La lingua copta è generalmente considerata come l’ultima evoluzione del glorioso idioma dei faraoni giunta fino ai nostri giorni. Il suo alfabeto, tuttavia, non si esprime in segni geroglifici ma si basa sull’alfabeto greco, con l’aggiunta di altri sette grafemi mutuati dal demotico, allo scopo di poter dare forma ad altrettanti fonemi non presenti nel greco antico. Adoperando l’alfabeto greco, nella versione copta, furono per la prima volta trascritte anche le vocali, al contrario di ciò che avveniva nella precedente lingua egizia scritta, dove veniva evidenziato solo il sistema consonantico, a similitudine degli altri idiomi del ceppo afro-asiatico.
Come si può intuire, la lingua copta, tuttora presente nel sistema liturgico dei Cristiani d’Egitto, conserva la singolare caratteristica di aver attribuito un alfabeto indoeuropeo (quello greco) ad una lingua (l’antico egizio) appartenente ad un altro ceppo originario.
Sintetizzando alcuni cenni storici, partiamo dal fatto che il “copto” si parlava in Egitto già verso la metà del II secolo, quando gran parte della popolazione si convertì al Cristianesimo, traendo ispirazione dalla comunità di Alessandria, città cosmopolita e centro culturale di straordinaria rilevanza. Proprio in quel periodo, il copto cominciò ad imporsi come la lingua privilegiata di espressione dei Cristiani d’Egitto, rappresentando una “tertia via” rispetto al latino ed al greco che, con il tempo, diventeranno le lingue ufficiali rispettivamente della Chiesa Cattolica e di quella Ortodossa. Il copto, tuttavia, si articolava in ben sei dialetti principali, diffusi sull’intero territorio egiziano, anche se quelli più parlati furono il sahidico, radicato nella valle del Nilo fino all’area dell’antica Menfi, e il boharico, che invece dispiegava la sua influenza nella zona del delta del Grande Fiume. Quando però, tra il VII e l’VIII secolo, con l’espansione islamica vi fu una massiccia conversione, anche forzata, alla religione musulmana, la lingua copta andò progressivamente a spegnersi a favore di quella araba. Nell’epoca dell’Alto Medioevo, nel IX secolo, il dialetto baharico prevalse di gran lunga su quello sahidico, diventando a tutti gli effetti la lingua ufficiale della Chiesa copta ed una sorta di lingua letteraria, erede diretta dell’idioma dei faraoni. Dopo un lungo periodo di desuetudine, o di marginale sopravvivenza vernacolare, la lingua copta nel XVIII secolo è tornata alla ribalta per volontà del patriarca Cirillo IV, che cercò di favorirne il totale recupero. In epoca più relativamente recente, l’interpretazione del copto è stata oggetto di grande interesse fra gli studiosi, a causa del ritrovamento di importanti opere redatte in tale lingua che, in alcuni casi, come vedremo nel seguito della trattazione, hanno reso più ampia la conoscenza degli antichi sacri testi.
Sotto il profilo etimologico, il termine “copto” trae origine dalla parola del greco antico “aiguptios”, che ha il significato di “egiziano”. Nell’accezione iniziale, il vocabolo serviva ad indicare qualsiasi egiziano, in maniera del tutto generica, non necessariamente riferendosi a coloro che professavano la religione cristiana. Soltanto in seguito, passò ad indicare una minoranza della popolazione, quasi a volerne sottolineare la particolare identità non solo religiosa, ma anche culturale. Siffatta terminologia, però, genera tuttora vivaci dibattiti, in quanto numerosi studiosi e nazionalisti sostengono che anche oggi il predicativo “copto” dovrebbe riferirsi a tutti gli Egiziani senza distinzione di culto, in quanto tutti affonderebbero le proprie radici culturali nell’antica civiltà egizia. In quest’ottica, la lingua copta garantirebbe la continuità dell’intera tradizione culturale egizia ed egiziana.
Ma, a questo punto, è giusto chiedersi cosa effettivamente conservi la lingua copta dell’antico idioma egizio? Innanzitutto va precisato che la lingua degli antichi Egizi era di derivazione camitica, come il berbero e i linguaggi somali. L’arabo, invece, che è la lingua ufficiale dell’attuale Repubblica d’Egitto, è una lingua semitica, come l’ebraico, l’aramaico, l’accadico ed il fenicio-punico. La conoscenza della lingua copta è stata di fondamentale importanza allo scopo di ricostruire filologicamente la lingua dei faraoni, anche attraverso la diretta decifrazione dei geroglifici, a partire dallo storico ritrovamento della “Stele di Rosetta”. Infatti, l’archeologo ed egittologo francese Jean-Francois Champollion, che fu uno dei primi studiosi ad intuire la sintassi della lingua egizia antica, era prima di tutto un profondo conoscitore della lingua copta. I documenti più datati in lingua copta, ad oggi conosciuti, risalgono al secondo secolo a.C. Si tratta di tre reperti: un graffito di un titolo reale ritrovato ad Abidos; l’iscrizione su una pietra presso la località di Akhmim; il frammento di un glossario chiaramente bilingue. Del I secolo d.C., invece, sono rimasti svariati oroscopi, probabilmente tradotti da altre lingue. Nei primi secoli dell’era cristiana, la prima grande opera in lingua copta fu la traduzione della Bibbia, anche se non è arrivata fino ai nostri giorni la sua versione integrale, ma soltanto manoscritti parziali di alcuni libri dell’Antico Testamento ed un’edizione rimaneggiata del Nuovo. Alcuni scritti sembrano redatti con toni troppo vivaci ed esagerati, come i cosiddetti “Atti degli Apostoli” o “I nuovi Vangeli”, dove si tende ad enfatizzare gli aspetti miracolosi e sensazionali, attribuendo a tali testi quasi un’aura di superstiziosa magia. A ciò si aggiunge anche una sorta di libro dell’Apocalisse, tra i cui versi abbondano descrizioni degli orribili supplizi infernali o delle infinite beatitudini celesti, privo tuttavia di acume teologico e simbolico come nel più conosciuto libro dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, attribuito all’omonimo evangelista in maniera pseudo epigrafica. Gli autori dei più antichi testi copti non sono tutti noti. Tra quelli riconosciuti dalla comunità accademica, spiccano l’eremita Antonio Abate, Pacomio e l’abate Senuta. Quest’ultimo, in particolare, compose numerosi scritti parenetici (esortativi) ed omiletici (prediche), favorendo la diffusione della lingua copta accanto al greco, l’idioma che prevaleva negli scritti sacri nella parte orientale dell’impero romano. In lingua copta si conservano anche ampi frammenti di due romanzi “profani”: una Storia di Alessandro Magno ed una Storia della conquista dell’Egitto ad opera di Cambise di Persia che rappresenta la più recente testimonianza dell’Egitto dell’età faraonica. Molto diffusi nella letteratura copta furono i cosiddetti “trattati popolari”, grazie ai quali abbiamo potuto approfondire numerose opere “gnostiche” come la Pistis Sophia e, soprattutto, i Codici di Nag Hammadi (traduzione diretta dal greco al copto di alcuni vangeli apocrifi, come quelli di Giovanni e di Tommaso, peraltro presenti in diverse versioni). Grazie ad altri trattati popolari, gli studiosi hanno potuto analizzare anche numerose opere ad ispirazione manichea, come i Documenti di El Fayyum, i Salmi di Tomè e la Kephalilaia.
Nell’ambito della letteratura copta, un posto di assoluto rilievo è occupato dai cosiddetti “Codici di Nag Hammadi”, ritrovati nell’omonima località egiziana nel mese di dicembre del 1945. I “Codici” in realtà sono 13 testi scritti su papiro, rinvenuti in una giara di terracotta da un gruppo di Beduini del villaggio di al-Qasr nei pressi di un monastero cenobita, che si pensa sia stato fondato dallo stesso San Pacomio nel IV secolo nell’isola di Nag Hammadi, più conosciuta con la denominazione di “isola elefantina”. In merito ai “Codici” si sviluppò una vicenda degna di un romanzo di spionaggio, in quanto anche dopo il loro ritrovamento rimasero nascosti per molto tempo, per poi essere dispersi e recuperati in varie località, prima di essere analizzati nel loro complesso dagli studiosi. I testi dei codici, per la maggior parte, raccolgono scritti gnostici cristiani, ma è presente anche una versione del Corpus Hermeticum e un passo tratto dalla Repubblica di Platone. Molti esegeti ritengono che i codici fossero custoditi nella biblioteca del già citato monastero cenobita, ma che nel 367, a seguito di una lettera del vescovo di Alessandria Atanasio, che ordinava a tutti i religiosi di considerare canonici solo i 27 libri del Nuovo Testamento, fossero stati nascosti per sfuggire alla distruzione. Atanasio, infatti, stabiliva che tutti gli altri libri, diversi da quelli indicati da egli stesso come canonici, dovevano essere considerati eretici e distrutti. La decifrazione dei codici, nel corso del tempo, non è stata affatto semplice, poiché erano stati redatti in copto antico, anche se una buona parte di essi era stata tradotta dal greco. Il Vangelo di Tommaso è l’unico manoscritto ad essere riportato nella sua interezza, mentre di tutte le altre opere vi sono versioni parziali, più o meno esaurienti. La scoperta dei Codici di Nag Hammadi, risalenti al terzo ed al quarto secolo, si rivelò di straordinaria importanza, in quanto consentì agli studiosi di metterne in relazione il contenuto con alcuni frammenti dei papiri di Ossirinco, scoperti nel 1898, nonché di confrontarne il contenuto con specifici riferimenti elaborati nei testi dei Padri della Chiesa, in particolare con quelli redatti dai teologi e filosofi della scuola alessandrina, come Clemente ed Origene.
Di grande suggestione è il testo gnostico conosciuto sia con il nome di “Pistis Sophia” che con quello italianizzato di “Libro del salvatore”, redatto presumibilmente nella seconda metà del III secolo, a similitudine di altri vangeli gnostici. La Pistis sophia descriverebbe gli insegnamenti segreti che Gesù risorto avrebbe impartito ai discepoli raccolti in assemblea, unitamente a sua madre, la Maddalena e a Marta, da identificare forse come una delle sorelle di Lazzaro. Questi insegnamenti sarebbero stati rivelati nel corso degli undici anni successivi al prodigioso evento della resurrezione. Si tratta di un testo profondamente spirituale, molto diverso dai vangeli considerati canonici. L’incipit introduce immediatamente il lettore in una dimensione gnostica, paragonando in maniera allegorica la morte e resurrezione di Gesù alla discesa ed ascesa dell’anima. Si può comprendere facilmente come uno scritto del genere fosse guardato con sospetto dalla struttura ecclesiastica del tempo, che voleva affermare la storicità della morte e resurrezione di Gesù Cristo, contro ogni forma di credenza simbolica o magica ed esoterica. Inoltre, l’opera conteneva anche un elenco di demoni e di divinità molto noti ai pregressi testi della tradizione magica egiziana. Gli studiosi ritengono che il manoscritto fosse nato in seno alla setta gnostica degli Ofiti, coloro che capovolgendo la mitologia ortodossa della dottrina cristiana, adoravano il serpente come dispensatore di saggezza e di conoscenza. La visione cosmogonica, suddivisa in “tre spazi”, a ciascuno dei quali corrisponderebbe un “mistero”, come dirette emanazioni del Dio ineffabile, che attraverso Sophia proteggerebbe l’umanità dagli arconti, risente senza dubbio di una marcata influenza neoplatonica. Un altro aspetto davvero singolare della “Pistis Sophia” è che si enfatizza il ruolo delle donne nel mistero soteriologico divino, in aperto contrasto con l’orientamento patriarcale della dottrina cristiana canonica e con la visione del ruolo della donna nella vita politica dell’epoca antica.
L’elemento più sorprendente, che si coglie nella variegata letteratura in lingua copta, è senza dubbio l’inedito intreccio tra testi gnostici e tradizioni ermetiche, così come si evince tra i codici ritrovati nella già citata località di Nag Hammadi. Sappiamo, anche grazie all’analisi di questi testi, che la dottrina gnostica si fondava soprattutto sul mito di un mondo perfetto perduto, il cosiddetto “pleroma”, dal quale derivava il nostro universo, considerato non davvero “reale”, ma creato da un Demiurgo inferiore e malvagio rispetto al Dio benefico del mondo spirituale. I testi ermetici, come è noto, si facevano risalire ad Ermete Trismegisto (il tre volte grande), una figura nata dal sincretismo greco-egizio, che racchiudeva in sè le caratteristiche principali riconosciute sia al dio ellenico Hermes che a quello egizio Thot. Secondo gli insegnamenti ermetici, l’uomo non è altro che un “dio mancato” che può rigenerarsi in un contesto cosmico, operando una sorta di trasformazione iniziatica chiamata “palingenesia”. In estrema sintesi, nei testi ermetici sarebbero tracciati i percorsi che consentirebbero all’iniziato di riunificarsi al “pleroma”, ossia a quella pienezza ontologica che il mito gnostico, nelle sue diverse declinazioni, indicava come perduto in un’epoca ancestrale. Ecco come si può spiegare l’inserimento di numerosi manoscritti ermetici, accanto alla ben nutrita pletora di testi gnostici, nella conservazione della letteratura copta.
Un’annotazione a parte meritano quei testi redatti in lingua copta conosciuti con il nome evocativo di “Sigillo di Salomone”. Si tratta di scritti che, in linea generale, vengono associati ad elementi simbolici, che risalirebbero all’antico sovrano di Israele, famoso per la sua saggezza e ricchezza. In particolare, il simbolo più noto è un quadrato magico a cinque caselle per lato con una casella vuota al centro, che veniva adoperato nei rituali magici della tradizione copta. Partendo da questo simbolo, che avrebbe dato al re Salomone il potere di controllare demoni e spiriti, è poi fiorita una ricca letteratura antica, molto diffusa in lingua copta, ma arrivata a svilupparsi anche nell’Europa dell’età medievale.