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La polemica di Fedez contro l’incoerenza di Ghali

“Ho fatto varie canzoni in cui parlavo del conflitto israelo-palestinese. Questo tipo di retorica del ‘sono il più puro’ è una retorica che non funziona perché se io volessi applicare lo stesso tipo di ragionamento su di lui mi verrebbe da dirti ‘Ghali tu undici anni fa quando io parlavo di Palestina dov’eri?”

Riportate testualmente le parole del cantante milanese Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, che nella recente puntata di Pulp Podcast ha aperto una polemica contro Ghali, rapper italiano di origini tunisine. Il commento di Fedez fa riferimento all’ultimo post di Ghali, affidato al canale social di Instagram, in cui dichiara che “il rap è ufficialmente morto. Il silenzio dei rapper ha ucciso il genere. Ne è rimasto solo lo stile, il suono, la forma”. Fedez si chiede invece dove fosse l’attivismo di Ghali quando, dieci anni fa, si parlava dello stesso tema ma senza la medesima risonanza mediatica.

L’accusa che Fedez rivolge a Ghali è quella di moralismo: non intende giudicarlo “per non averci pensato” dieci anni fa, quando il conflitto israelo-palestinese esisteva già, e anche da molti anni, ma “per essersi arrogato il diritto di fare la morale agli altri” quando i brand che hanno sostenuto Israele gli proponevano collaborazioni che lui stesso non avrebbe esistato ad accettare.

Negli anni ‘60, ‘70, ‘80 del ‘900 l’attivismo delle celebrità era piuttosto raro: i volti noti a livello internazionale che osavano esporsi su tematiche sociali venivano chiamati a intervenire attraverso i canali di comunicazione di partiti o comitati politici in assenza della rete informativa oggi offerta dai social media: Magic Johnson annunciò al mondo di essere sieropositivo, segnando l’inizio di un cambiamento nella percezione della malattia e avviando una battaglia contro lo stigma dell’HIV, e la cantautrice folk Joan Baez, durante gli anni della Guerra del Vietnam, fece dei propri brani manifesti di fiera opposizione al conflitto, partecipando alla marcia di Martin Luther King verso Washington, nel 1963, incoraggiando l’obiezione di coscienza al servizio militare e rifiutando di pagare parte delle tasse con cui gli Stati Uniti sostenevano le spese militari. Al giorno d’oggi i canali social delle celebrità non sono necessariamente legati a partiti politici ma possono influenzare l’opinione pubblica in poco tempo: a proposito delle guerre di cui negli ultimi anni abbiamo sentito parlare e a cui abbiamo assistito – dall’altra parte dello schermo – , molte celebrità hanno espresso un pensiero che rapidamente è stato diffuso e condiviso, ma accade spesso che siano i followers a chiedere loro di farlo, a chiedere di esporsi sul tema “caldo”, atto che nella maggior parte dei casi esula dal principale ruolo che le celebrità detengono, quello di intrattenerci.

I fan amano sentirsi vicini alle proprie star, sapere che forse la pensano allo stesso modo ed eventualmente fare propri i loro pensieri e le parole con cui li esprimono. Tuttavia, è facile dimenticare che esporsi sui social non significa automaticamente avere a cuore ciò di cui si parla, così come una questione non deve diventare necessariamente contenuto mediatico per acquistare importanza: in fondo, in un ambiente democratico è legittimo anche non occuparsi di un tema. E’ certo che i social media abbiano avvicinato a decine e decine di persone alcuni argomenti che, senza i cellulari, non avrebbero raggiunto l’opinione pubblica, il che non rappresenta nulla di negativo: alla fine del proprio discorso, Fedez dice infatti che “del conflitto israelo-palestinese si può dire tutto, ma non che non se ne parli”, disapprovando così l’accusa che Ghali ha rivolto ad artisti che con il proprio silenzio sono diventati compici del genocidio. D’altra parte, il rischio della popolarità di alcuni temi, come quello del conflitto in Medio Oriente, è la rinuncia alla complessità, quella complessità che ci contraddistingue come esseri umani e che nasce proprio dallo scambio di idee: Fedez ha ragione nel riconoscere che della Palestina si parli, ma come se ne parla? E chi ne parla, perché lo fa?

Un giornalista ha utilizzato la parola performattivisimo, una crasi tra “performance” e “attivismo”, per dare un nome al fenomeno che consiste nell’usare una certa causa al servizio della propria immagine: le celeb, come detto in precedenza, spesso parlano di temi importanti che sollecitano l’opinione pubblica anche perché fa bene all’algoritmo, perché soddisfando alcuni follower e deludendone altri, instaurano un dibattito virtuale in cui ognuno – informato o meno – dice la sua, qualcuno s’infervora con chi non è d’accordo, dopo qualche ora lo sfogo cessa di bollire perché la povertà delle argomentazioni non porta il dibattito tanto lontano dalla sezione commenti di un post di Instagram e, alla fine, si torna a parlare della celeb che ha dato il via: il risultato? Si parla più di lei che della causa. Esporsi, termine di cui spesso si abusa, come rileva il giornalista, include – nell’accezione non abusata – la componente del rischio: ci si espone realmente quando si è consapevoli di rischiare che il potenziale disaccordo da parte di chi legge o ascolta potrebbe avere conseguenze sul proprio lavoro, sulla propria carriera, sulla percezione di sé da parte degli altri.

Ebbene, dicendo qualcosa che già tutti stanno dicendo nel più banale dei modi, che cosa si rischia? Nulla, ma almeno tutti sanno che anche Ghali, o Elodie dopo il suo concerto, vogliono la pace a Gaza. Quando Fedez dichiara di aver scritto testi sul conflitto israelo-palestinese, a cui Ghali non era ancora interessato, probabilmente si riferisce al primo periodo della sua carriera che lo vedeva impegnato in tematiche vicine al rap di denuncia, piuttosto distanti dalla musica pop commerciale che ha abbracciato in seguito; Restiamo umani, del 2011, è un richiamo alla resistenza morale e alla dignità che, con amaro sarcasmo, rivela le contraddizioni della società. Il titolo probabilmente è dedicato a Vittorio Arrigoni, attivista italiano noto per aver pronunciato in più occasioni quella frase e morto nel 2011 a Gaza.

Trovo sensato l’appello alla coerenza di Fedez: è bene rilevare che scrivere su un post “voi siete complici” in un momento in cui schierarsi è più popolare che un decennio fa può rappresentare una retorica forte e forse controproducente, se non adeguatamente argomentata. La sua polemica è legittima nella misura in cui spinge a riflessioni reali e non solo a slogan, precisando che, nel caso specifico di Ghali, il suo impegno negli ultimi mesi nell’affrontare la tematica del conflitto israelo-palestinese – malagrado la sua assenza in passato – può essere stato anche concreto. Il mio invito – rivolto in primis a me stessa – è quello di imparare a distinguere un attivismo che fa solo scena da un attivismo che può contribuire a generare cambiamenti reali.

Melissa Mantino

Melissa Mantino

Classe 2006, Melissa Mantino è una giovane studentessa di Torino diplomata al liceo classico Vittorio Alfieri, dove ha imparato ad amare le parole antiche per raccontare storie nuove. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere e continua a cercare, nei testi e nella scrittura, il filo invisibile che unisce passato e presente.View Author posts