In una calda notte di fine luglio, gli Who hanno dato il loro addio all’Italia. Martedì 22 luglio si è infatti tenuta al Parco Musica Milano la seconda e ultima data italiana del tour, dopo il concerto a Piazzola sul Brenta del 20: due appuntamenti che, di fatto, rappresentano le uniche e ultime date europee dell’estate. Uniche perché non ne sono previste altre nel continente, ultime perché, con il Regno Unito ormai politicamente fuori dall’Unione Europea, è corretto considerare separate le poche tappe britanniche rimaste.
Dopo qualche data in UK, il tour proseguirà in Canada e negli Stati Uniti per concludersi il 28 settembre a Las Vegas.
Prima del concerto si avverte una velata malinconia, mescolata a una profonda nostalgia. A rendere ancora più carico di significato il momento, poche ore prima dell’inizio si diffonde la notizia della scomparsa di Ozzy Osbourne. Eppure, nonostante il contesto, nell’aria non si respira negatività: l’ingresso della band sul palco è accompagnato da un’immagine di Ozzy vestito da pipistrello, e Roger Daltrey, prima di intonare il primo successo della band, I Can’t Explain (1964), dedica il brano all’amico appena scomparso: “Questa è per Ozzy”.
La band suona bene, con tutti i musicisti a supportare con grande professionalità Roger e Pete. Da segnalare la presenza del fratello di Townshend, Simon, alla chitarra ritmica, Loren Gold alle tastiere e John Hogg ai cori.
Unica nota stonata: l’assenza della storica sezione ritmica che ha contribuito a definire il sound degli Who nei decenni, ovvero Pino Palladino (al basso) e Zak Starkey (alla batteria), entrambi naturali eredi rispettivamente di John Entwistle e Keith Moon. Al loro posto, Jon Button e Scott Devours: bravi, ma hanno svolto il compitino.
La sensazione è che Roger e Pete abbiano voluto mantenere il controllo totale dello show, evitando il rischio di venire parzialmente oscurati da musicisti di forte personalità.
Il concerto scorre rapido, trascinato da una scaletta che ripropone le hit della band. Gli album più rappresentati sono Who’s Next, il loro capolavoro, e Quadrophenia, a cui si aggiungono classici tratti da Tommy, come See Me, Feel Me e Pinball Wizard.
In aggiunta ai brani già citati, capolavori come Love Reign O’er Me, Who Are You, 5:15, Bargain, Behind Blue Eyes, Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again costituiscono una parte importante della colonna sonora della musica rock degli anni Settanta.
È stata una giornata di addii e, allo stesso tempo, di festa. Quello di Osbourne non faceva parte del programma della serata. Ozzy, però, è riuscito a fare un ultimo grande regalo al suo pubblico e a sé stesso, con un grande ultimo concerto appena due settimane prima.

E quello degli Who è sembrato il naturale epilogo di un lungo, glorioso percorso artistico. Daltrey, reduce da un’operazione riuscita alle corde vocali, ha affrontato il concerto con mestiere e intelligenza, sfruttando al meglio ciò che la sua voce può ancora offrire.
Il risultato? Uno show godibile, anche grazie alla qualità della scaletta.
Il concerto è stata l’occasione per un ultimo saluto da parte di chi li aveva già visti più volte, ma anche per molti giovani presenti, che hanno potuto ascoltare dal vivo ciò che già è storia.
Il gruppo saluta l’Italia con The Song Is Over, canzone emblematica che si apre con le parole: “La canzone è finita, è tutto alle mie spalle…”. È il momento perfetto per dire grazie: grazie Who, non vi vedremo più dal vivo, ma la vostra musica vi ha già resi immortali.
Si spengono le luci. Il pubblico comincia a defluire, dagli amplificatori risuona Here Comes the Sun, nella versione tratta da Love dei Beatles. Nonostante gli addii, il sole arriva. E, in fondo, è sempre con noi.
Cover photo: Max Murgia