Da Papa Leone XIV ci si aspetta più sobrietà nella comunicazione, con uscite meno appariscenti rispetto al suo predecessore, ma più incisive ed autorevoli.
Habemus papam, come ha pronunciato la sera dell’8 maggio, affacciandosi dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro, il cardinale proto-diacono.
Pochi si aspettavano l’elezione di Robert Francis Prevost, e ancora meno si pensava alla scelta di un nome tradizionale come quello di Leone. All’Italia non ha giovato presentarsi con quattro candidati plausibili: in primis Parolin seguito da Zuppi e Pizzaballa, ai quali qualcuno aggiungeva anche Betori. Le notizie che sono trapelate dopo il conclave, pur nella segretezza del consesso, hanno confermato la buona partenza di Parolin, destinatario di un buon “pacchetto” di voti all’esito delle prime due votazioni, ma già in calo alla terza. Il navigato cardinale veneto, intuendo l’ostilità alla sua elezione da parte di un certo numero di confratelli, avrebbe fatto confluire i suoi voti verso Prevost, allo scopo di dare un segnale di “comunione e di celerità”. Riteniamo che, probabilmente, tale scelta sia stata condizionata anche dal timore di incorrere in più spiacevoli sorprese, come l’elezione di un papa apertamente anti-curiale. Prevost, invece, avrebbe assicurato una certa linea di continuità, mediando tra le esigenze curiali, considerata la recente nomina a Prefetto del dicastero dei vescovi, e le spinte progressiste del sud del mondo, alla luce della sua lunga esperienza in campo internazionale e missionario. Francis Prevost, nel corso delle congregazioni generali, aveva già ottenuto l’appoggio dei cardinali americani e di quelli asiatici, che lo avevano preferito al favorito alto prelato filippino Tagle, ai quali, con ogni ragionevole probabilità, si erano aggiunti anche gli elettori africani. Nell’elezione del nuovo papa, ha senza dubbio giocato un ruolo determinante il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, considerato quasi il primate della Chiesa statunitense. Il contributo di Dolan era stato già risolutivo nel 2013 nell’elezione di Bergoglio, al quale negli ultimi anni non aveva fatto mancare gli ingenti sostentamenti economici dei Cattolici americani, pur manifestando, in alcune occasioni, una certa delusione ed insofferenza nei riguardi del pontefice argentino.
In sintesi intorno al nome di Prevost, si sono uniti tutti i cardinali americani, trumpiani ed antitrumpiani, con il progressivo coinvolgimento dell’intero mondo ecclesiale anglofono dei quattro continenti. Possiamo dire, senza alcun intento ironico o blasfemo nei confronti delle verità di fede, che lo Spirito Santo, adattandosi ai tempi, mettendo da parte il latino, il greco antico e l’italiano, abbia cominciato a circolare più fluidamente nella lingua inglese. Del resto a Parolin, il grande sconfitto, qualche cardinale troppo “occidentalista” rimproverava lo storico accordo siglato con la Cina. Alla fine è stato un conclave breve, non come quello di Giulio II, eletto in sole dieci ore, ma quelli erano altri tempi, in cui il pontefice veniva scelto tra le nobili famiglie italiane, o al massimo europee. L’elezione di Francis Prevost, comunque, ha rappresentato una svolta storica: per decenni i collegi cardinalizi hanno sempre evitato di elevare al trono di Pietro un religioso proveniente da Paesi considerati superpotenze politiche, allo scopo di non alimentare sospetti che ci potessero essere forti pressioni esterne. Con l’elezione di Leone XIV questo tabù viene abbattuto ed il nuovo papa, in un contesto geopolitico precario e delicatissimo, dovrà dimostrare di essere supra partes, garantendo l’indipendenza della Chiesa.
Chi è Francis Prevost?
Ma a questo punto cerchiamo di capire, ovviamente in maniera sommaria, chi sia il nuovo papa, che ha già accumulato tanti primati: è il primo papa statunitense (seppure con l’ulteriore cittadinanza peruviana); è il primo papa dell’ordine agostiniano; è il primo papa ad “aver letto” il suo primo discorso urbi et orbi; è il primo papa, aspetto alquanto insolito, ad essere laureato in matematica. Robert Francis Prevost, infatti, classe 1955, all’età di ventidue anni si laurea in matematica alla Villanova University, in Pennsylvania, unica università cattolica agostiniana presente sul territorio degli Stati Uniti. Nel contempo studia anche filosofia, come nella migliore tradizione dei pensatori classici, che credevano nell’unità dello scibile del sapere umano e scevro dalle suddivisioni tassonomiche moderne, entrando nel settembre del 1977 nel Seminario minore dei Padri agostiniani. In questi ultimi giorni, quasi a legittimare maggiormente l’elezione alla più alta carica ecclesiastica, globalizzata e globalizzante, è stata più volte rimarcata la sua origine multiculturale, in quanto figlio di una coppia di immigrati europei (padre di origine italo/francese, come lo stesso cognome suggerisce, madre di origine spagnola), entrambi i genitori cattolici praticanti e con forti legami con i Paesi di provenienza.
Alla Theological Union di Chicago, Prevost consegue il diploma in teologia ed all’età di ventisette anni viene inviato a Roma per studiare diritto canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, raggiungendo il traguardo dell’ordinazione sacerdotale il 19 giugno del 1982. Prevost consegue la “licenza” nel 1984 e l’anno seguente viene mandato nella missione peruviana di Chulucanas per circa due anni. Nel 1987 discute la tesi dottorale, dal titolo “Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino” e subito dopo viene nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana “Madre del Buon Consiglio”di Olympia Fields, in Illinois. Come emerge da quanto detto, riesce ad ottenere un incarico “dirigenziale” a soli 32 anni e dopo aver sviluppato una sensibilità culturale sofisticata e multidisciplinare. Nel 1988 Prevost ritorna in Perù, presso la missione di Trujillo, dirigendo alcuni progetti di formazione che comprendono la giurisdizione di più vicariati. Per circa undici anni, dal 1988 al 1999, rimane in Perù con molteplici incarichi di docenza, direttivi, amministrativi, pastorali, tra cui spicca la cura di alcune parrocchie di territori poveri e disagiati. Nel 1999, Prevost è eletto priore provinciale della Provincia Agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Chicago, e poco più di due anni dopo, al Capitolo generale, i suoi confratelli lo scelgono come “priore generale”, la massima carica dell’ordine di appartenenza. Il prestigioso incarico gli viene confermato nel 2007 per un secondo mandato. Il 3 novembre 2014, Bergoglio lo nomina amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e, nello stesso tempo, anche vescovo di Sufar. Come è previsto dalla tradizione cattolica, Prevost sceglie il proprio motto episcopale: “in illo uno unum”, un brocardo latino che ha un profondo significato teologico e filosofico. Si tratta di una frase che Sant’Agostino da Ippona avrebbe pronunciato nel corso di un sermone, l’Esposizione sul salmo 127, che avrebbe il significato di spiegare che “sebbene i cristiani siano molti, nell’unico Cristo sono una cosa sola”. E’ un richiamo all’unità che, per il soglio pontificio raggiunto, tra divisioni interne della Chiesa e contrasti geopolitici sempre più insidiosi, si impone quale inequivocabile monito di speranza. Il cursus honorum di Prevost non si ferma: nel 2015 Francesco lo nomina vescovo di Chyclayo e nel 2018 secondo vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana. Dopo l’affidamento di altre cariche prestigiose in terra peruviana, il 30 gennaio 2023 Bergoglio lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, elevandolo al rango di arcivescovo. Nel Concistoro del 30 settembre dello stesso anno, Prevost è investito della porpora cardinalizia, abbinata alla diaconia di Santa Monica, forse non a caso dedicata alla madre del santo a cui aveva ispirato la propria vita spirituale. L’incarico di prefetto del Dicastero per i Vescovi gli consente di conoscere la maggior parte dei pastori, elemento non trascurabile per l’aumento di visibilità e di popolarità.
Molto si è speculato anche sulla scelta del nome da parte del nuovo papa, una consuetudine partita nell’alto Medio-Evo, forse con Mercurio che nel sesto secolo scelse di chiamarsi Giovanni II, poiché il suo nome rievocava chiaramente una divinità pagana. Leone, uno dei nomi più usati nella tradizione papale, forse rievoca un’immagine del Vaticano più antica e non troppo al passo con i tempi. Sarebbe stato banale, tuttavia, aspettarsi un Francesco II o un Giovanni Paolo III. Prevost, come nel 2005 Ratzinger, che aveva ripescato il nome di Benedetto, ugualmente molto caro alla tradizione, ha voluto dare un chiaro segnale della direzione del suo pontificato. Lo stesso Prevost ha richiamato l’operato del suo predecessore, Leone XIII, l’ultimo dell’Ottocento ed il primo del Novecento che, con l’enciclica “Rerum novarum”, sui problemi sociali e sui diritti dei lavoratori, ha gettato le fondamenta per la dottrina sociale della Chiesa, salomonicamente equidistante sia dal comunismo che dal capitalismo sfrenato. In un’ottica di immaginaria continuità con il primo papa del XX secolo, Prevost ha affermato che oggi la Chiesa è chiamata a “rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”. Ma all’acume di Prevost, dalla cultura così sofisticata e variegata, non sarà di certo sfuggito che Leone I è stato uno dei più grandi pontefici dell’antichità, ricordato, tra storia e leggenda, per aver fermato l’avanzata di Attila e per aver salvato quel che rimaneva delle antiche istituzioni durante la disintegrazione dell’impero romano d’Occidente. Leone I, detto Magno (grande), è inoltre passato alla storia per aver difeso l’unità della dottrina cristiana, combattendo gli eretici, soprattutto i Manichei e per aver rafforzato il concetto del primato del “vescovo di Roma”, in quel periodo per nulla scontato ed avversato soprattutto dai patriarcati orientali. Il nome “Leone”, però, non è stato sempre associato a momenti rosei della Chiesa di Roma: Leone IX, nell’undicesimo secolo, visse il traumatico Scisma con la Chiesa d’oriente e lottò inutilmente contro la simonia ed il concubinato dei preti; con Leone X, figlio di Lorenzo dè Medici, nel Cinquecento, Roma fiorì si artisticamente, ma brillò anche per corruzione e sfarzo ostentato, tanto da portare alla Riforma Protestante di Lutero (famosa è la frase del papa Medici: Dio ci ha dato il papato, godiamocelo); l’austero Leone XII del terzo decennio dell’Ottocento fu contrario a qualsiasi idea progressista, preoccupato soltanto di restaurare il prestigio dello Stato pontificio e di rafforzare l’autorità degli ecclesiastici.
Il primo discorso pronunciato da Leone XIV, il primo ad essere “letto” e che quindi ha presupposto una pur veloce preparazione, ha contenuto per ben dieci volte il termine “pace”, la pace in senso teologico del Cristo risorto e la pace in senso umano, sia a livello collettivo che individuale. Si potrebbe pensare che Prevost abbia declamato ciò che tutti si aspettassero di ascoltare e soprattutto che la promessa di pace suonasse come un messaggio di speranza in un mondo così diviso e dilaniato dalle guerre. Che Leone XIV possa essere un autorevole mediatore di pace, è quello che tutti ci auguriamo, al di là di ogni fede religiosa ed affiliazione politica. I ringraziamenti ed i riferimenti al predecessore Francesco, che ha portato Prevost sui gradini più alti della gerarchia ecclesiale, oltre ad un dovere di gratitudine e di garbo istituzionale, possono essere letti come una sorta di rassicurazione di proseguire nell’attività pastorale e di riforma della Chiesa intrapresa da Bergoglio, sia davanti al collegio cardinalizio, fautore della sua elezione, sia davanti alla vasta platea mondiale. Ma Leone XIV, rispetto al predecessore, assicurerà un “rinnovamento nella continuità” oppure una “continuità nel rinnovamento”? E poi bisogna chiedersi se davvero l’opera di Bergoglio sia stata così innovativa, come prospettata all’indomani del cordoglio della scomparsa. Apprezzabile è stata la sua apertura verso i più deboli ed i più poveri, così come l’eliminazione, almeno in apparenza, di tanti privilegi dell’antica tradizione ecclesiale. Encomiabili, ma obbligate, sono state le decise innovazioni normative per assicurare alla giustizia vaticana ed ordinaria i prelati che si erano macchiati di gravi reati, in particolare connessi allo spregevole ambito della pedofilia. A onor del vero è anche giusto ricordare che un buon numero di questi casi si è perso fra le maglie dei cavilli del diritto canonico e non vi sono state adeguate conseguenze sanzionatorie. Nel campo della morale tradizionale, poi, nonostante alcune aperture come le benedizioni alle coppie gay, o la possibilità di dare l’eucaristia ai divorziati, veri e propri cambiamenti non ci sono stati, apparendo le affermazioni di Bergoglio molto spesso ondivaghe ed, in alcuni casi, perfino contraddittorie. E’ notorio come alcune sue posizioni abbiano scontentato non solo i conservatori, ma anche i progressisti. La famosa frase di Bergoglio, a proposito della benedizione alle coppie gay: “si può benedire le persone e non l’atto” ha rappresentato un capolavoro di incertezza interpretativa. Quello della morale sessuale sarà un nodo che Leone XIV dovrà sciogliere: una marcia indietro rischierebbe di allontanare ancora di più i fedeli dai luoghi di culto, ormai pressochè del tutto svuotati. La sua formazione teologica e pastorale, che gli ha procurato anche il sostegno dei conservatori del collegio cardinalizio, sembrerebbe orientata verso un’affermazione rigorosa dei principi dell’ortodossia cattolica, seppure temperata da una forma di “pia comprensione”. Apparirebbe, inoltre, abbastanza scontata un’inversione di tendenza rispetto al “fideismo verde”, mostrato da Francesco che acclamò Greta Thunberg quasi come una novella Giovanna d’Arco, al contrario Prevost dovrebbe mantenere fermi i valori non negoziabili, per la dottrina cristiana tradizionale, come l’aborto, l’utero in affitto e l’eutanasia. Leone XIV dovrà affrontare anche l’allarme finanziario per i conti in rosso del Vaticano, che preoccupa tanto i conservatori quanto i progressisti, con le donazioni che ormai risultano in “profondo rosso”. I fedeli di ogni ceto sociale non hanno apprezzato alcune scelte, a dir poco ardite, come quelle di utilizzare le offerte per finanziare alcune organizzazioni governative, oppure per pagare le bollette insolute dei centri sociali della città eterna. Si pensi che l’obolo di San Pietro, nel 2024, ha fatto registrare 52 milioni di euro in entrata e 103 milioni in uscita, mentre il fondo pensioni del Vaticano vanta una voragine pari a circa 750 milioni di euro. Il nuovo papa sarà chiamato, quindi, ad una più oculata spending review, attraverso strategie finanziarie più mirate ed efficaci, completando la necessaria rivisitazione delle strutture portanti dello IOR, la Banca Vaticana, nell’occhio del ciclone degli scandali fin dagli anni Settanta. In tale contesto, non bisogna dimenticare che la comunità ecclesiale più ricca è proprio quella statunitense: il già citato arcivescovo di New York, Timothy Dolan, trumpiano convinto, è al primo posto per quanto riguarda la mole della raccolta di fondi. Sarà importante anche la posizione di guida nei rapporti con l’Islam: molti elettori del collegio cardinalizio hanno lanciato il grido d’allarme per i troppi martiri cristiani in Paesi fondamentalisti come la Nigeria. Se da un lato si dovrà continuare nel dialogo inter-religioso, dall’altro si dovranno cercare posizioni di reciprocità e di rispetto, che promuovano la centralità dei valori della dottrina cristiana.
Da Prevost ci si aspetta più sobrietà nella comunicazione, con uscite meno appariscenti rispetto al suo predecessore, ma più incisive, coerenti ed autorevoli. In un mondo così attraversato da gravi tensioni geopolitiche, fondamentale sarà il suo compito di mediazione, come guida della Chiesa Cattolica, ma soprattutto come capo carismatico spirituale e religioso, distante da ogni potere temporale e lontano dallo spettro di qualsivoglia pressione politica.