Dopo il loro concerto a iMorticelli, uno spazio culturale di Salerno, abbiamo incontrato Simone (Morabito), il cantante e frontman dei Riva e ci siamo fatti una chiacchierata sulla loro storia e il loro secondo album, in attesa delle altre date che continueranno fino a fine luglio. Il trio napoletano ci svela i segreti dietro la realizzazione del loro lavoro Pensiero stupendo universale.
Come sono nati i Riva e da dove viene questo nome?
Nel 2017 ho conosciuto Flavio (Ciotola), mentre conosco Stefano (Bruno) sin da quando eravamo bambini, abitavamo nella stessa strada. Tutti e tre eravamo usciti da poco dai nostri precedenti progetti e pian piano abbiamo iniziato a dare vita a questo trio. Nonostante la mia casa discografica mi avesse consigliato di continuare da solista, io volevo una band. Mi piace la band e volevo un produttore. Dopo 10 anni di band, non cercavo una dimensione singola, mi piace il confronto. La mia ambizione non è diventare famoso, ma è proporre delle cose, se arrivano cose grosse ok.
Il nome Riva viene da Gigi Riva. Ho tante passioni, leggo e scrivo saggi ma anche cose più basse, diciamo, e tra queste c’è il calcio. Amo il calcio per il suo gioco di squadra e per il senso di appartenenza, ma soprattutto per il suo contatto fisico. Il nome del grande calciatore del Cagliari non è un caso, ma è una manifestazione di intenti e rappresenta la fedeltà ai propri valori. Nonostante abbia avuto occasioni di giocare in grandi squadre, Riva ha scelto di restare al Cagliari per tutta la sua carriera, come una bandiera (che oggi si faticano a trovare).
Questo è il vostro secondo album, il primo risale al 2021 in concomitanza con l’esperienza ad XFactor, dove siete arrivati agli Home Visit. Mi racconti come è andata questa esperienza? Ci riproverete?
No, oramai siamo vecchi, la nostra occasione è andata. L’esperienza a XFactor arriva la prima volta nel 2017, eravamo da poco insieme, dopo la realizzazione del video di Ossa. Questa canzone è uno spartiacque per la mia vita, ero in crisi e una sera stavo male e mi sono incontrato con Giovanni (Feliciello). Mi fa leggere una cosa che aveva scritto e da lì nasce Ossa. Giriamo il video a Berlino, in modo molto amatoriale con Nicolas Mottola, un creativo che mi ha aiutato più di qualsiasi altra persona a capire questo mondo. Poi arriva la telefonata da XFactor, avevano notato le visualizzazioni su Spotify. Per me era troppo presto, non volevo farlo. Non era il momento, cantavo da pochissimo e avevamo solo due pezzi come repertorio, cosa avremmo cantato? Poi eravamo super concentrati e non aveva senso perdere la bussola perché lì è un tritacarne e finisci per perderti. Gli altri membri dei Riva però erano più entusiasti, dicevano o andiamo adesso o non andiamo più. Io però rimasi della mia idea, nonostante Fabrizio Ferraguzzo volle ascoltare a tutti i costi il nostro singolo. Dopo tre anni, dopo che era uscito il primo album, ci richiamano e superiamo le audition e da lì siamo arrivati fino agli Home Visit. Una volta arrivati lì ci speri, volevo andare ai Live.
L’esperienza a XFactor vi ha cambiati? O vi ha dato una spinta in più per restare fedeli a quel concetto di Gigi Riva?
È stata sicuramente un’esperienza importante che ti rende credibile. Quando ho visto la prima volta lo spot degli Home Visit in tv non potevo crederci. La prima cosa da fare in un progetto artistico è crederci ed essere credibile prima di tutto a te stesso, altrimenti gli altri non lo faranno mai. Ad esempio, quando vado a lavoro mi devo spersonalizzare, sono due persone diverse. Non metto la stessa maglia per suonare e per lavorare. Ho bisogno di scindere le due cose: quando mi metto davanti al pianoforte non mi sento a mio agio se la mattina sono andato a lavoro. L’idea di te è fondamentale sennò non sei credibile.
A dicembre avete aperto i 24grana, un’istituzione per ogni cantante o gruppo napoletano. Voi però non avete mai cantato in napoletano, lo farete in futuro?
Nel prossimo album ci sarà un pezzo in napoletano. Con un sound alla Gnut. Senza snaturarsi.
Quali sono i vostri riferimenti musicali e chi vi ha dato tanto finora nel mondo della musica?
Antonio Principe (Principe e Socio M) mi ha insegnato molto, soprattutto l’ideologia della musica. I miei riferimenti sono Cosmo e Riccardo Sinigallia, mentre all’estero Mogwai, Sigur Ros, Cat Stevens.
L’anno scorso è uscito il vostro secondo album Pensiero stupendo universale. Quasi un concept album che concentra tematiche molto complessi in 8 brani e 26minuti. Non è semplice scrivere in modo così conciso e trasmettere così tanto.
Questo disco è il primo passo perché è il primo dove abbiamo pensato a dire delle cose. È un album pieno di intimità e quando si lavora a qualcosa di intimo c’è bisogno di più tempo. Questo è un concetto a cui tengo tanto, l’intimità. Mi intristisce ora vedere che un po’ si è perso, soprattutto tra i giovani; tutti presi sugli smartphone e sui social, ma in sostanza non c’è niente tra loro. Io una persona la devo vedere, mi deve trasmettere qualcosa dal vivo, la devo sentire, annusare anche.
Nelle canzoni del nuovo album c’è molta introspezione e riflessioni su sé stessi, alla ricerca di chi si è davvero. La frase che conclude Eden, rinasco suono sembra alludere ad una rinascita attraverso la musica, è così?
Assolutamente sì. Ero in crisi e non è facile uscirne ma la musica mi ha dato la spinta. Io voglio suonare, è un’urgenza la mia. Immagino questo disco come una persona che sta all’interno di un cerchio da cui cerca di uscire. In Crimea è un soldato, in Eden una persona qualunque. Questo album è frutto di tutto quello che hai vissuto. Il cerchio può essere visto come una gabbia o una zona di confort. Il buco nell’ozono è un filtro, una via, è una finestra di comunicazione sul mondo. La luce che entra è il futuro. Da quello spiraglio guardo ancora fuori ed esisto ancora. Quando si esce da una relazione importante c’è il dolore, il senso di colpa poi ne esci perché ne devi uscire. L’amore è sempre la miccia.
Come è nato questo album? Qual è il singolo a cui siete più affezionati?
Questo è un disco scritto a sei mani e so esattamente che le cose che abbiamo scritto hanno un peso per tutti e tre, anche se sono cose diverse. Abbiamo trovato un segreto: pensare come se intorno a noi non esistesse più niente. Questo ci permetteva di essere più sinceri, per non metterci tabù.
Il pezzo a cui più su cui sono affezionato è Persi per sempre che ho scritto nel mio momento peggiore. “Quello che è stato è stato e ci rimane attaccato” è una frase emblematica ed è il più personale. Crimea invece è quello che piace d più alla band.
Cos’è un pensiero stupendo universale? Una sorta di centro di gravità permanente?
Esatto, la citazione è giusta. Parte da lì. Cosa cerchi? Cerco dio? Non lo so, cerco un pensiero che mi allontani dall’idea della morte. Se mi annoio penso alla morte. Voglio pensare a qualcosa. Una filosofia di vita che mi faccia allontanare da queste cose. Poi è meglio non guardare il cielo sennò è finita, guardare il cielo è ammettere la tua pochezza in questo universo.