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Excalibur, la spada nella roccia: da Re Artù a San Galgano

Il mito di Re Artù e un dibattito che arriva fino in Italia, dove esiste in effetti una spada conficcata nella roccia, a San Galgano: esiste un collegamento?

La spada racchiude un’importante simbologia che è stata declinata in maniera diversa, a seconda dei contesti culturali e storici di riferimento. Già presso le civiltà antiche, la spada non rappresentava soltanto una semplice arma, idonea ad offendere, a difendere e a consolidare il potere politico e militare, ma si arricchiva di svariati elementi emblematici riconducibili a ragguardevoli principi etici, come la giustizia, l’onore e la saggezza.

Nell’antichità la spada era un segno distintivo sociale dei nobili e dei guerrieri, gli unici che potevano ostentare il possesso di tale strumento. Come nell’antica Roma il gladium indicava la dignità e la disciplina dei legionari romani, così nel Giappone feudale, la katana samurai ricordava ai nobili guerrieri il loro codice d’onore. Nel Medioevo europeo la spada figurava come protagonista indiscussa durante le cerimonie di investitura e nel corso dei riti di iniziazione. Il ragazzo per poter diventare “cavaliere” doveva essere toccato con la spada dal re o dal nobile appartenente alla scala sociale e feudale più in alto. Nella variegata mitologia norrena, spesso alle spade si riconoscevano poteri magici e soprannaturali, evidentemente associati alla sorte ed alla statura morale del condottiero a cui appartenevano. Come si narra nella storia di Sigurd e di Gram, la spada assurgeva al ruolo simbolico di catalizzare il destino individuale e collettivo, ponendosi come forte baluardo per combattere le forze del male. In gran parte delle tradizioni spirituali ed esoteriche, infatti, la spada stava ad indicare la verità, la giustizia e la luce che si oppongono alla menzogna, al disordine ed alle tenebre. Emblematico esempio, nell’ambito dell’iconografia cristiana, è la spada fiammeggiante in dotazione all’arcangelo Michele, posto a capo dello schieramento celeste contro le forze del male. In un contesto più strettamente esoterico ed alchemico, la spada è stata sempre vista come un efficace strumento di trasformazione, in grado di plasmare la materia e di mettere in contatto la realtà visibile con la dimensione spirituale. In molti rituali, che vantano perfino origine druidica, la spada era adoperata per convogliare l’energia positiva e per disperdere quella negativa, nonché come simbolico vettore di verità che riesce a far breccia nell’illusione psichica e negli inganni sensoriali.

Come è noto, con il nome di Excalibur si tende ad identificare, nell’ambito della tradizione celtica, la più conosciuta tra le spade attribuite al personaggio letterario di Re Artù. L’etimologia del termine ha un’origine decisamente controversa che, secondo gli esperti, potrebbe far capo a due ceppi linguistici differenti, ma pur sempre indoeuropei, quello latino e quello sassone. Partendo dall’assonanza latina, sarebbe possibile, a livello teorico, ricavare diversi significati, ma il più probabile deriverebbe dal nome dei Calibi, un antico popolo dell’Anatolia particolarmente versato nella lavorazione dei metalli. La parola latina chalybs (ablativo chalybe), infatti, vuol dire “acciaio”, a cui aggiungendo la preposizione ex assumerebbe il significato modale “d’acciaio”. La suggestione latina potrebbe alludere anche ad altre peculiari caratteristiche della mitica spada: ex calibro, ad esempio, indicherebbe uno stato di “perfetto equilibrio”, esaltando le capacità fisiche e magico/spirituali dell’arma e del rispettivo possessore. Dando credito anche al ramo celtico, il nome trarrebbe origine dall’antico nome della leggendaria spada, Caliburn, che aveva il significato di “spada lucente” o di “spada indistruttibile”. Risulta evidente come sia l’accezione latina che quella celtica siano riconducibili allo stesso ambito semantico. Nella stessa direzione si orienta l’espressione gallese Caledfwich, composta dall’aggettivo caled (duro) e dal sostantivo fwich (spaccatura, breccia). Per alcuni esegeti, Excalibur potrebbe derivare dalla precitata espressione, assumendo il significato di “colei che taglia l’acciaio”, ispirandosi alla celebre Caladbolg, cioè la possente spada, inseparabile compagna delle gesta di Fergus mac Roich, uno dei più famosi protagonisti della mitologia irlandese. E’ pertanto ragionevole supporre che la denominazione letteraria della spada arturiana si sia formata da un’osmosi glottologica proveniente da entrambi i ceppi linguistici.

Nella tradizione arturiana più conosciuta, le vicende della mitica spada sono intimamente legate non solo all’indomito re Artù, ma anche alla figura di Mago Merlino, che molto probabilmente incarnava la figura di un sacerdote druido autorevole, idealizzato poi nelle narrazioni letterarie. Era stato proprio Mago Merlino a predire che soltanto colui che fosse stato in grado di estrarre la spada conficcata nella roccia, avrebbe potuto acquisire la dignità di re e condottiero del suo popolo. E fu proprio il giovane Artù che riuscì nella prodigiosa impresa di estrarre la spada conficcata nella roccia, correndo poi verso la cattedrale e deponendola sull’altare. Nella dinamica dell’evento è molto chiara la commistione di elementi della cultura celtica e di altri propri della dottrina cristiana, sullo sfondo delle vicende storiche dell’alto Medioevo, all’indomani della caduta dell’impero romano d’Occidente, seppure trasfigurate in una versione fantastica e quasi rituale. Artù, alla presenza di tutti i nobili e dignitari del regno, fu unto con l’olio santo, simbolo di potere e di regalità, giurando davanti a Dio di essere un sovrano giusto e leale fino al momento della sua morte.

Uno dei primi riferimenti ad Excalibur, come la spada nella roccia, è contenuto nel racconto composto in versi francesi, Merlino, redatto da Robert de Boron. In precedenza la cronaca un po’ fantastica, chiamata Historia Regum Britanniae, parla della spada in questione come un’arma di grande pregio forgiata nell’isola di Avalon, una sorta di luogo incantato nell’immaginario delle popolazioni celtiche. Anche sul numero delle spade adoperate da Artù, le opinioni sono alquanto discordanti. Se ci soffermiamo sulla ricostruzione di Thomas Malory, autore dell’opera La morte di Artù, ci viene il dubbio sulla corrispondenza tra la spada estratta dalla roccia ed Excalibur, in quanto si narra che il re aveva distrutto la sua prima spada durante uno scontro con Pellinore. Inoltre, lo stesso autore inglese scrive che Artù, dopo la distruzione della prima spada, ne ricevette un’altra in dono dalla Dama del lago e che soltanto a questa fosse attribuita la denominazione di “Excalibur”. La funzione protettiva della spada sembrerebbe terminare con la morte del re, poiché Artù, dopo aver combattuto la sua ultima battaglia, avrebbe esortato il fidato Bedivere a riportare l’arma prodigiosa nello stesso luogo da dove era spuntata (il lago). Una volta gettata nello specchio lacustre, la spada sarebbe stata afferrata da una mano e poi sprofondata nell’acqua. La leggenda voleva che qualora un combattente avesse indossato il fodero di Excalibur, lo stesso oggetto l’avrebbe protetto da ogni sanguinamento, rendendo di fatto qualsiasi ferita inefficace.

Tra le varie leggende circolate intorno ad Excalibur, di grande suggestione è quella riportata nel romanzo L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi, secondo cui la spada sarebbe stata forgiata dai già citati Calibi per Giulio Cesare in persona, tramandata fino a Tiberio che poi l’avrebbe nascosta. Nel quinto secolo d.C., nella visione fantastica di Manfredi, la preziosa arma sarebbe stata portata in Britannia al seguito dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augustolo. L’autore scozzese Jack White, invece, nelle sue opere “La Pietra del Cielo” e “La spada che canta”, ricostruisce la vicenda tardo imperiale in maniera diversa, immaginando un certo Gaio Publio Varro, indicato quale presunto prozio del mago Merlino, come l’effettivo forgiatore di Excalibur. Questi avrebbeadoperato per lo stampo del materiale precipitato sul suolo britannico da un meteorite. La spada sarebbe stata consegnata ad un Merlino ancora adolescente, affinchè la affidasse in futuro a colui che si sarebbe mostrato degno di diventare sovrano della Britannia.

L’origine di Excalibur, dal punto di vista letterario della tradizione celtica, è profondamente legata al già citato luogo fantastico di Avalon, un’isola leggendaria, il cui nome sarebbe legato alla fertilità, potendosi tradurre con “isola delle mele” (dal gallese afal e dal bretone aval). L’onirica Avalon ricorda il giardino dei pomi d’oro di Era, custodito dalle Esperidi e dal drago Ladone, dove cresceva un melo dai frutti d’oro. Ad Ercole, come undicesima fatica, fu affidato il compito di cogliere tre mele d’oro della pianta. Tornando ad Avalon ed al suo significato etimologico, giova ricordare come la mela, nella tradizione druidica, fosse considerato un frutto associato al cosiddetto “altro mondo”, cioè ad una dimensione sensoriale diversa dalla nostra. Nella poetica medievale di Robert de Boron, nella mitica isola di Avalon, sarebbero arrivati perfino Giuseppe d’Arimatea e Gesù Cristo, colpito sulla croce solo da morte apparente. Dopo aver raccolto il sangue di Gesù in una coppa, in questo luogo Giuseppe d’Arimatea avrebbe fondato la prima chiesa sul suolo britannico. Una variante della leggenda che racconta la fuga del Messia dalla Palestina lo vede sbarcare nella Francia meridionale, insieme alla sposa Maria Maddalena, la cui discendenza avrebbe dato vita alla dinastia dei Merovingi (cfr. il best seller di Dan Brown, Il Codice da Vinci). E’ superfluo sottolineare che, al di là di mere suggestioni letterarie, non vi è alcuna testimonianza storica di tali fatti.

Ad Avalon sarebbe stato sepolto anche Artù, ivi trasportato dalla sorellastra, la Fata Morgana, da alcuni autori descritta come perfida, da altri dolce ed amorevole. In questo luogo incantato il re “riposerebbe”, in attesa di ritornare nel mondo reale, qualora ne avesse avvertito la necessità. In lingua gallese Avalon era anche chiamata “ynis wydryn”, traducibile con l’espressione “isola di vetro”, a causa della diffusione del guado, un vegetale di una particolare colorazione azzurra, utilizzato dai guerrieri Celti per tingersi il viso prima di affrontare i conflitti armati. La maggior parte degli studiosi ritiene che l’attuale piccola città di Glastonbury, nel Somerset in Inghilterra, sia la fonte d’ispirazione per l’elaborazione leggendaria dell’isola di Avalon. La località era un tempo paludosa e la stessa Glanstonbury Tor, dove secondo alcune ricostruzioni sarebbe stato sepolto re Artù, in quell’epoca era completamente circondata dall’acqua proprio come un’isola. Il cronista Giraldo Cambrense scrisse che ad una profondità d 5 metri era stata trovata una grande quercia a forma di bara, sulla quale vi era la seguente iscrizione “qui giace sepolto l’inclito re Artù nell’isola di Avalon”. I resti furono seppelliti nell’abbazia di Glanstobury, durante una solenne cerimonia, alla quale parteciparono anche il re Edoardo I e sua moglie. In realtà si trattò di un’operazione consapevolmente falsa per attirare pellegrini e, quindi, facili guadagni alle casse dello stato. Altre ipotesi suggestive vedono in Avalon, l’isolotto di Mont Saint-Michel nella Bretagna francese, l’ile d’Aval nella stessa zona bretone, o il fortilizio di Aballava (ora Burgh-by-Sands), collocato lungo il vallo di Adriano. Gervasio di Tilbury si spinse perfino ad affermare che Avalon doveva identificarsi con la Sicilia, ipotesi abbastanza improbabile alla luce della notevole distanza geografica dagli eventi narrati.

Il mito della cosiddetta “spada nella roccia” è legato anche al nostro Paese e, precisamente, alla magnifica abbazia cistercense di San Galgano situata a Montesiepi in provincia di Siena in Toscana. La costruzione di questo straordinario luogo di culto cominciò nell’anno 1218 e fu completata in tempi davvero rapidi per quell’epoca, prosperando per oltre un secolo ed acquisendo una notevole importanza nell’economia del suo territorio. Il declino dell’abbazia ebbe inizio verso la metà del quattordicesimo secolo, quando la maggior parte dei monaci cistercensi morirono a seguito della terribile epidemia di peste nera che decimò l’intera popolazione europea. Nel 1576 l’abbazia di San Galgano perse la propria autonomia istituzionale a vantaggio della città di Siena. Nei secoli successivi vi furono timidi tentativi di restauro del complesso religioso ormai rovinato dai continui saccheggi e dalla continua azione dei fenomeni atmosferici. Al giorno d’oggi dell’intera abbazia rimane soltanto la grande navata centrale, la grande sala del refettorio e qualche locale adiacente. La totale mancanza del tetto conferisce l’effetto di un’enorme finestra rivolta verso il cielo. Anche la mancanza del pavimento, sostituito dal nudo terreno, che nel periodo primaverile diventa un grande manto erboso, contribuisce a rendere l’abbazia di San Galgano un luogo magico ed acronico. Non lontano dall’abbazia, percorrendo un sentiero in salita in circa 5 minuti, si arriva all’Eremo di Montesiepi, nel cui interno vi è un grande sasso, con dentro conficcata una spada, proprio come se si trattasse di Excalibur. Entrando più nei dettagli, la mitica spada nella roccia è collocata nella cappella chiamata “la Rotonda”, per la sua forma circolare, protetta da una teca di vetro. Prima che la spada fosse protetta dal vetro, qualche citrullo, improvvisandosi malamente cavaliere della tavola rotonda, aveva tentato di estrarre la spada danneggiandone l’elsa. Ma chi avrebbe piantato l’arma in quel grande sasso? La tradizione vuole che sia stato un certo Galgano Guidotti, nato a Chiusdino nel 1150 da una famiglia aristocratica. La giovinezza di Galgano, un po’ come quella di Francesco, si sarebbe svolta tra i divertimenti ed i piaceri della carne, fino al momento in cui gli sarebbe apparso in due occasioni San Michele Arcangelo. Così cominciò il cammino di conversione del giovane, fino al momento in cui si affidò completamente a Dio dopo un ascetico pellegrinaggio sulla collina di Montesiepi. In questo luogo mistico, Galgano si sarebbe inginocchiato chiedendo la protezione di San Michele, al quale avrebbe chiesto la celeste protezione. Si sfilò la spada dai fianchi e la piantò nella roccia, cosìcchè l’oggetto prendesse la forma di una croce. La spada, in questo modo, da strumento di guerra e di morte, assunse il significato di simbolo di pace e di redenzione. La vicenda del giovane nobile si diffuse molto velocemente in tutto il territorio circostante e molti altri ragazzi ne seguirono l’esempio. Galgano trascorse gli ultimi anni della sua vita come un eremita, occupando una capanna costruita da lui stesso vicino alla roccia in cui aveva conficcato la spada. La leggenda vuole che, quando morì il 30 novembre 1181, fosse ritrovato inginocchiato davanti alla sua spada col capo chino come se pregasse. Quattro anni dopo, il pontefice di allora, papa Lucio III, lo proclamò santo.

Si è molto dibattuto su eventuali collegamenti tra San Galgano ed il ciclo delle narrazioni arturiane, in relazione soprattutto al gesto del cavaliere di conficcare la spada nella roccia, in qualche modo opposto a quello del condottiero britannico che, invece, la estrasse. I presunti legami, tuttavia, non hanno un vero e proprio fondamento storico, ma derivano da una tradizione popolare sviluppatasi a partire dal XVII secolo nella zona di Castiglione della Pescaia e di Vetulonia. Secondo tale narrazione popolare, Galgano avrebbe avuto contatti con la comunità eremitica guidata da Guglielmo di Malavalle che aveva sede nel grossetano. Quest’ultimo sarebbe stato in realtà Gugliemo di Aquitania, padre della regina Eleonora, presso la cui corte Chretien de Troyes scrisse la prima opera accertata in cui si parlava della ricerca del sacro graal (Roman de Perceval ou le conte du Graal). Le fonti storiche attestano che Guglielmo di Aquitania morì nel 1137 a Santiago di Compostela, ma le sue spoglie non sono state mai esattamente identificate. Lo scrittore francese Jean Bouchet nel sedicesimo secolo scrisse che Guglielmo avrebbe simulato la sua morte, per potersi ritirare in isolamento nella bassa Toscana. Alcune indagini scientifiche, eseguite sulle reliquie di San Guglielmo di Malavalle, non hanno però potuto provare l’origine d’oltralpe del soggetto.

L’Avalon italiana, dove sorge la mistica abbazia di San Galgano, rievoca antiche storie di cavalieri e di misteri, tra la dimensione sacra e quella profana, sempre in bilico tra la storia e la leggenda. Galgano, intrepido e dissoluto cavaliere, che abbandona gli agi e gli affanni della vita secolare per contemplare il divino, anticipa la vicenda di San Francesco, nella ricerca di quella pace interiore che soltanto l’Assoluto può dare.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts