Anatole Korda, detto Zsa Zsa, magnate esperto di Borsa internazionale col vizio della truffa, si lancia nell’impresa titanica di voler costruire una città nella immaginaria terra desertica soprannominata Grande Fenicia a Oriente, dove non mancheranno ferrovie, una grande diga e centrali elettriche ma è tutto ancora sulla carta. I potenti del mondo si mettono in mezzo sabotandone il piano attraverso ripetuti e buffi attentati dinamitardi.
Fedele allo stile inconfondibile, Wes Anderson ci regala la sua fiaba 2025 in pellicola all’insegna del citazionismo più sfrenato. Per l’occasione, Benicio del Toro viene promosso a protagonista (un grande, sia in stazza, sia in presenza scenica) accompagnato dalla giovane partner in crime Mia Threapleton, figlia di Kate Winslet, entrata nello star system hollywoodiano a gamba tesa dalla porta principale.
La sublime estetica al quale ci ha abituati il regista si conferma in un trionfo di geometria neoclassica dove ciascun oggetto è posto in uno schematico e rigoroso arredamento conprecisa funzione simbolica: statue di marmo, una miriade di quadri famosi, busti di filosofi greci, libri di botanica e storia rinascimentale, pavimenti a scacchiera, teschi immacolati ed il puntuale cameo di super attori tra cui riconosciamo Charlotte Gainsbourg, Scarlett Johansson e tanti altri, incastrati nella trama come figurine di un gioco da tavolo vintage.
Una mistica iconografia religiosa prende il sopravvento durante le scene oniriche in bilico tra la vita e la morte che per alcuni attimi trasportano Korda direttamente al cospetto di Dio (Bill Murray) con tanto di barba bianca posticcia ed una schiera di giudici tra le nuvole pronti a valutarlo nell’ultimo giudizio. Qui il simbolismo giudaico raggiunge l’apice per mezzo di vesti tradizionali, un cervo trafitto dalle frecce (il Cristo) trasportato sulle spalle di Anatole, agnellini pentecostali, piramidi in svariate dimensioni ed un aggettivo che ricorre ripetutamente nei dialoghi dei protagonisti: biblico. Che sia un omaggio al maestro dell’Allegoria di origini armene Sergej Paradzanov, il quale nel 1969 farà scuola ad una moltitudine di artisti col suo capolavoro Il colore del melograno, un manifesto del tableau vivant.
Benicio del Toro ha talmente tanto carisma da non aver bisogno di particolari esibizionismi attoriali considerando il fatto che Anderson sacrifica gli interpreti alla quasi totale assenza di espressioni facciali che esprimano le più diverse emozioni, insieme a movimenti del corpo molto limitati, quasi robotici. Insomma, ci si sposa, si adottano figli, si rischia di morire, si resuscita in completa mancanza di gioia o sofferenza. A pensarci bene, nessuno ride mai. L’unica debolezza che sembra tradire questa rigidità umana è un gran fumare da parte di tutti; Hollywood ha quindi definitivamente abbandonato il ferreo proibizionismo sul tabacco del primo ventennio dei duemila nonostante l’atmosfera maccartista anni 50 che arieggia nel film, anzi sembra piuttosto promuoverne il consumo.
La favola Andersoniana dell’impresa dell’uomo si traduce nell’eterna lotta manichea tra Bene e Male, lo notiamo dalle dominanti scenografie in bianco e nero e l’incontro con l’antagonista, il Doppelganger cattivo: il fratellastro zio Nubar, interpretato dall’insuperabile Benedict Cumberbatch, che offre una performance letteralmente da brividi (è scandaloso che ancora non abbiano consegnato un paio di Oscar all’attore inglese).
La connotazione pulp a tratti fastidiosa e truculenta si sviluppa fino all’epilogo: Zsa Zsa Korda viene preso a botte, si fa male, cade, si dissangua, muore e resuscita in continuazione e ce lo conferma lui stesso: io non muoio mai! – Non è allora la rappresentazione del Cristo che risorge dopo le ripetute lotte col Maligno, l’Angelo caduto? In una scena, proprio dietro Korda, compare il Genio del Male, la famosa statua in marmo bianco raffigurante Lucifero, caratterizzato da enormi ali di pipistrello e la catena alla caviglia. In più, uno come lo zio Nubar, con lo sguardo diabolico da far spavento, che si dissolve dietro una nuvola di fumo viola, chi mai può essere?
La storia patisce momenti di noia e stagnazione ma si riprende nel finale scoppiettante: conviene abbandonare mire espansionistiche nocive sotto ogni punto di vista, in favore di una vita molto più modesta e pacifica. In questa commedia noir, dedicata al suocero del regista (a sua volta noto uomo d’affari), c’è la volontà di raccontare qualcosa di profondo, tanto è vero che Anderson lascia un messaggio profetico e potentissimo, pronunciato dallo stesso Nubar, su cui dovremmo riflettere:
“Quella su cui vuoi costruire è una terra soggetta ad ogni tipo di guerra”.
Al lettore le proprio conclusioni.