Daniele Mencarelli sa scoprire il rapporto che gli uomini intrecciano con il dolore, che oscuramente ne sovraordina azioni e comportamenti: La Casa Degli Sguardi è tratto dal suo ultimo romanzo.
Esce in questi giorninelle sale cinematografiche il film “La casa degli sguardi” tratto dal romanzo omonimo di uno dei più interessanti e vivaci scrittori italiani. La fucina di Mencarelli, a differenza di quella di Vulcano, crea meraviglie e libera Prometeo dalle catene. Lo scrittore si misura con la propria immaginazione estrapolando dall’esistenza dei personaggi alcuni giorni nei quali sembra consumarsi il senso della loro intera vita, mediante una scrittura efficace e chiara, fondata sulla cronaca nuda e cruda dei fatti. La sua abilità consiste nel mostrare la vita così com’è, da parte di un narratore onnisciente che, provvisto di un’intima consapevolezza, è pronto ad affrontare e a scarnificare la storia più fonda del dolore e a trarne le modalità di un’infinita dolcezza. Una dolcezza che, come un latte materno, nutre ogni parola, anche la più modesta e semplice. Il viaggio alla scoperta dell’inferno che si nasconde in ogni individuo raggiunge a fatica la salvezza, la rinascita, dove la realtà si svela in quella meravigliosa veste che indossa quando appare ignuda: la Verità, ma non c’è verità senza amore, senza dolcezza.
Nel soffermarsi sulle prime opere di Daniele Mencarelli, si è spinti alla libertà della lettura e dell’interpretazione, ad abbandonare spontaneamente lo stretto ambito laboratoriale critico-ermeneutico per espandersi e farsi animosa testimonianza di messaggi volti apticamente a toccare le più celate e imperscrutabili profondità.
Lo stesso Dio si riconcilia con la sua creazione, quando legge Mencarelli, e anche il lettore meno smaliziato, nella sua pur debole parca memoria, è sollecitato a cercare, nella propria esistenza, una sola settimana in cui, almeno per una volta, è stato unicamente se stesso: puro uomo.
È indubitabile, esistono creature provviste di una sensibilità diversa, più divorante e fremente, che non lascia scampo e sovrasta la persona, fino a renderla incomparabilmente diversa dalle altre, destinandola a una esistenza difficile, complessa, meno libera, perché (ir)responsabilmente tesa verso tutto e verso il rispetto di tutti. E se il caso è quello di uno scrittore, ebbene, c’è da aspettarsi libri profondamente acuti e vibratili, pagine in grado di suggerire una provvisoria riconciliazione con la vita, con la misera e sublime condizione dell’essere umano, con quella di tutti, i fetenti, gli assassini, i ricchi ipocriti, i falsi, i buoni e i cattivi. Non c’è dubbio, il caso è quello di Mencarelli, un autore le cui opere dovrebbero essere adottate negli istituti scolastici: La casa degli sguardi, Tutto chiede salvezza, Fame d’aria valgono per mille e mille ore di lezioni trascorse nelle aule scolastiche.
L’impianto romanzesco
Daniele Mencarelli appartiene alla specie migliore, a quelli che raccontano storie in grado di trovare un varco nel corpo, nella mente, nei labirinti dei personaggi, alla categoria di quelli che non vanno alla ricerca di trame coinvolgenti, ma (come Siti, Busi, Trevi) si affidano all’arte della psicologia, allo studio molto approfondito delle caratteristiche dell’uomo, e a una sociologia, a un’analisi del ruolo che quel personaggio occupa nella comunità degli uomini, e sopra tutto dei modi in cui i gruppi degli uomini, al di là dell’organizzazione sociale, esplicano i loro rapporti, tessono relazioni: che non sono solo rapporti di forza, di potere, di gerarchie. Rispetto agli altri, Mencarelli ha un elemento in più, possiede uno slancio che lo contraddistingue. Egli scopre il rapporto che gli uomini intrecciano con il dolore, che oscuramente ne sovraordina azioni e comportamenti. Come racconta lui il dolore, nessun altro. Il dolore visto non solo dall’esterno e dalle sue conseguenze evidenti. I personaggi annegano nel paradigma del dolore fino al collo. E sanno esplicarlo, non hanno vergogna di mostrarne le viscere, di renderlo presente, di esibire intime ferite, quotidiani morsi nella carne. Com’è, com’è fatto, come agisce, il Dolore. Come si rende, come si riporta tale condizione? Dietro ogni parola di Mencarelli c’è pathos ma c’è anche un’intelligenza profonda mediante cui cerca di svelare gli intrecci tra dolore e vita sociale e personale, e come il dolore riesca a creare e a modellare la società umana. Non c’è la fredda determinazione dello scrittore di creare un personaggio indimenticabile, di scrivere una storia memorabile. No, Mencarelli è innocente, ingenuo, dice il vero: nei primi romanzi ogni parola è una lacrima che spicca dagli occhi, ogni vocabolo è un grido di dolore appena contenuto, è il Dolore, lo strappo che rende l’uomo ancor più secreto a se stesso e ancor più umano, come se nascondimento e aletheia (verità, non nascondimento) fossero due cose distinte e però costitutive, che, senza l’uno, l’altro non sarebbe; ebbene, così come Mencarelli racconta, il lettore viene invitato a sondare il più profondo degli abissi, insieme con i personaggi, insieme con la storia, verso un pozzo senza fondo da cui forse alla fine si riemergerà nudi, ma veri, finalmente mistero e umanità fusi, sapranno ricostruire quel che c’è di essenziale nell’umana vita. Gran parte del meritoè da annettere all’uso sapiente dei dialoghi, sempre coerenti, volti a sbozzare i personaggi, a renderli autentici: essenziali, taglienti, sinceri.
Il primo Mencarelli: i suoi testi come una domanda rivolta al lettore, costretto a interrogarsi, a torturarsi: dopo la lettura di un suo romanzo o si rinasce o si è privati del barlume della luce. Perché alle sue domande bisogna rispondere e non si può voltare la faccia dall’altra parte: gli scritti rafforzano, incoraggiano, fanno ri-diventare uomini, sinceri, senza fronzoli, senza risposte ipocrite, senza codardia, senza viltà. Dopo la lettura si torna non reali, ma leali. Con se stessi, con il mondo. E se dall’altra parte c’è slealtà, non sarà abbastanza forte come la lealtà che si è acquistata.
Potrà sembrare eccessivo, ma i romanzi di Mencarelli sono tali, senza trucchi, drammaticamente autentici e veri, e all’autenticità non si può rispondere che con altrettanta veemenza. Perciò, se si è pavidi, ipocriti, Mencarelli non è affrontabile.
Brucia l’origine
E poi arriva il romanzo più recente, Brucia l’origine, in cui l’Autore è sempre più vicino a Walter Siti, non foss’altro per l’ambiente romano di periferia che non funge da fondale scenografico, bensì viene ad essere il vero protagonista della rappresentazione. Rispetto a Siti, però, accade qualcosa di diverso, che definirei mencarelliano, e cioè una sorpresa vertiginosa nell’esposizione che si percepisce in ogni rigo, in ogni frase: una dolcezza leggerissima, impercettibile, appena gemmata, che si intuisce, non si svela. Ed è nient’altro che la commozione profonda con cui l’autore avverte le figure che descrive, una commozione costante, continua, tenace che non si interrompe mai, perfino nei momenti più crudi del racconto. Una dolcezza sontuosa e pungente come una struggente, malinconica nostalgia, che restituisce ancor più nudi e umani i personaggi: ecco, torna il tema della verità intima che lo scrittore riesce a trattare con una fedeltà certosina. Si azzarderebbe nell’affermare che Mencarelli ami alla follia i suoi personaggi, ma si direbbe il vero. Mencarelli, come Jacopone da Todi, è il folle d’amore, è talmente innamorato dei suoi personaggi che rasenta il misticismo. Egli è lo scrittore più mistico della letteratura italiana dei nostri giorni (caratteristica che stavolta lo avvicina a Trevi, al Trevi di Il libro della gioia perpetua.).
Vale la pena raccontare la trama del libro? Il ritaglio dei pochi giorni mediante cui traspaiono in filigrana i destini di tante persone, con le quali il lettore finisce per fraternizzare? No, vale la pena leggere Brucia l’origine, per aiutare se stessi a interrogarsi sui propri timori, sulle proprie gioie. Ed è quello che la grande letteratura compie, da sempre, allenare all’empatia per riparare se stessi.

Cover image: An Zhaoyu, The Power of Youth — Looking to the Future, watercolor, 2024, part.