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Dead Poets Club, l’intelligenza artificiale dà voce ai poeti del passato

Musiche originali di autori umani per i testi dei grandi poeti del passato, arrangiati e cantati dall’Intelligenza Artificiale.

L’iniziativa Dead Poets Club nasce dalla collaborazione tra Fulvio Muzio, Roberto Turatti e Giovanni Favero, con l’obiettivo di esplorare l’interazione tra intelligenza artificiale e produzione musicale.
Chiara è la citazione al film L’attimo fuggente, nel quale la “Società dei poeti estinti” era un gruppo di studenti desiderosi di fare cultura in modo non convenzionale.

L’esperimento è stato presentato il 2 ottobre, nell’ambito della Digital Week, presso l’Università Bicocca di Milano. In quell’occasione è stato proiettato il video realizzato con l’IA della prima di sette tracce in programma, dal titolo The Fly.

Dead Poets Club - "The fly"

Il testo, firmato dal poeta William Blake, riflette sul valore della vita confrontando l’esistenza di una mosca, da lui uccisa per caso, con la propria.

La scelta della sede non è casuale: l’iniziativa nasce infatti all’interno di un laboratorio sperimentale condiviso con l’Università degli Studi di Milano e lo spin-off Whattadata, grazie anche al ruolo di collegamento svolto da Andrea Maurino, docente di informatica presso la Bicocca, presente all’incontro.

Il rapporto tra attività umana e intelligenza artificiale, oltre ad avere implicazioni etiche, comporta anche questioni giuridiche. Per questo motivo la presentazione ha ospitato l’intervento dell’avvocato Giorgio Tramacere, giurista esperto in diritto d’autore.
A completare il dibattito, l’intervento del musicista Renato Caruso, appassionato studioso del legame tra musica e matematica, che ha offerto una lucida analisi sull’impatto che l’evoluzione tecnologica avrà sulla musica nei prossimi anni.

L’obiettivo dell’esperimento è individuare e analizzare possibili sviluppi tecnologici che consentano un utilizzo etico e sostenibile dell’intelligenza artificiale nella produzione musicale professionale.

Intervista a Giovanni Favero

Buongiorno Giovanni, come è nata la scelta dei testi poetici?

“Abbiamo seguito tre criteri.
Primo: quello editoriale, abbiamo scelto poeti universalmente riconosciuti, perché miriamo a un pubblico internazionale.
Secondo: la metrica, abbiamo selezionato poesie con una struttura adattabile alla forma-canzone.
Terzo: quello economico, abbiamo attinto solo a opere scritte da oltre 70 anni, quindi libere da copyright.”

In che modo la collaborazione con Bicocca e Whattadata ha influenzato la parte di ricerca e l’approccio critico all’iniziativa?
Avete un obiettivo accademico o divulgativo?

“L’obiettivo principale è verificare come l’innovazione tecnologica possa essere utilizzata in modo funzionale alla creazione musicale. Grazie all’Università Bicocca e a Whattadata abbiamo avuto accesso a software di alto livello.
Un concept di questo tipo dimostra che oggi autoprodurre musica è economicamente sostenibile anche per un artista esordiente: nel nostro caso, gli arrangiamenti sono stati generati da un’IA, mentre il nostro contributo è consistito nella scelta e nell’adattamento delle soluzioni più efficaci.”

Alla presentazione del 2 ottobre, che tipo di pubblico avete incontrato?

“Un pubblico eterogeneo: appassionati di musica interessati al rapporto tra tecnologia e canzone, informatici, ma anche curiosi degli aspetti giuridici ed etici dell’esperimento, e naturalmente amanti della poesia.”

Come è nata la collaborazione con Renato Caruso?

“La nostra è una collaborazione indiretta: un capitolo della sua opera letteraria in corso cita la nostra produzione.
La sua tesi, fondata su un rigoroso approccio matematico, è che ogni opera d’arte nasca da una costellazione di micro-plagi, cioè da rielaborazioni di fonti precedenti. Il plagio, tuttavia, annulla la creatività quando da mezzo si trasforma in fine, degradando in una citazione sterile o in un mero esercizio di stile privo di elaborazione concettuale.”

Secondo te è facile distinguere un’opera originale da una creata da un algoritmo?

“No, non è semplice, perché l’intelligenza artificiale sa combinare elementi disparati in modi sorprendenti. Emblematico è l’esperimento di Peter Martin, pianista jazz, compositore e docente, che ha cercato di capire se alcune esecuzioni fossero realizzate da un musicista o da un’IA. Persino lui ha avuto difficoltà a distinguerle.”

Jazz Pianist vs AI | Ft. Peter Martin

Il concept Dead Poets Club

  • Fulvio Muzio – medico, musicista e compositore storico dei Decibel
  • Roberto Turatti – DJ, produttore e musicista
  • Giovanni Favero – pioniere nell’uso dell’IA applicata alla musica e autore multimediale

Le poesie selezionate verranno interpretate dall’IA nella loro lingua originale:
Catullo (latino), Lǐ Bái (cinese), Edgar Allan Poe (inglese americano), Gabriele D’Annunzio (italiano), Baudelaire (francese), Pablo Neruda (spagnolo) e il già citato William Blake (inglese).

Nonostante l’avanzare della tecnologia, l’ispirazione umana e la competenza musicale restano inscindibili dalla creazione di valore autentico.
L’eccessiva dipendenza dagli strumenti digitali ha spesso portato a un appiattimento qualitativo, evidente nei brani di successo effimero. Le canzoni di decenni fa, invece, continuano a vivere: le ascoltiamo, le cantiamo, le reinterpretazioni.
I tormentoni contemporanei, salvo rare eccezioni, sembrano destinati a un oblio immediato.
In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale si rivela per ciò che è: un abile archivista, non un creatore.
Pur attingendo a un archivio sterminato, non genera nulla di realmente nuovo: si limita a ricombinare ciò che già esiste.

Mauro Teti

Mauro Teti

Scrivo di musica perché non potrei farne a meno. Collaboro con Auralcrave, Il Buscadero, Milano Free e ho collaborato con Musica 361. Formatore in ambito Excel avanzato e comunicazione digitale, esploro il mondo musicale con uno sguardo narrativo e culturale, tra storie nascoste, suoni d'autore e significati da (ri)scoprire.View Author posts