Per i Beatles, Revolver è il disco del non ritorno. La fotografia di una band sull’orlo di una crisi di nervi – non tra di loro – ma per l’isteria collettiva scatenata dalla Beatlemania.
È il momento in cui si scrollano di dosso l’immagine da semplice pop band, abbracciando la sperimentazione, sia in studio che con le droghe psichedeliche, cambiando così il loro modo di pensare.
Tutto questo è incarnato dalla copertina di Klaus Voormann: in primo piano i volti disegnati dei Fab Four coi moptop in evidenza. Ma, immersi nelle loro capigliature, ci sono Paul, John, Ringo e George.
Che, per questa occasione, ci raccontano cosa sia stato Revolver per ciascuno di loro.
Revolver: George
Nel 1966 mi ero appena sposato con Pattie (Boyd), ma non era l’unica con cui avevo stretto un legame profondo. Mi stavo avvicinando all’induismo. Questo, unito all’interesse per la musica orientale, fu una combo spaziale.
Anche se, a dirla tutta, ero furibondo per la tassazione imposta da Mr. Wilson. Da lì nacque Taxman: la prima canzone dei Beatles a sfondo politico. O almeno così si dice.
Poi firmai Love You To, che ancora oggi — nonostante non sia più su questa Terra — suona incredibilmente attuale, con quello stuolo di strumenti che portai in studio: tabla, tambura, ecc.
Il preludio alla mia vera dichiarazione d’intenti: I Want To Tell You, dove suggerivo alle persone di lasciarsi andare, così come abbiamo fatto noi per Revolver.
Revolver: Paul
George ha ragione: con Revolver ci siamo dimenticati di come eravamo prima.
Ma prima di raccontare la mia versione del disco, lasciate che vi dica che, in quel momento, vista la sua consapevolezza dei propri mezzi, io e John ci sentivamo minacciati dal suo talento.
Ma all’epoca andavamo ancora d’amore e d’accordo.
Nel 1966 il mio cervello era una spugna. La mia relazione con Jane (Asher) mi dava accesso agli ambienti più esclusivi e artsy di Londra. E io avevo fame di sperimentazione.
Eleanor Rigby è la summa di tutto questo. Scrissi gli archi e poi chiesi a George (Martin) di trascriverli. Bastavano la mia voce e gli archi per raccontare la solitudine di Eleanor e Padre McKenzie. Nessun altro.
A dispetto del brano, però, non ero affatto depresso. Le droghe – LSD e marijuana – scardinarono le mie porte della percezione. Got to Get You into My Life celebrava la marijuana, ma anche la Motown, che noi Fab Four adoravamo.
E poi ci sono le mie canzoni d’amore, su tutte Here, There and Everywhere.
Sì, in Revolver ho toccato il mio apice creativo.
Revolver: Ringo
Anch’io, anche se non ho firmato nessuna composizione.
Ma ero in forma, e il mio groove semplice e creativo andava oltre.
Tomorrow Never Knows sembra un pezzo dei Chemical Brothers. La gente ancora non crede che quel pattern di batteria sia stato registrato nel 1966.
Durante le session di Revolver ci siamo divertiti un mondo.
Gli studi di Abbey Road erano il nostro paese dei balocchi.
Geoff Emerick, il tecnico, era sulla nostra lunghezza d’onda e ci assecondava.
E George Martin… beh, riusciva sempre a intuire le nostre sensazioni prima di chiunque altro.
Revolver: John
A ripensarci ora, quando chiesi a George (Martin) di far suonare la mia voce in Tomorrow Never Knows come quella di un monaco tibetano sulla montagna… ero veramente fuori.
Stavo attraversando una transizione. Non sapevo più chi fossi.
Ma le droghe e le letture alternative – come quelle di Timothy Leary – mi aiutarono.
In Revolver ogni brano rifletteva i nostri stati d’animo.
A quasi sessant’anni dalla sua uscita, posso dirlo:
“Siamo stati capaci di uccidere la nostra immagine di bravi ragazzi e di rivelarci al mondo per come eravamo: infiniti.”
Con Revolver, i Beatles raggiunsero uno stato di libertà creativa e coesione ineguagliato.
Neanche con il White Album riuscirono a ripetersi su quei livelli.
Risate che in studio diventavano garriti di gabbiani.
Pop song da camera con ottetti d’archi.
Nastri al contrario che suonavano come veri e propri strumenti musicali.
Tutto era possibile.
La vita pulsava.
E, a dispetto dell’odore di guerra e del napalm che aleggiava, c’era voglia di vivere — e viversi — il presente. Tomorrow Never Knows.