Qualche anno fa, è apparso su The Atlantic un articolo intitolato “The age of social media is ending” in cui l’autore indaga la trasformazione subita dai social nel corso degli anni e individua le conseguenze dei nuovi metodi di comunicazione sugli utenti. Inizialmente, ci si riferiva ai social come social network perché “l’idea di fondo era il networking: costruire o approfondire i rapporti, soprattutto con persone conosciute. Le modalità e le ragioni di questo approfondimento erano in buona parte lasciate alla discrezione degli utenti”. L’obiettivo principale delle prime piattaforme apparse in rete, Friendster (2002), LinkedIn (2002), Myspace (2003), hi5 (2003) e Facebook (2004), era quello di creare un sistema di connessione tra persone che già si conoscevano o che volevano conoscersi, dunque i contenuti erano impiegati per mantenere i legami e non per raggiungere un pubblico più ampio possibile. I social network erano una specie di rubrica interattiva di amici e contatti, un sistema “passivo”.
Le cose sono cambiate quando i social network sono diventati social media, intorno al 2009, tra l’introduzione degli smartphone e il lancio di Instagram. Invece di creare legami, i social media hanno offerto la possibilità di pubblicare contenuti che potevano essere visti da un gran numero di persone, ben oltre le reti di contatti diretti. I social media hanno trasformato tutti in produttori e diffusori di contenuti. I risultati sono stati disastrosi, ma anche piacevoli ed estremamente redditizi: una combinazione catastrofica.
Continua Ian Bogost, autore dell’articolo sul The Atlantic.
La transizione da social network a social media – termini che oggi, a torto, tendono ad essere confusi – ha avuto enormi conseguenze: invece di favorire le connessioni già esistenti, i social le hanno trasformate in potenziali strumenti di comunicazione, cioè piattaforme di pubblicazione e diffusione di contenuti. A differenza dei social network, i social media costituiscono un sistema “attivo” – anzi, iperattivo, come nota Bogost – in cui la connessione con le altre persone non è più l’elemento centrale.
Ebbene, in che modo questo cambiamento ha influito sugli utenti e sul modo di costruire rapporti con altre persone? Un sondaggio di 66 domande progettato dalla Harvard Graduate School of Education è stato inviato a 950 persone negli Stati Uniti per indagare quanto la sensazione di solitudine invadesse i soggetti umani sottoposti al test: i risultati sono piuttosto sconcertanti. Alla domanda “Nelle ultime quattro settimane, quante volte ti sei sentito solo?” più del 36% avrebbe dichiarato di aver sofferto la solitudine nelle ultime settimane. E anche dalle risposte a domande aperte come “Qualcuno si è soffermato per più di qualche minuto a chiederti come stai, dandoti l’impressione di essere sinceramente interessato?” si è concluso che il senso di solitudine non fosse estraneo a tante persone, in particolare a giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Un articolo uscito l’anno scorso sul New York Times Magazine chiarisce che dopo la pandemia è stato difficile recuperare le interazioni spontanee e il senso di comunità:
Gli studi hanno dimostrato che siamo usciti dalla quarantena con meno capacità di stabilire un contatto visivo o di condurre una normale conversazione con i nostri conoscenti. “Le interazioni che ci rendono meno soli devono essere praticate, altrimenti le nostre abilità si atrofizzano”, mi ha detto Ian Marcus Corbin, un filosofo della Harvard medical school. Allo stesso tempo, l’uso di “forme di interazione senza attriti”, come le casse automatiche e le applicazioni per la consegna dei pasti, è aumentato a dismisura. Per Corbin questi sviluppi sono esempi di cocooning: il rinchiudersi nel bozzolo di un mondo digitale che fornisce tutto ciò di cui si ha bisogno tranne la cosa di cui si ha più bisogno, cioè il “rapporto significativo”.
Oggi, in questo contagio da solitudine annegano centinaia di persone e la causa principale è la trasformazione del modo in cui comunichiamo, da cui, molto spesso ormai, derivano difficoltà nell’articolazione e nella gestione delle emozioni. Afferma un uomo intervistato dal relatore dell’articolo sul Times:
Le generazioni precedenti non erano così egocentriche e si aiutavano di più a vicenda.
In effetti, in molti giovani – ma anche in molti adulti – manca educazione emotiva: è sempre più difficile riconoscere le proprie emozioni, e quindi imparare a controllarle senza esserne travolti, e i social, in questi casi, non fanno che aggravare le difficoltà. La dipendenza da approvazione esterna induce a trascurare i propri stati interiori se non sono “presentabili” e conformi, mentre l’inarrestabile flusso di contenuti da cui siamo invasi, la sovraesposizione digitale, anestetizza le emozioni più sincere e profonde sollecitando, invece, comunicazioni superficiali e burnout affettivo. Il ghosting è un elemento emblematico di questa paralisi emotiva: si tratta di una tendenza all’evitamento emotivo, un comportamento che non contempla dialogo e analisi delle emozioni proprie e dell’altro. Spesso, chi sceglie il ghosting è incapace di accettare e gestire un rifiuto, il disagio o il senso di colpa, quindi sparisce. Il risultato? Generazioni di esseri umani cresciuti nella convinzione che essere forti coincida con il non sentire nulla. Ma quando le emozioni non trovano spazio si trasformano, sfortunatamente, in rabbia, aggressività, alienazione. Generazioni di esseri umani cresciuti con centinaia di spiegazioni su come approcciare, conquistare attraverso Tinder, Instagram e TikTok ma nessuna consapevolezza dei propri sentimenti, nessuna conoscenza del significato più intimo di amare. I social tendono a mercificare i sentimenti, cioè a trasformare le emozioni, le relazioni in contenuti comunicabili, in pacchetti offerti come prodotti di consumo, misurabili e monetizzabili.
Il brano che propongo, alla fine di questa riflessione, è un uomo di Nayt, cantautore molisano cresciuto a Roma. In un’epoca in cui tutto, o quasi tutto, diventa esibizione, Nayt, senza la pretesa di avere la risposta, affida al testo la domanda più urgente: come si fa ad essere umani, esseri umani che sanno amare, in mezzo a tutto questo rumore?