Un lascito testamentale in quattro dischi.
“That’s it”
Così Benjamin Clementine battezza le macchie lasciate dal pubblico nel Teatro Romano di Ostia Antica. Non c’è il tutto esaurito. C’è il ritardo inflitto da una vespa, una distribuzione ingenua delle sedie sotto la gola del palco e un’atmosfera di umidità perturbante.
Dal buio emergono piedi scalzi che scivolano felini sull’umidità del palco, risucchiandoci immediatamente nel nuovo lavoro: Sir Introvert and the Featherweights. Avvolto dal lancio fantasma del 14 febbraio di quest’anno, (come riportano ancora oggi molte testate specializzate) che lo vede imbavagliato negli scatoloni dopo che Lui ha deciso di farlo ascoltare dal vivo prima di pubblicarlo.
È l’ultimo tour prima del ritiro dalla musica. L’ha sempre detto, almeno così fece dieci anni fa al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto per il Festival Leo Ferré. Eravamo in due, diceva una canzone, ed eravamo in missione. Ascoltavamo la Scraps Orchestra mentre spiavamo le figure nell’ombra che muovevano i fili dietro le quinte, dovevamo capire se il giorno dopo ci sarebbe stato davvero Lui, e nel caso come trovare i biglietti.
Di Benjamin Clementine si conosce poco ancora oggi. Lui che con i genitori impegnati in un divorzio travagliato e con i fratelli troppo grandi, è cresciuto con la nonna fino alla prematura scomparsa. Aveva dodici anni quando si chiuse definitivamente in sé stesso. Lasciò la scuola per frequentare solo i poeti nei libri che sceglieva lui. Le uniche voci erano quelle di una radio da cui cercava di riprodurne le onde su un pianoforte abbandonato dal fratello.
L’autodidatta che preferisce le stazioni del métro di Parigi alla stanza nel nord di Londra. Evade dalla nebbia mischiandosi ai colori della folla che lo attraversa, e in poco tempo smette di essere trasparente. A ventisei anni invade l’aria di poesia fermentata che fluisce scuotendo le sue corde da tenore spinto che nemmeno sapeva di avere. Dai marciapiedi ai piccoli club fino alla produzione di At Least For Now con cui divora l’Europa e smette di essere un senzatetto.
Da lì alla notte tra le segrete del Teatro Concordia di San Benedetto, passarono pochi mesi. Un vecchiaccio storto e magrolino ci assicura la presenza di Clementine per il giorno dopo. Gratis. Ovviamente i biglietti non c’erano e se ci fossero stati non li avremmo meritati: così ringhiava Giuseppe Gennari, questo il nome del maligno burattinaio del Festival. Sadico, ribadiva più volte che non c’era speranza. Sapeva che era la nostra prima volta al festival e sapeva anche non avremmo più fatto ritorno, eravamo falene appiccicate sotto la luce di Benjamin Clementine.
Mentre uscivamo dal teatro ci chiese se credessimo nella sorte e senza darci il tempo di rispondere aggiunse che dovevamo presentarci, la sera dopo, solo per dimostrargli che credevamo, che avevamo fede come lui che fu toccato da Ferré continuando a diffonderne il verbo. Aveva ragione, in fondo chi erano questi due forestieri che cercavano di sciacallare il posto a una famiglia che da anni si presentava al Festival a scatola chiusa?
Facemmo voto. La sera dopo ci presentammo all’ingresso del teatro con due facce che avrebbero reso fieri Pauline Clance e Suzanne Imes, non solo impostori ma mendicanti. Di Giuseppe Gennari nessuna traccia. Chissà dove si nascondeva, magari sparlava di noi con Clementine mettendolo in guardia. Non avevo il coraggio di avvicinarmi alla biglietteria, cercai il mio amico con lo sguardo: Lorenzo era nascosto in un angolo facendo finta di non conoscere a memoria la brochure del festival. Le pesanti tende rosse erano già chiuse, dal gabbiotto una maschera ci scrutava. “Ah, siete voi!”, si avvicinò senza dire altro porgendo una busta chiusa tra il ragno delle dita tremolanti. Dentro c’era un messaggio da parte di Giuseppe Gennari. Vendetta? Lorenzo prese il biglietto: si complimentava con noi per aver creduto. Sbirciammo meglio nella busta e scoprimmo due biglietti.
Nonostante sembrasse un film, eravamo ancora lontani dalla realtà. Entrammo.
Famiglie con bambini e coppie di anziani, eravamo praticamente gli unici “giovani” che riempirono gli ultimi due posti in sala: terza o quarta fila. Noi a sederci e il sospetto a salire: pensammo a un imbroglio, un complotto. Magari c’era un sosia, il piano di una mente pericolosa pronta a mettere in atto una mossa alla Oriente Express. Era tutto troppo bello per essere vero. Ci guardammo intorno lasciando che la paranoia montasse. Per la maggior parte di loro non avrebbe fatto differenza, erano lì perché credevano. Chiedemmo ai nostri vicini. Traducemmo che non avevano idea di chi o cosa sarebbe salito sul palco e che dovevamo lasciarli in pace perché i figli dormivano.
Non ci credemmo nemmeno dopo che una figura alta e misteriosa mosse le tende del palco. E infatti non era Lui, era Giuseppe Gennari, l’ottantenne che dopo la presentazione vedemmo scendere dal palco senza usare la scaletta. Balzò con l’aria che gli gonfiava il gilet come un mantello di jeans, con la bandiera americana cucita sulla schiena, attenuando, neanche troppo, il tonfo sul parquet. Cercavamo il suo sguardo mentre si spegnevano le luci.
Una figura sinuosa posò gli artigli sui tasti del pianoforte restando praticamente in piedi. Si poggiava su uno sgabello da bar senza corrompere l’eleganza del corpo scolpita sotto il completo. Piedi nudi come il petto che si intravedeva da sotto la giacca, era immobile quando la voce riecheggiò tra le volte del teatro svegliando i bambini.
Lo hanno chiamato in molti modi, è stato clochard a Parigi, barefoot singer e il nuovo Basquiat sui giornali di mezzo mondo. Benjamin Clementine non è solo un’entità dalla bellezza antica che scuote le giunture del palcoscenico, ma appartiene a qualcosa che non conosciamo e che possiamo solo percepire, forse è Dio. Lo sguardo ti attraversava cambiando qualcosa che ancora oggi mi ritrovo a interpretare. Ricordo il fremito delle budella nello scoprire che la voce da mezzo soprano in Adios era la sua, oppure quando invocò Avec le temps di Leo Ferrè e fece venire gli occhi lucidi al vecchio Giuseppe in fondo alla platea.
Dopo il concerto venne premiato, poi scese dal palco senza passare dalle quinte. Ci conoscemmo, entrai nel suo linguaggio soffuso e ipnotico, nei suoi modi lenti e gentili. Aveva suonato gratis solo perché gli piaceva Leo Ferré. Lui che possiede e domina il dono di modellare l’aria con la voce, di scaraventarti a suo piacimento nelle segrete della coscienza personale e collettiva. Uno che ridisegna la natura di un concerto aprendo dimensioni diverse per ognuno di noi. Uno dei pochissimi che riesce a dare qualcosa di indefinibile, meditativo e profondamente spirituale pur restando in argomenti di attualità che pochissimi, forse nessuno, è più in grado di mettere in prosa.
Diceva che con la musica sarebbe finita: aveva fatto partire il conto alla rovescia.
Tre anni dopo uscì I Tell A Fly, e la pelle del primo disco venne rivoltata come un calzino nella composizione e nella prosa: guerra, immigrazione, isolamento e amore. Al cospetto di tanta cruda bellezza tremai al ricordo delle sue parole “In questo momento mi esprimo con la musica, ma non sarà sempre così. Voglio scrivere, dipingere…”. Tremai per cinque anni aspettando And I Have Been. Un lavoro meno immediato dagli altri, più sottile, elegante. Non c’era l’introspezione del primo né la rabbia del secondo. Consapevolezza e rinascita, tant’è che non esiste una versione fisica dell’album: Far pagare il concerto è già abbastanza, disse.
L’ho seguito, spiato e studiato in Italia e all’estero, consapevole di osservare un animale in via d’estinzione. Non ha mai venduto nient’altro che arte, mai un banchetto, non esistono magliette, spille o merchandising di alcun genere al di fuori di album e biglietti. Dentro e fuori le esibizioni ha sempre fatto quello che voleva e mai quello che dettano le convenzioni. Ascoltandolo prendi coscienza che sono davvero pochi che riescono a farti vivere quel genere di esperienza che non ti si stacca più dalle viscere, che ti cambia come le grandi opere.
Oggi me ne vengono in mente solo un altro paio nella musica in grado di assemblare una versione di te prima, durante e dopo il concerto: Rodrigo Amarante e Jónsi dei Sigur Rós. Il primo è un gigante che riempie una vallata con il suo esercito, un’orchestra di cinquanta elementi prostrata al dominio della sua voce incatalogabile. Poi finisce il concerto, torni a casa e mentre ti lavi i denti realizzi che c’era solo un piccolo ometto di mezza età, basso, magrolino e con gli occhialetti da vista. Il secondo, per quanto pensi di esserti abituato, riesce comunque a fregarti a ogni concerto quando sibila come un serpente la prima nota al microfono. Ti ricorda che tu e lui non fate parte dello stesso mondo, sicuramente non della stessa specie.
Eppure, oggi dopo Nicholas Nepolitano, Benjamin Clementine raccoglie la sua pelliccia da terra e inizia uno sproloquio su quanto la struttura del Teatro Romano di Ostia Antica sia bagnata. Sale a cavallo tra il gioco e il fastidio, invoca un servizio che si presenta sottoforma di tre cristiani che smanacciano il pavimento del palco con degli asciugamani come sui parquet dell’NBA. Poi si accosta al pianoforte e solleva lo sgabello verso di noi disegnando due enormi X che sottolineano il rivestimento bagnato. “Si chiama umidità” gli urla qualcuno mentre il resto del pubblico ridacchia nervoso assecondandolo con un velo di terrore.
Benjamin invoca un altro asciugamano che gli viene prontamente consegnato e con il quale lui stesso accarezza il pianoforte: “Acqua e cavi elettrici…” dice ironico ma non troppo. Poi si siede come un normale pianista. Il concerto comincia mentre ti chiedi se il preambolo facesse parte dello spettacolo e se l’annunciato ritiro dalla musica per fare l’attore non sia tutto in quella scena. Ma l’esibizione all’interno di un palco completamente bianco, al centro di un’arena che sembra l’obitorio di un’aula universitaria, prosegue. Benjamin Clementine è al centro dei tre turnisti che sovrastano la scena alle sue spalle, sintetizzatore a sinistra, chitarra al centro e pad a destra. Dai lati invece affiorano due quartetti di archi e fiati vestiti di bianco. A intermittenza riempiono la scena come lucciole o angeli ubriachi che hanno perso la via. Lui disseziona ogni brano per come lo conosciamo per ricostruirlo in un corpo elettrico spolverato da Morricone, come in Delighted: “Here we go again”.
Alla quarta volta che ci incontriamo è esattamente ancora come la prima, non avverto il minimo senso di sazietà.
Lo vedi Siede al pianoforte, in piedi sul precipizio del palco o rannicchiato a terra. La sensazione è ancora quella di uno che non ha niente in comune neanche con gli dèi o i titani, non solo con noi. Intanto coagula Nemesis e Phantom of Aleppoville. Le versioni sono impastate di elettronica e il furore di Condolence è scioccante. C’è forza e profondità fisica e vocale che viste dal basso risultano ancora più imponenti, soprattutto quando Lui si chiude nel bozzo della pelliccia per riemergerne trasformato. Non lascia più andare la voce come prima, non fraseggia con estensioni infinite o falsetti contorsionistici. Non ha più niente da dimostrare.
Durante l’esibizione la sensazione percepita è ancora quella di uno che impeghi lo stesso sforzo e concentrazione che usiamo per allacciarci le scarpe. Un essere nato e scolpito per incantare tutto ciò che lo circonda: persone, bambini e animali, capitelli e pini marini si piegano verso di lui che intanto, con classe e naturalezza muta forma ancora e ancora.
Poi qualcosa che era nell’aria si manifesta nel cedere alla tentazione di fare del pubblico i suoi coristi, ammaestrandoci come uccellini sul ritornello di Condolence. Ci chiede di tradurlo in italiano e viene fuori una strofa claudicante ma significativa, il cui senso non cambia: condoglianze a paure e insicurezze. Si diverte come un bambino ma ne chiede venti versioni. Alla diciassettesima il pubblico si spazientisce e applaude durante la sedicesima. Lui cerca di convincerci ma c’è un presentimento sinistro che aleggia tra le rovine crollandogli addosso: si arrende. Non l’aveva mai fatto.
Tornato a sedere come un pianista qualsiasi dice di non sapere cosa suonare. Da copione salgono richieste del primo album dal pubblico e lui, con lo spirito schiantato al suolo, sussurra che è stanco di suonarli ancora. Reclamo Caruso nel tentativo di allentare la tensione, come fece durante l’anniversario per la morte di Lucio Dalla. Ma Lui imbastisce un arpeggio nevrotico dove condensa tutte le preghiere più scontate. Poi un silenzio denso acciacca l’umidità raffreddando l’anfiteatro per un tempo indefinito.
In quel momento arriva nello stomaco la sensazione che quella figura mitologica che hai davanti esiste e ti somiglia più di quanto immagini. che il disagio che annusavi è più pesante adesso che riempie i polmoni. Quindi è umano, uno dei più fragili mentre io scopro di essere tra i più superficiali. Lui smorza con sorrisi più tristi che amari e il suo sguardo è rassegnato. Comprendi perché uno dei più grandi artisti del tuo tempo decide di ritirarsi prima dell’uscita del nuovo album. O almeno ci provi. Ripensi alla sua discografia come alle fasi di un lutto ridimensionato dove At Least For Now fu il rifiuto, I Tell A Fly la rabbia e And I Have Benn la consapevolezza. Non resta che porre Sir Introvert And The Featherweights all’ultima fase: l’accettazione.
Poi si lascia andare accarezzando Winston Churchill’s Boy in medias res. Un testo confidenziale che ripercorre la fuga da Londra a Parigi con Orwell in una mano e la chitarra nell’altra. Parla di rinascita, come quella che sta rimettendo in atto: Un giorno questo ragazzo starà bene […] quel giorno potrebbe essere oggi!
Infine, ringrazia tutti con delicatezza immacolata, ci augura il meglio perché: La vita è davvero troppo breve, quindi fatela durare. Il più a lungo possibile…Tempus Fugit. Una versione quasi dub che ripete all’infinito prima di sussurrare Goodbye. Mentre aspetti il bis ripensi ai quattro tour della sua carriera, quattro concerti che sanno di effimero come street art dipinta con acqua sui muri di sabbia. Non abbiamo vissuto quest’ultima opera come avremmo voluto, sicuramente non come Lui avrebbe voluto.
Adesso sta a noi affrontare il lutto.
Rintocca l’ultima nota, l’ultimo chiodo. Restiamo tutti in attesa di vederlo riaffiorare dall’oscurità un’ultima volta. Ma non succede. Niente bis. In molti si rifiutano di alzarsi, ci guardiamo attorno, dietro di me c’è Bobby Rush con le braccia conserte e lo sguardo cupo dietro gli occhiali scuri. Ha tutta l’aria di essere un prete venuto a dare l’estrema unzione. Di nuovo quel silenzio denso di prima e poi arriva, in ritardo, il sottofondo di fine concerto che calpesta le emozioni e straccia via ogni attesa con la certezza che tutto sia finito. Per sempre.
Molti non riescono a crederci e lanciano sul palco dei buu che bruciano come molotov. Segue una processione della masnada che lascia il parco archeologico in fila per due. Tutti gracchiano di snobismo, che poi non deve sorprendersi se non vende tutti i biglietti perché, sentenzia una voce alle mie spalle: a Roma non ci verrà più nessuno a sentirlo dopo oggi.
Mi sento in colpa perché credo che il pubblico lo abbia deluso, che io l’abbia deluso. Immagino che per un attimo abbia pensato di rientrare per un bis ma che qualcosa in sé lo abbia trattenuto. Non è stata l’uscita di scena che meritava, forse perché non siamo più in grado di capire o meditare su certe forme d’arte. “L’arte deve aprire squarci nel caos” dicono alla radio mentre finisco di scrivere. Sono parole di Cornelius Castoriadis che mi fa pensare alla voragine impalpabile lasciata da Benjamin Clementine.
Vorrei tornare nel Teatro di San Benedetto per convincerlo a ripensarci, invocare un’apparizione di Leo Ferré per fargli capire che abbiamo ancora bisogno di lui. Che abbasseremo i telefoni davanti alla magnificenza, che rinunceremo a essere bracconieri dell’arte, ma diverremmo parte attiva nel componimento. Poi mentre cerco di resuscitare Ferré, solo per mandarlo in missione, mi rendo conto che forse quello che sta facendo Benjamin Clementine, come lo sta facendo, è l’ennesimo strato che ha saputo scollare dai muri che siamo abituati a vedere davanti agli artisti. Ha scelto di spogliarsi per strada senza il timore di essere frainteso, portando le sue più profonde fragilità al cospetto di chiunque, in mezzo a senzatetto e pendolari, tra chi non trova il tempo di pensare e chi vive nel terrore di avere in bocca solo quello.
Mentre finisco di scrivere mi rendo conto di aver attraversato le fasi anch’io, che quello che era partito come un live report è diventato un processo di guarigione per accettare finalmente quello che Benjamin Clementine sta costruendo, o decostruendo. Mi avvolge l’euforia di trovarmi, di nuovo, davanti a qualcosa che non avevo mai visto. Come chi perdeva il treno allontanandosi da sé stesso e dalla società per il tempo di una canzone.
Ma questa non è un’inchiesta, sono solo le fasi di un lutto personale all’ultima voce che mi ha fatto credere che forse un Dio, c’è, o almeno ci sia stato.
“That’s it.”