rappresenta il suo apice simbolico. Ho ripreso parte dei miei materiali e ho riletto Tutto qui, il libro di Bob Geldof, che ho avuto la fortuna di incontrare e intervistare due volte. Da lì è nato il desiderio di dare una forma compiuta a quel racconto.
Come hai lavorato alla costruzione del libro?
Ho adottato un approccio simile a quello che ispirò la realizzazione stessa del Live Aid: mettere insieme, con passione e metodo, tutto ciò che avevo fatto e studiato. Ho letto, approfondito e preso moltissimi appunti. Viaggio ancora con quaderno e penna, come faceva Beethoven. Mi interessa annotare non solo dati e citazioni, ma anche sensazioni: la musica è fatta anche di questo.
Quanto è stato difficile restituire la complessità di un evento come il Live Aid, tra musica, storia, geopolitica ed emozioni?
Mi occupo da tempo dei rapporti tra musica e società, ma anche così non è stato semplice rendere la complessità di un decennio intero. Ho scelto il Live Aid come espediente narrativo per attraversarlo, perché in esso confluiscono tutte le tensioni di quel tempo. Gli anni Ottanta iniziano con Video Killed the Radio Star dei Buggles, simbolo della nascita di MTV, e si chiudono con la caduta del Muro di Berlino. Due eventi che segnano un’epoca e le sue speranze, rivelatesi purtroppo bellissime illusioni.
Tra i tanti episodi che racconti nel libro, ce n’è uno che ti è rimasto particolarmente impresso?
Ne cito due.
Il primo riguarda Elvis Costello, che al Live Aid eseguì All You Need Is Love dei Beatles. Non trovava nel suo repertorio un brano che si adattasse a un evento di quella portata, e scelse una canzone dal messaggio universale, comprensibile in tutte le lingue, già trasmessa in mondovisione nel 1967. Curiosamente, la versione dei Beatles era in 3/4, mentre Costello la interpretò in 4/4, in linea con la tradizione folk inglese: un dettaglio che racconta molto della sua sensibilità.
Il secondo episodio è il ritorno ai live di Paul McCartney, dopo anni di silenzio seguiti alla morte di John Lennon. Fu Bob Geldof a convincerlo con una lettera in cui gli chiedeva di esserci non solo come artista, ma soprattutto come simbolo. Durante la sua esibizione di Let It Be ci fu un problema tecnico: il microfono non funzionò per due minuti, e anche il pianoforte ebbe un intoppo. Ma il pubblico di Wembley iniziò a cantare per lui, creando un momento di pura emozione collettiva. Sul palco salirono anche Geldof, Pete Townshend e David Bowie: un’immagine perfetta dello spirito del Live Aid.
La prefazione del tuo libro è firmata da Franco Zanetti, grande esperto di Beatles. Pensi che ci sia un legame tra il Live Aid e il Concerto per il Bangladesh organizzato da George Harrison nel 1971?
In un certo senso sì, e lo stesso Geldof lo riconosce. Il Concerto per il Bangladesh fu il primo grande evento in cui la musica cercò non solo di sensibilizzare, ma anche di agire concretamente. Il Live Aid ne raccoglie l’eredità su scala globale: non si limitò a raccogliere fondi per l’Etiopia, ma cercò di suggerire un cambiamento culturale e politico. La differenza è nella portata: il concerto di Harrison nasce come risposta immediata a un’emergenza, mentre il Live Aid prova a riscrivere il rapporto tra musica, media e solidarietà.
Oltre all’impatto umanitario, quale fu l’eredità culturale e politica del Live Aid?
Il Live Aid dimostrò che, con determinazione e volontà, si potevano raggiungere risultati concreti. Certo, non tutto fu perfetto: una parte dei fondi non venne gestita come previsto. Ma il valore simbolico rimane enorme. Milioni di vite furono comunque salvate, e nacque un’idea nuova di partecipazione globale. La musica da sola non cambia il mondo, ma può cambiare le coscienze: e questo è il suo potere più profondo.
Bob Geldof è spesso ricordato come “quello del Live Aid”, ma tu lo descrivi come una figura più complessa.
Sì, studiandolo a lungo ho avuto la sensazione di conoscerlo davvero. È una persona determinata e pragmatica, ma anche profondamente coerente. Il suo “opportunismo” è positivo, perché finalizzato solo a far funzionare il progetto. Non cercava la fama, anzi, ne era quasi infastidito. Ma sapeva che parlare del Live Aid era utile alla causa. Mi ha colpito la sua capacità di reggere un’enorme responsabilità non desiderata. È una figura autentica, non costruita.
Quanto dello spirito collettivo e utopico degli anni Ottanta ritrovi nel presente?
Purtroppo, poco. Si è persa molta della genuinità di allora. Ma negli ultimi anni ho ricominciato a percepire segnali di rinascita. Nelle scuole, dove porto i miei spettacoli, incontro giovani che sentono il bisogno di recuperare un’idea di collettività. Si rendono conto di quanto sia stato sprecato e vogliono cambiare le cose. Viviamo ancora contraddizioni enormi, tra progresso tecnologico e disuguaglianze drammatiche ma, proprio per questo, avverto un desiderio nuovo di consapevolezza. Negli anni Ottanta l’uomo arrivava nello spazio con lo Shuttle, mentre in Etiopia si moriva di fame: oggi il paradosso è lo stesso, solo con altri nomi.
Gli anni Ottanta sono stati anche quelli del reaganismo e del thatcherismo, dei paninari e dell’edonismo. Un decennio di contrasti, insomma.
Esatto. Gli anni Ottanta hanno incarnato speranze e contraddizioni allo stesso tempo. Mentre da una parte si affermava l’idea di un mondo unito dalla musica e dalla televisione, dall’altra si preparavano i conflitti che avremmo visto nei decenni successivi. È un’epoca che ci ha lasciato in eredità tanto splendore quanto ambiguità.
Gli artisti mainstream di oggi possono ancora incarnare quello spirito di denuncia e di visione?
Nel mainstream attuale direi di no. Oggi la musica vive di download e di algoritmi, non di ideali. Molti artisti rincorrono il consenso immediato, effimero. È difficile immaginare nuovi “profeti” in un contesto così. Ma la speranza resta: finché qualcuno avrà il coraggio di usare una canzone per cambiare la percezione del mondo, la musica continuerà a essere un linguaggio di libertà.
Il Live Aid non fu solo un concerto: fu un punto di svolta, il sogno di un’umanità unita dalla musica. Nel libro di Gabriele Medeot quell’eco torna viva, intrecciando memoria, passione e storia collettiva. Un invito a ricordare che, anche oggi, una canzone può ancora accendere la coscienza del mondo.