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Furèsta: La Niña canta la terra campana

Carola Moccia, in arte la Niña, ha pubblicato un album che è un’opera magna. La stessa autrice lo ha definito il suo lavoro più complesso, in cui c’è tutta sé stessa. Il lavoro di cesello che c’è dietro la realizzazione di questo album si sente: studiato nei minimi dettagli con molta intelligenza. Furèsta è un album pieno di cultura e storia, ma anche di sperimentazioni sonore e linguistiche.

L’artista napoletana ha voluto dimostrare che una cantante può esplorare le sonorità che fanno parte della sua identità e portarle alla gente, in chiave pop, come dimostra il fatto che Figlia d’ ‘a tempesta è stato preso come un inno di ribellione delle donne – non soltanto partenopee – contro i femminicidi e la violenza di genere. La Niña ha voluto riscoprire l’antichità della musica, senza dover rispondere a dinamiche distorte discografiche o di mercato. E anche se sta riscuotendo molto successo, per la grandezza che ha questo album potrebbe arrivare ancora più in là. (C’è chi si è spinto al Grammy, e non sarebbe folle pensarlo o auspicarlo).

Carola Moccia ha rispolverato le sonorità più ataviche della sua terra, la Campania – come ci tiene a precisare lei, non soltanto di Napoli, sarebbe riduttivo identificarle con la sola città – unendole magistralmente con l’elettronica. Radici, mare, lingua e suono: in Furèsta c’è la molteplicità del Sud, del Mediterraneo e della figura della donna, figlia di questa terra.

Sangue mediterraneo

LA NIÑA - GUAPPARÌA (Official Video)

La musica napoletana qui non ci arriva dalla tradizione neomelodica, dal folk blues o dal rap – il genere che oggi più di tutti ci parla di Napoli. Ma riemerge dalle profondità più antiche della musica popolare, sonorità ataviche corali che riportano molto indietro nel tempo. Sud e Africa sono più uniti che mai, in un’unica terra che si identifica con il Mediterraneo e ci fa riscoprire le nostre radici culturali comuni. Lo dimostrano anche le collaborazioni perfettamente incastrate nel progetto con KUKII, cantante e produttrice egiziano-iraniana, e Abdullah Miniawy, artista egiziano.

Le ritmiche tribali, l’uso di strumenti antichi e una coralità da tragedia greca ricordano le antiche festività dove sacro e magico si univano in danze e suoni estatici dei riti pagani, come la tammurriata. La reiterazione di alcuni suoni e la stratificazione delle voci ci trasportano in una dimensione spazio-tempo lontana, ma che è ancora ben radicata nella terra.

La passione, la rabbia, il furor della Niña raccontano storie popolari, vere, curde, veraci. Le percussioni e la potenza della voce di Carola Moccia, unita a quella di altre donne, esplodono in una rabbia viscerale. Come ogni storia popolare, tutte le sue canzoni contengono con forza una denuncia sociale, come Guapparia e Figlia d’ ‘a Tempesta. Non mancano però i brani dolci e poetici dove la musica si placa e la lingua napoletana, anche unita all’arabo (Sanghe), si muove come le onde del Mediterraneo. Tra le 11 tracce non c’è solo rabbia “radicale”, ci sono anche nostalgia e malinconia che evocano immagini lontane.

La Niña e la ribellione agli stereotipi

La Niña canta una terra, denuncia gli stigmi legati ad essa, grida alla libertà senza rinnegarla o denigrarla: Carola è una dea pagana che si tiene legata stretta alla sua terra facendola esplodere dalla sua voce in un feroce impeto di ribellione. Anche la lingua che utilizza attinge dalla antica lingua napoletana, non quella che siamo abituati a sentire oggi in canzoni o film. È una lingua piena di senso e significati profondi con cui si esprime tutta la forza popolare, dalle campagne più remote.

Furèsta è l’album di cui avevamo bisogno, per ritornare alle nostre origini, (ri)conoscere la nostra identità e amarla. Ci fa rivivere le tradizioni sonore e linguistiche che abbiamo senza macchiarle di stereotipi o stigmi sociali: storia e sangue, un grido di libertà e autodeterminazione della donna furesta, indomabile. Come la stessa Carola Moccia ha precisato: “Non è più il tempo del silenzio”. Un silenzio che con questo album corale ha squarciato con coraggio e arte.

Gabriella De Rosa

Gabriella De Rosa

Giornalista pubblicista, linguista appassionata di letteratura e musica. Amante della musica rock ma i suoi interessi spaziano dalla storia del blues alle ultime novità pop. La musica come la lingua cambia e ci mostra molteplici aspetti della nostra società. View Author posts