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Flow: raccontare col silenzio un mondo senza umanità

Un film senza dialoghi, la completa assenza del linguaggio umano: analizziamo Flow e il suo significato.

Come ha spiegato lo stesso regista, Gints Zilbalodis, Flow (Straume in lettone) è nato per un “flusso di fantasia”. Questo film d’animazione, in effetti, si mostra come un’espressione libera di immagini, e ogni dettaglio è immerso nel flusso che guida la narrazione. Se a livello tecnico il montaggio appare come una successione fluida di scene, anche la storia si sviluppa in un unicum spazio-temporale, in cui esemplari diversissimi di flora e fauna convivono nello stesso habitat e il tempo, senza qualcuno che lo misuri, è uno scorrere continuo di attimi.

Flow, ambientato in un’epoca post-apocalittica, comincia con un disastro naturale probabilmente già accaduto e destinato a ripresentarsi: la devastante alluvione che spaventa il nostro protagonista, un gatto solitario che dovrà imparare, insieme agli altri animali, ad adattarsi e affrontare continui pericoli. Tutti sulla stessa barca, letteralmente. Invece l’umanità, che ha continuato a costruire la Torre di Babele, è già stata spazzata via, vittima della propria arroganza.

Le continue sfide alla natura hanno visto l’uomo uscirne infine sconfitto; non ne resta che qualche traccia nelle sue creazioni ormai in rovina. Lampante è l’assenza di dialoghi, del linguaggio umano. Il fatto che gli animali non lo conoscano non è una mancanza, bensì una tacita dichiarazione di appartenenza; è un tocco di realismo con cui Flow vince la sua partita e si allontana (per fortuna!) dallo stile di colossi come Disney e Dreamworks, ormai stucchevole nella ripetitiva proposta di un universo totalmente antropomorfizzato.

Flow sembra dirci che in un mondo di sfruttamento ambientale, guerre e alienazione dei caratteri umani si ha poco da stare tranquilli. Viviamo in una società senza punti fermi, in cui tutto scorre e niente, o quasi, assume concretezza e stabilità. Bauman, teorico della modernità liquida, ci aveva visto lungo, ben prima che il post-umanesimo ci inghiottisse in un sottosuolo acquatico dove tanto il reale quanto la coscienza rischiano di perdersi, alla deriva. La questione sta in come ci muoveremo nell’acqua, elemento per eccellenza della trasformazione; in come seguiremo e ci faremo modellare dal flusso del cambiamento, lo stesso in cui si trova impelagato l’impaurito e coraggiosissimo gattino della nostra storia.

Ma come viene disegnata la realtà in Flow? Essa è priva dell’ethos culturale e di quei simboli che l’uomo si impegnava tanto a interpretare; o meglio, manca proprio l’interprete, il poeta che adorni le cose con significati ulteriori. Tutto è come appare e innominato; si è spezzata la dialettica coscienza-oggetto, a favore di un’esistenza immediata, vissuta senza il filtro della ragione.

I superstiti, insomma, parlano senza parlare, comunicando esclusivamente con i rispettivi suoni vocali. Tutto ciò che condividono è un linguaggio essenziale e necessario, da usare come strumento di sopravvivenza. Non gravati dal potere della parola – foriero tra gli umani anche di caos e distruzione – un gatto, un cane, un capibara, un uccello segretario e un lemure, così diversi tra loro, possono formare una comunità, che regge comunque su un faticoso e improbabile “tutti per uno, uno per tutti”. Flow, infatti, evitando di ridursi a racconto ingenuo, da ninnananna, ci mostra quanto questa sia un’impresa ardua, dato il naturale opportunismo che regola i comportamenti di gran parte degli animali.

Il vero significato del film pone il pubblico di fronte alla missione (difficile) che l’uomo di Flow ha fallito: la sopravvivenza degli esseri viventi non può prescindere dalla cooperazione e dal rispetto del prossimo, della natura, unica grande casa in cui viviamo tutti come affittuari a scadenza. Occorre allora un’empatia superiore che solidifichi le relazioni, sempre più liquefatte, e nello stesso tempo ci faccia vedere nei già delicati equilibri ambientali un sistema da salvare e non da controllare.

Resta da chiedersi come possa resistere alla sua scomparsa un mondo costruito dall’uomo e per l’uomo, apice dell’evoluzione delle specie organiche. Rinunciando alla retorica che ci vorrebbe meri distruttori del cosmo, dovremmo forse interrogarci – se ne siamo in grado – sull’importanza di un film in cui l’uomo non ha più voce in capitolo pur restando l’unico a poter immaginare e costruire un futuro.

Quel che è certo è che Zilbalodis ha creato un’estetica di colori, silenzi e suoni primordiali con un’attenzione che raramente si è vista nel cinema d’animazione. Decisivo e rivoluzionario è stato l’utilizzo del software Blender, con cui il regista ha modellato i personaggi e i loro movimenti, reso evocativi l’illuminazione e gli effetti speciali.

Lo spettatore è così immerso (a sua volta) nel flow di una piacevole esperienza sensoriale e – soprattutto nel commovente plot twist finale – emotiva, al termine della quale riflessioni e filosofeggiamenti possono anche passare in secondo piano. Chissà che la stessa stesura di un articolo su un’opera che ha nelle parole non dette uno dei propri punti di forza non sia l’ennesima, inutile pretesa di dare un senso a qualcosa che non ne ha bisogno. Anche perché in questo caso siamo di fronte a una storia animata, ed è giusto che un bambino possa semplicemente vederci le (dis)avventure di un gruppo di amici in viaggio verso una terra più sicura.

Edoardo Crasta

Edoardo Crasta

La sua immaginazione ha tre sfoghi: la poesia, la musica e il cinema. Incuriosito da ogni forma di comunicazione, vive indagando i segreti del linguaggio, sua materia di studio, ma sogna un mondo di poche parole.View Author posts