La storia ed evoluzione del conclave che eleggerà il nuovo Papa e la profezia del Petrus Romanus: tutto quel che dovete sapere oggi.
La recente scomparsa di papa Francesco, al secolo Josè Mario Bergoglio, ha riacceso l’interesse collettivo per i rituali tradizionali della Chiesa Cattolica, in particolare per il conclave di cui parleremo diffusamente in seguito. Le scene del funerale hanno fatto il giro del mondo, in special modo l’incontro fra i “Grandi della Terra”, come l’improvvisata seduta bilaterale tra Trump e Zelensky che, frettolosamente apparecchiata nel centro di culto più importante del mondo, ha assunto un’alta valenza simbolica spirituale, religiosa e socio-politica.
Cos’è il Petrus Romanus:
Il sostantivo “Petrus” accompagnato dall’aggettivo “Romanus” rievoca la mitica profezia attribuita a Malachia, che ha poi spianato la strada ad una vasta quanto ingenua letteratura fantasiosa e bizzarra, in alcuni casi ostentata perfino con la pretesa di riportare dati veritieri.
Innanzitutto è necessario fare chiarezza sulle origini dello scritto, denominato soltanto con generosità postuma “Profezia di Malachia”, molto spesso citato senza alcuna cognizione di causa ed al riparo d qualsivoglia riferimento storiografico. Il documento noto come “Prophetia Sancti Malachiae Archiepiscopi de Summis Ponticifibus” è in realtà costituito da una serie di 111 motti in lingua latina, enigmatici ed estremamente generici, riguardanti alcune presunte qualità che avrebbero caratterizzato ciascun papa a capo della Chiesa Cattolica a partire da Celestino II, eletto nel 1143, fino alla fine dei tempi. La misteriosa ed apocrifa profezia, che si attribuisce ad un certo San Malachia di Armagh, amico di San Benedetto da Chiaravalle, fu pubblicata nel 1595 dal monaco benedettino Arnold de Wyon, nell’ambito di una narrazione storica della Chiesa fantastica, avveniristica ed apocalittica, dal titolo significativo di “Lignum vitae”. L’elenco dei papi contenuto in tale scritto si concluderebbe con il motto “de gloriae olivae”, coincidente, secondo gli interpreti, con Benedetto XVI, non a caso considerato dagli alti prelati ultraconservatori l’ultimo pontefice legittimo. Di seguito si legge una sibillina, oscura e terribile predizione: “durante l’ultima persecuzione della santa romana Chiesa, siederà Pietro il Romano, che farà pascolare le sue pecore fra molte tribolazioni. Passate queste, la città dei sette colli sarà distrutta ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine”. (testo originale in latino medievale: “in persecuzione S.R.E. sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus: quibus transactis civitas septicollis deiruetur, et iudex tremendus iudicabit popolum suum. Finis).
Per alcuni esegeti, abbastanza arditi per la verità, l’intenzione dell’autore non sarebbe rivolta alla fine del mondo propriamente detta, ma ad una sorta di fine della “Chiesa”, ovvero ad un cambiamento così radicale e, nello stesso tempo foriero di inquietudine, se rapportato all’ortodossia tradizionale, al punto che il successore di Pietro, non sarebbe più definito “papa”, con l’implicito significato ecumenico ed universale che ne consegue, , ma soltanto “Petrus Romanus”, sottolineando il particolare legame con la città eterna. Di fatto la serie dei pontefici si interrompe al numero 111, proprio in coincidenza con il tanto discusso ministero di Benedetto XVI, protagonista di un evento senza precedenti, con l’eccezione di Celestino V (il papa del gran rifiuto) e di pochi altri, ma che ebbero valenza più di carattere politico che dottrinario.
A questo punto ci si può abbandonare alle speculazioni più fantasiosamente disparate. Si potrebbe attribuire l’appellativo di “Petrus Romanus” a Josè Mario Bergoglio, che scelse il nome di Francesco, peraltro non presente nella tradizione papale? E perché in certi ambienti potrebbe trovare terreno fertile questa inedita interpretazione? Questa non è sicuramente la sede per discutere delle accuse mosse a Francesco di abbracciare idee eretiche, proprio da una parte conservatrice della Chiesa Apostolica Romana (cfr. Luigi Angelino, I miti: luci e ombre, Editore Cavinato International, 2018). Proviamo soltanto a scattare una “fotografia” in retrospettiva. Prima di tutto, bisogna considerare una curiosa coincidenza: Bergoglio, fin dalla sera della sua elezione, ha voluto ripetutamente presentarsi come “Vescovo di Roma”. Questa strategia è stata comunque valutata come intelligente volontà di migliorare, ancora di più, i rapporti con la Chiesa Ortodossa Orientale, costituita da patriarcati dalla potestà paritetica e che non riconosce il primato di Pietro e dei suoi successori. In quest’ottica, Francesco avrebbe voluto dare di sé l’immagine più “terrena” di “primus inter pares”. E nemmeno deve essere trascurata la sconvolgente ed originale coesistenza di due papi: Benedetto XVI, pur con l’affrettato aggettivo predicativo di “emerito”, è rimasto fino alla sua morte comunque papa. In epoca medievale vi era stata la compresenza di papi ed antipapi, dei quali ancora oggi la storiografia contemporanea fatica a ricostruirne l’appartenenza a determinate fazioni. Lo scenario era però del tutto diverso, in quanto i pontefici si scontravano come antagonisti in un contesto storico caratterizzato dalla lotta alle investiture e dall’incombente ingerenza imperiale. A queste considerazioni si aggiunge l’evidenza dei fatti balzata agli occhi di tutti, di come cioè la Chiesa, in questi ultimi anni, abbia vissuto un periodo davvero connotato da gravi “tribolazioni”, che ne hanno messo in discussione la stessa credibilità istituzionale. Tra i grandi problemi della Chiesa, davanti all’opinione pubblica hanno sfilato mostri come gli scandali economici relativi allo IOR (la banca vaticana), a partire dagli anni 70 del secolo scorso, gli scandali sessuali in particolar modo legati alle pedofilia, nonché un aumento esponenziale delle persecuzioni soprattutto nei Paesi dove imperversa il fondamentalismo islamico. A tutto ciò, si deve unire l’eccessiva apertura “ecumenica” della Chiesa Cattolica che, quasi a compensare le magagne interne, riesce a stento a difendere la propria ortodossia dottrinaria, molto spesso non trovandosi in condizioni di reciprocità con altre religioni.
Riguardo a Benedetto XVI, l’espressione “de gloria olivae” potrebbe riferirsi all’olivo, simbolo dell’ordine dei benedettini, con riferimento alla scelta del nome pontificale da parte di Ratzinger. Se passiamo in rassegna rapidamente i papi del ventesimo secolo, si notano grandi coincidenze, magari intuite soltanto con il cosiddetto “senno di poi”. A Benedetto XV, papa dal 1914 al 1922, si attribuisce il motto di “religio depopulata” (in effetti fu il periodo del massacro della prima guerra mondiale e della rivoluzione comunista in Russia); al suo successore, Pio XI, si riconosce l’espressione “fides intrepida” (si allude alla sua opposizione al comunismo, al nazismo ed all’antisemitismo); a Pio XII, accusato da molti di non essersi opposto al nazismo con la necessaria autorevolezza, si lega la frase “pastor angelicus”, per la verità molto generica e poco significativa; a Giovanni XXIII si attribuisce “pastore et nauta” (in realtà il suo pontificato fu caratterizzato da un’intensa attività pastorale, culminata nell’avvio del Concilio Vaticano II e, in più, era stato patriarca di Venezia, città marinara per eccellenza); seguendo la cronologia, a Paolo VI si dà la definizione di “flos florium”: nello stemma della famiglia Montini era appunto raffigurato il giglio, considerato nella mitologia greca e nella simbologia cristiana “il fiore dei fiori”; allo sfortunato Giovanni Paolo I, si accosta l’espressione “de medietate Lunae” (il suo pontificato durò appena 33 giorni, poco più di un ciclo lunare, per una morte rimasta tuttora uno dei grandi misteri irrisolti); ed, infine, a Giovanni Paolo II, si unisce “de labore solis”, definizione piuttosto sibillina, che alcuni tendono a ricollegare alla strenua lotta per combattere il Comunismo nell’Europa orientale, mentre altri sottolineano il legame tra il papa polacco e le apparizioni di Fatima caratterizzate, secondo le testimonianze dei pastorelli, dal cosiddetto “sole che danza in cielo”. Ed, a proposito del terzo segreto di Fatima, per il quale rimando ad un altro mio scritto, vi è un’importante considerazione da fare. La Chiesa Cattolica ha messo ufficialmente in relazione il terzo segreto di Fatima con l’attentato del 1981 compiuto dal turco Alì Agca contro Giovanni Paolo II. Ma il testo, trascritto da Lucia, l’ultima superstite del presunto miracolo avvenuto in terra portoghese, non ha convinto la maggior parte degli esegeti, in particolare abbastanza scettici sul fatto che si riferisse proprio al precitato evento del 1981. La parte principale del testo così recita: “Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salivano su una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi, come se fosse sughero con la corteccia; il santo padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città in rovina e, mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava sul suo cammino; giunto sulla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce , venne ucciso da un gruppo di soldati che lo trapassarono con vari colpi di arma da fuoco e con le frecce”. Si può facilmente notare come l’evento descritto da Lucia appaia profondamente diverso da quello accaduto a Giovanni Paolo II, mentre sembra avere molte più similitudini con la “distruzione della città” citata nella profezia attribuita pseudo-epigraficamente a Malachia. Non si può trascurare il fatto che il Vaticano è uno tra gli obiettivi in assoluto più sensibili per gli attacchi terroristici, specialmente per il fondamentalismo islamico, le cui minacce di issare la bandiera islamica sulla cupola di San Pietro sono state più volte ripetute.
Il Conclave
In questi giorni, acclamato e sepolto il papa defunto, non si fa altro che parlare del prossimo conclave: non per niente nel linguaggio comune è entrato il famoso detto “morto un papa, se ne fa un altro”. Gli scenari plausibili del futuro della Chiesa, tra candidati in linea con il pensiero di Francesco, conservatori, moderati ed oltranzisti in un verso o nell’altro, non sono così diversi dalla pellicola “Conclave” uscita lo scorso dicembre e sulla quale ci siamo già espressi.
Il termine “conclave” è di chiara derivazione latina (cum+clave, cioè sottochiave, chiuso), alludendo in maniera diretta ed inequivocabile alla segretezza che deve contraddistinguere l’intera durata del consesso. Ma il precitato termine ha una duplice funzione semantica: esso serve ad indicare sia la sala dove si riuniscono gli elettori del nuovo pontefice, che l’intera durata del complesso procedimento. Alle origini si richiama un vero e proprio evento storico che risale al 1270, quando i cittadini di Viterbo, ormai stufi per la lunga incertezza del collegio cardinalizio, chiusero a chiave i partecipanti in una grande sala del palazzo papale, scoperchiandone parte del tetto. Gli elettori furono così costretti a decidere in fretta e la scelta cadde su Tebaldo Visconti che prese il nome di Gregorio X. Alcuni storici, però, fanno risalire la procedura “cum clave” al 1118, quando fu eletto papa Gelasio II dai cardinali riuniti nel Monastero di San Sebastiano sul Palatino, un luogo segreto e non accessibile agli estranei. Si era in piena epoca di “lotta alle investiture”, nell’annoso braccio di ferro tra Chiesa ed Impero e si volevano evitare le pressanti interferenze politiche da parte delle autorità secolari, almeno nell’intento apparente.
Le procedure per arrivare all’elezione del pontefice si sono evolute nel corso dei secoli ed hanno subìto molteplici modifiche in varie direzioni, fino ad arrivare alla costituzione Universi Dominici Gregis, promulgata da Giovanni Paolo II, che ha disciplinato in consessi del 2005 e del 2013. La predetta costituzione è stata parzialmente modificata da Ratzinger prima e da Bergoglio poi. E’ compito del cardinale decano procedere alla convocazione dei cardinali elettori presso Città del Vaticano, verificando che tutti siano presenti, a meno che non vi siano giustificate cause d’impedimento. Fino al 1978 agli elettori venivano riservati alloggi nei dormitori del Palazzo Apostolico, molto spesso angusti e poco confortevoli. Per ovviare a queste problematiche, dal 2005 ai cardinali elettori, provenienti da ogni parte del mondo, vengono assegnate idonee sistemazioni presso la Domus Sanctae Marthae, una struttura che era stata edificata nel decennio precedente proprio allo scopo di ospitare gli illustri convenuti. La Domus già non sembra adeguata per accogliere i 133 cardinali attesi nei prossimi giorni nel centro della cristianità (dei 135 totali, 2 hanno già preannunciato la loro assenza per motivi di salute), mentre si stanno approntando ulteriori sistemazioni aggiuntive.
Il liturgico, solenne e patriarcale procedimento del conclave si apre con la celebrazione della messa “Pro eligendo Romano pontifice”, presieduta dall’onnipresente cardinale decano, che si svolgerà la mattina del giorno fissato per l’inizio del consesso. Nello stesso pomeriggio, i cardinali elettori, con i paramenti dell’ “abito corale”, partono in processione dalla Cappella Paolina per raggiungere la Cappella Sistina, intonando la litania dei santi ed il solenne inno “Veni Creator Spiritus”. I preparativi della mirabile Cappella Sistina, gioiello di Michelangelo, per ospitare il collegio cardinalizio, sono sempre convulsi e complicati. Si prevede obbligatoriamente l’istallazione di un pavimento di legno sopraelevato, così come è prevista l’ermetica chiusura di tutte le finestre e delle vie di accesso, nonché la capillare e ripetuta bonifica di qualsiasi forma di trasmissione visiva e sonora con l’esterno. Si tratta chiaramente di tutte misure che vogliono garantire la totale separazione degli elettori rispetto al mondo che si trova al di fuori di quel “sacro” luogo. Sul pavimento di legno sopraelevato vengono allestiti i banchi per la votazione ed oltre la cancellata marmorea del presbiterio si provvede a montare la tradizionale stufa, nella quale saranno bruciati, volta per volta, voti ed appunti degli elettori. La stufa, famosa nell’immaginario collettivo, dovrà produrre la consueta “fumata nera” per le votazioni che non avranno raggiunto il “quorum” richiesto e la definitiva “fumata bianca”, per comunicare al mondo intero l’elezione del nuovo pontefice (habemus papam). La procedura prevede poi la formula del giuramento che viene pronunciata dal cardinale decano, mentre ogni singolo elettore deve recarsi personalmente presso l’Evangelario per pronunciare l’ultima parte della formula : “Et ego Cardinalis….spondeo, voveo ac iuro” (ed io Cardinale…prometto, mi obbligo e giuro). Alla fine del giuramento, il maestro delle celebrazioni liturgiche pronuncia la frase “extra omnes” per indicare che tutti gli estranei devono uscire e che la Cappella Sistina deve essere chiusa ermeticamente a chiave. E’ necessario aggiungere che anche la minima violazione del segreto, su quanto avviene nel corso del procedimento, può costituire un gravissimo reato secondo le disposizioni del diritto canonico, punibile con la scomunica “latae sententiae”. I cardinali elettori devono tenere il massimo riserbo su tutte le informazioni riguardanti il conclave fino al giorno della loro morte. Non sempre, tuttavia, è stato così. Basta approfondire un po’ di storia ecclesiastica per capire come le notizie siano spesso trapelate in anticipo, anche se da fonti mai rivelate con certezza. Di una vicenda più o meno simile, ne offro una versione fantastica nel mio romanzo “Le tenebre dell’anima”.
Dopo la precitata riforma ad opera di Giovanni Paolo II, l’unica forma lecita per l’elezione del nuovo pontefice è quella “per scrutinium”, mentre in precedenza erano previste anche altre due forme, per la verità raramente applicate. Si trattava della nomina “per acclamationem seu inspirationem” (accordo unanime per ispirazione dello Spirito Santo) e di quella “per compromissum” (quando si affidava la scelta del papa ad un comitato ristretto formato da alcuni tra i più autorevoli cardinali elettori). Per raggiungere il “quorum” richiesto, affinchè l’elezione del nuovo pontefice sia canonicamente valida, un candidato dovrà ricevere un numero di voti pari o superiore ai due terzi del numero dei votanti. Spesso per arrivare alla famosa “fumata bianca” sono stati necessari numerosi scrutini. Al papa neo eletto il decano, oppure il vice-decano, rivolge la domanda di rito per cristallizzarne la relativa accettazione: “Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?” (accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?), aggiungendo in caso di risposta affermativa : “quo nomine vis vocari?” (con quale nome vuoi essere chiamato?). Dopo la proclamazione, il neo-eletto papa si ritira nella cosiddetta “stanza delle lacrime”, cioè nella sagrestia della stessa Cappella Sistina, che nella specifica circostanza prende questo nome con riferimento alla grande responsabilità che dovrà gravare sul nuovo pontefice, nonché alla straordinaria emozione per aver raggiunto la massima carica ecclesiastica. Indossato per la prima volta l’abito talare, il nuovo papa si reca ancora una volta nella Cappella Sistina per sedersi “in cattedra” e leggere un passo del Vangelo di Matteo, nel quale è scritto che Gesù promise a Pietro ed ai suoi successori il primato apostolico. E’ evidente, in questo atto rituale, l’intento di legittimare la funzione del papa come vicario di Cristo sulla terra. Al termine della lettura evangelica, i cardinali si avvicinano al nuovo pontefice in segno di ossequio e di obbedienza. Con l’intonazione del canto del Te deum, il conclave può considerarsi ufficialmente concluso. Il cardinale proto-diacono si affaccia alla loggia della basilica di San Pietro e, con la famosa frase “habemus papam”, soltanto prefigurata dalla “fumata bianca”, annuncia al mondo intero l’avvenuta elezione del nuovo pontefice. Quest’ultimo, a sua volta, accompagnato dalla “croce astile”, si mostra alla folla festante, pronunciando la ben nota benedizione “urbi et orbi”.
Sarà il conclave più affollato della storia, in considerazione della grande ridistribuzione operata da Francesco, che ha portato a 135 gli elettori, di cui due saranno assenti per motivi di salute. Il papa argentino ha voluto tenersi ben al di sopra del limite di 120 sancito da Paolo VI, ampliando il numero dei cardinali provenienti dai “Paesi in via di sviluppo”. Il conclave, a seguito della morte di Francesco, potrà iniziare a partire dal 5 maggio, al termine dei “novendalia”, ossia i nove giorni successivi al funerale che si è tenuto il 26 aprile. In realtà, più che per motivi religiosi, i nove giorni servono per ragioni organizzative ed allo scopo di consentire ai cardinali di conoscersi e di sondare il terreno sugli umori che porteranno alla nuova elezione. Molti elettori neanche si sono mai incontrati prima, provenendo dai quattro angoli del mondo, e conoscono i curricula dei colleghi soltanto de relato. La storia ci insegna che ci sono stati conclavi lunghissimi, come quello che portò sul soglio pontificio Gregorio X, durato anni, oppure molto brevi, come l’elezione di Giulio II, nell’arco di circa dieci ore. Anche se il conclave ufficialmente non è ancora iniziato, le manovre per l’elezione del nuovo pontefice sono già cominciate. Benchè si invochi l’aiuto dello spirito santo, ed in fatto di fede non ci permettiamo di disquisire, è ovvio che molto importante è l’impronta d’indirizzo politico che si vuole dare al futuro della Chiesa. L’ala conservatrice, ostile a Bergoglio, capeggiata dal cardinale tedesco Gerhard Ludwing Muller, si sta già facendo sentire, cercando di allargare i propri proseliti. Nel corso di una recente intervista, inequivocabili sono state le parole dell’alto prelato teutonico: “Il futuro papa non è un successore del suo predecessore, ma un successore di Pietro”, con ciò volendo rimarcare la non scontata continuità con la visione del papa argentino. Nella lista dei “papabili”, tra i più accreditati ci sono gli italiani e bergogliani (ma non troppo) , Parolin e Zuppi: il primo scelto come Segretario di Stato dal 2014, il secondo presidente della Comunità episcopale italiana. Altre voci parlano del patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, considerato un candidato giovane, non avendo ancora compiuto 60 anni. Anche quest’ultimo è ritenuto di matrice bergogliana, ma su posizioni più moderate rispetto ai due precitati colleghi. Ottime possibilità avrebbe anche il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, molto attivo sui social,chiamato anche il “Francesco d’Asia”, convocato dallo stesso Bergoglio a Roma per assumere l’ambizioso incarico di presiedere l’ufficio di evangelizzazione missionaria del Vaticano. Altri papabili risulterebbero l’ungherese Erdo, il tedesco Marx ed il francese Jean-Marc Aveline. Per i fautori della Chiesa universale, il candidato ideale potrebbe essere il congolese Fridolin Ambongo Besungu, bergogliano si sui temi sociali, ma non tanto su quelli sessuali e familiari, come l’omosessualità ed il divorzio. Come ipotesi residuale, di un’elezione di compromesso in attesa di migliori auspici, non si escludono gli ultraottantenni di prestigio come l’italiano Angelo Scola ed il canadese Marc Ouellet che, pur non figurando tra gli elettori a causa dell’età, rimangono pur legittimamente eleggibili.
Fa quasi sorridere: oltre ai sondaggi, agli oracoli ed alle profezie, ora sui social, per il futuro della Chiesa, si interrogano perfino i siti di intelligenza artificiale. Fra non molto, comunque, scopriremo il volto del nuovo Capo della Chiesa Cattolica che è anche l’ultimo monarca assoluto, a forma elettiva, di uno stato, Città del Vaticano, piccolo (quanto a superficie), grande (quanto a diplomazia), comprendendo in sé potere esecutivo, legislativo e giudiziario.