Anche la fiaba di Cenerentola è tra le più popolari del folclore europeo, pur avendo origini antichissime che, secondo alcuni studiosi, risalirebbero perfino all’antica civiltà egizia, attraverso l’interpretazione di fonti del mondo ellenico. Erodoto, Strabone e, successivamente, anche Claudio Eliano, citarono la vicenda di Rodopi o Rodopo, una schiava o una cortigiana, a seconda delle varie versioni, del faraone Amasis, vissuto ai tempi della XXVI dinastia nel corso del VI secolo a.C.
La storia vera che ispirò Cenerentola
Rodopi, seguendo il filone più noto della storia, sarebbe stata una bellissima schiava di stirpe tracia che, pur essendo la preferita del suo padrone, avrebbe a lungo subìto le angherie ed i maltrattamenti delle altre schiave, dovuti soprattutto alla sua condizione di straniera, che era evidenziata ancora di più dalla sua carnagione molto chiara. La ragazza era solita danzare e volteggiare da sola e un giorno, in occasione di una delle sue esibizioni solitarie, era stata sorpresa dal padrone di casa che, affascinato dalla sua leggiadria, le aveva donato un paio di pantofole di oro rosso. La generosità dell’uomo, in maniera del tutto inconsapevole, aveva inasprito l’invidia ed il risentimento delle altre schiave nei confronti di Rodopi.
Dopo qualche tempo, il faraone Amosis invitò l’intero popolo d’Egitto a partecipare ad un importante raduno, forse cultuale, ma con scopi politici o propagandistici, da lui stesso organizzato nella città di Menfi. Le altre schiave impedirono a Rodopi di prepararsi per l’evento, coinvolgendola in un’interminabile lista di lavori domestici da compiere con urgenza. Rodopi, allora, sconsolata e rassegnata si recò al fiume a lavare i panni, mettendo le preziose pantofole, regalate dal padrone, ad asciugare al sole. All’improvviso le apparve il dio Horus, sotto forma di falcone, che gliene rubò una e volò fino a Menfi, lasciando cadere la pantofola tra le mani del faraone.
Quest’ultimo interpretò il fatto come un mirabile segno mandato da Horus e decise che tutte le fanciulle del regno dovessero provare la pantofola, facendo voto di sposare soltanto colei che sarebbe riuscita a calzarla senza difficoltà. Il sovrano condusse, di persona ed attraverso i propri dignitari, una ricerca serratissima, senza mai perdere la speranza, anche davanti ad una lunga serie di insuccessi. Alla fine arrivò fino alla casa dove viveva Rodopi. La ragazza, vedendo arrivare l’imbarcazione del faraone, cercò di fuggire ma l’uomo la vide, la fermò e la pregò di calzare la pantofola. Rodopi, a questo punto, non solo la indossò alla perfezione ma tirò fuori anche l’altra pantofola, confermando in maniera inequivocabile di essere la destinataria del voto del faraone. Il lieto fine non si fece attendere: il re la prese con sé e la fece diventare sua moglie.
Dal punto di vista storico si osserva che, secondo alcune ricostruzioni, davvero Amasis sposò una fanciulla chiamata Rodopi, mentre, secondo altri, pur non unendosi in matrimonio con lei, ne fece la più rispettata cortigiana del suo seguito. La fama di Rodopi, in alcuni testi denominata anche “Dorica”, si diffuse rapidamente nel mondo greco, come illustre etera, molto richiesta per la sua avvenenza fisica e per le sue qualità amatorie. Si narra che raggiunse un tale livello di agiatezza economica, da rendere generose offerte all’oracolo di Delfi. Tra gli uomini che avrebbero goduto dei suoi favori, vi sarebbe stato anche Esopo e Carasso, fratello di Saffo e ricco commerciante di vini proveniente dall’isola di Lesbo.
In Europa, in epoca moderna, la prima versione conosciuta della fiaba è “La gatta Cenerentola”, elaborata da Giambattista Basile, scritta in lingua napoletana ed ambientata nel Regno di Napoli. Le versioni posteriori del racconto, che raggiunsero notevole popolarità nell’immaginario collettivo e contribuirono alla “standardizzazione” definitiva del fenomeno narrativo di Cenerentola, furono quella di Charles Perrault pubblicata nel 1697 e quella dei fratelli Grimm del 1812. La “cristallizzazione” finale della fiaba di Cenerentola si avrà con l’omonimo movie della Disney del 1950 e nel remake del 2015 della medesima casa di produzione americana.
La trama e la simbologia
Prima di analizzare gli spunti “simbolici” e “metaforici” della fiaba ne ripercorriamo brevemente i tratti salienti della trama. Una fanciulla di straordinaria bellezza, figlia di un ricco borghese, viene ridotta al ruolo di serva dalla seconda moglie del padre e dalle sue due figlie ottenute da un precedente matrimonio. Le tre donne la deridono e le affibbiano il soprannome di “Culincenere”, che poi diventerà nelle versioni seguenti “Cenerella” o “Cenerentola”, a causa della cenere di cui la ragazza è perennemente sporca, in quanto relegata a dormire in una soffitta accanto al camino. Ad un certo punto della storia, viene diffusa la notizia che presso la corte si terrà un elegante ballo organizzato dal re in persona, allo scopo di trovare una moglie degna di suo figlio, il principe erede al trono. Le sorellastre, incitate dalla loro ambiziosa madre, sono eccitate per l’opportunità di diventare principesse, ma escludono dai preparativi la bella sorellastra, lasciata a sbrigare gravose faccende domestiche. A similitudine di quanto avviene nella storia di Rodopi, anche Cenerentola può avvalersi di un intervento miracoloso: si tratta della fata madrina che trasforma una zucca in carrozza, dei topi in cavalli bianchi da traino e delle lucertole in valletti. Con la bacchetta magica riesce anche a donare alla fanciulla un magnifico abito che le sta a pennello ed un paio di sublimi scarpette di cristallo. Per magia la sventurata Cenerentola può recarsi al ballo in “pompa magna”, ma quasi distrattamente alla fine dei preparativi la fata l’avverte che l’incantesimo terminerà allo scoccare della mezzanotte. Durante il ballo Cenerentola viene notata dal principe che tralascia tutte le altre invitate per dedicarsi al lei. Le sorellastre osservano con invidia la fortunata pretendente ma non riescono a riconoscere l’odiata sorellastra. La prima sera Cenerentola riesce a lasciare il palazzo del principe entro la mezzanotte, ma la sera seguente, dopo un intenso avvicinamento al ragazzo, se ne innamora perdutamente e ricorda il monito della fata solo in extremis. Quando ode i dodici rintocchi della mezzanotte, fugge via nonostante le insistenze del principe e correndo perde una delle due scarpette di cristallo.
Il principe non si dà pace per la fuga della bellissima giovane ed emana un editto in tutto il territorio del regno, proclamando che avrebbe sposato soltanto la fanciulla che avrebbe calzato alla perfezione la scarpetta di cristallo rinvenuta sulla scalinata del palazzo. Alcuni dignitari di corte, uomini di fiducia di sua altezza, girano il regno in lungo e in largo, con l’incarico di far provare la scarpetta a tutte le ragazze. Numerosi tentativi si rivelano vani, fino al momento che il gran ciambellano non bussa alla porta di Cenerentola. Qui le sorellastre fanno a gara per provare la delicata scarpetta, ma i loro piedi risultano troppo grandi. Nella versione dei fratelli Grimm addirittura si feriscono con violenza, pur di riuscire nel folle piano. Nonostante la derisione delle sorellastre, anche Cenerentola viene invitata a calzare la scarpetta, colpendo l’alto dignitario di corte per la sua bellezza e gentilezza. La scarpetta si sposa a pennello con il piede di Cenerentola che, a sorpresa, tira fuori anche l’altro esemplare superstite. Non vi è più alcun dubbio: è proprio lei la ragazza desiderata dal principe. Come d’incanto, appare la fata madrina che le dona un vestito ancora più splendido del precedente, mentre le sorellastre si gettano ai suoi piedi, sinceramente affrante per il pregresso comportamento. Con animo buono e generoso, Cenerentola senza alcun tentennamento le perdona e le conduce con sè al palazzo reale. Qui si celebra un fastoso lieto fine: Cenerentola sposa il principe e le sorellastre vanno in moglie a due ricchi nobili della corte. E come si suol dire in questi casi, tutti vissero felici e contenti. Nella variante narrativa dei fratelli Grimm, invece, le due sorellastre vengono accecate, in modo da espiare, forse troppo crudamente, il loro grave peccato di invidia.
Al di là delle origini della fiaba di Cenerentola così come in precedenza accennate, non vi è dubbio che si tratta di un “archetipo femminile” diffuso in quasi tutte le culture del mondo. Una variante dell’eroina la troviamo perfino in Cina, nel racconto di Yeh-Shen, così come elaborata da Tuang Ch’ing-Shih. Nella versione orientale, si tendono a rimarcare alcuni elementi tipici di matrice orientale, come i “piedi piccoli” della fanciulla, caratteristica che era segno di nobiltà e di soavità in ambito cinese, al punto che si diceva che Yeh-Shen “avesse i piedi più piccoli del regno”. La versione di Perrault introduce alcuni elementi che denotano un’aperta vocazione alla simbologia, come la zucca, la scarpa di cristallo e la stessa personalità della fata madrina. La versione dei fratelli Grimm si arricchisce di aspetti legati al folclore germanico: al posto della fata, appare un miracoloso albero magico di nocciolo sul quale svolazzano uccelli in grado di aiutare e consolare la fanciulla. Risulta chiaro come l’adattamento cinematografico della Disney della metà del secolo scorso operi un felice connubio tra la “regalità sfarzosa” di Perrault e “l’atmosfera magico-naturalistica” tanto cara ai fratelli Grimm.
Come tutte le fiabe, anche quella che vede protagonista la bella Cenerentola racchiude in sé molteplici simboli. Cominciando proprio dal nome, o meglio dal soprannome che alla fanciulla era stato attribuito dalla matrigna e dalle sorellastre, sottolineo come le “ceneri” siano simbolo di mortalità e di un fort legame tra la vita e la morte. Questo nesso indissolubile tra le due dimensioni viene espresso in maniera differente da Perrault e dai fratelli Grimm: nel primo Cenerentola riceve il continuo aiuto da parte di sua madre defunta, mentre i secondi introducono, quale iconica sostituta, la figura della fata madrina. Il fatto che la ragazza riposi sempre in prossimità del focolare vuole suggerire il dolore per la perdita di sua madre, che cerca di mitigare sentendo la sua presenza vicino ad una fonte di calore. Inoltre, la cenere, costantemente purificata dal fuoco, richiama le qualità della purezza, cosi’ come la scarpetta di cristallo, o d’oro, a seconda delle versioni, che la ragazza calza perfettamente, sta ad indicare uno stato virginale che si estende alla parte spirituale. Il grigio della cenere contiene il bianco e il nero, i popoli opposti, luce e tenebre, rappresentando anche la trasformazione graduale di Cenerentola, attraverso le virtù della pazienza e della modestia. Gli animaletti, amici della giovane, così plasticamente raffigurati nella versione Disney, simboleggiano la scintilla divina che la fa progredire, a cui si oppongono il dispettoso gatto Lucifero, la matrigna e le sorellastre, che incarnano la parte mentale autolimitante e disfunzionale. La fata madrina, la parte più luminosa della sua anima, dopo una maturazione consapevole e ben strutturata, determina un “magico” cambiamento, facendo sì che “ogni sogno diventi realtà”.
Abbiamo già detto qualcosa a proposito del piede femminile nella cultura cinese. Aggiungo che nello stesso Paese, il termine “scarpa” si esprime con un particolare ideogramma che ha anche il significato di “intesa reciproca”, volendo simboleggiare l’armonia di coppia. In alcuni rituali celtici, il giorno delle nozze il padre della sposa consegnava al futuro marito una scarpa, per sancire il “passaggio di proprietà” e lo sposo poggiava lievemente la stessa scarpa sul capo della moglie, per voler rimarcare l’autorità acquisita su di lei. Il gesto può farci sorridere, ma ben fa comprendere l’importanza del simbolo della scarpa in età antica e medievale, con valenza anche nel campo emozionale e sessuale. La scarpa, infatti, giocava una funzione emblematica di unione e di perfetta aderenza fisica e spirituale. Non a caso, i fratelli Grimm, seguendo la tradizione egizia di Rodopi, scelgono l’oro come materiale di composizione delle scarpette, simbolo del sole, del fuoco e della luce, quel particolare metallo che in ambito alchemico si cercava di ricavare da elementi meno elevati. Le scarpe magiche di Cenerentola richiamano anche la possibilità di superare i propri limiti, trascendendo la materia, con la vittoria dello spirito sulla materia, così come accade con i sandali alati di Ermes o nella favola del “Gatto con gli stivali”.
La fiaba di Cenerentola può essere considerata anche come un vero e proprio percorso iniziatico. Soltanto nei sogni la ragazza riesce ad immaginare un destino diverso, ma non rimugina sul suo passato, non abbandonando mai la speranza di andare incontro ad un destino migliore. Con silente tenacia, si lascia alle spalle il suo passato, accettando il doloroso presente, come prova catartica da superare. A similitudine di quanto avviene in alcuni “viaggi esoterici”, Cenerentola affronta un cammino, talvolta oscuro e molto diverso da ciò che si sarebbe aspettata, senza voltarsi mai indietro. L’immagine richiama quasi il mito di Orfeo, al quale era stato raccomandato di andare sempre avanti, una volta recuperata Euridice dagli inferi. Dopo tante prove e sofferenze, il dolore sembra scomparire dal petto della ragazza e la protagonista sembra in grado di poter intraprendere “il sentiero rischiarato dalla luce della Luna”, così come indicato dal diciottesimo arcano maggiore delle carte dei tarocchi. In tale contesto, la fata madrina è paragonabile al “grande granchio che pulisce l’acqua del lago”, raffigurato sulla precitata carta. Cenerentola, dunque, come iniziata, si separa della vita precedente e con l’aiuto della fata madrina, una sorta di messaggero divino, riesce a conquistare la vita che aveva sempre sognato.
Sotto il profilo psicologico, anche la vicenda di Cenerentola, come le protagoniste di altre fiabe, può essere interpretata come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, da uno stato di subordinazione familiare ad uno di autonomia e di autodeterminazione. La descrizione della violenza psicologica e fisica che Cenerentola subisce è altresì un monito a guardarsi da certi ambienti familiari non sempre sani, ma spesso disfunzionali e perfino pericolosi. Tale aspetto della storia è stato messo in luce soprattutto negli ultimi decenni, quando la comunità sociale ha sviluppato una maggiore sensibilità nella difesa dei soggetti più fragili anche in seno al proprio nucleo familiare.
Non sono pochi, inoltre, i legami tra la fiaba di Cenerentola ed alcuni racconti della mitologia classica. Abbiamo già parlato della verosimile origine egizia del racconto e di qualche elemento che richiama il viaggio di Orfeo nell’oltretomba per recuperare l’amata moglie Euridice. Nella versione redatta dai fratelli Grimm, in particolare, si notano alcune analogie con la storia di “Amore e Psiche”, famosa favola di Apuleio contenuta nell’opera l’Asino d’oro, in cui la genitrice ostile all’unione, Venere, obbliga la fanciulla a separare un mucchio di semi, compito gravoso che sarà svolto con l’aiuto di piccoli animali amorevoli. Nella Cenerentola dei fratelli Grimm, la matrigna, allo scopo di allontanare dalla ragazza ogni proposito di partecipare alla festa, lancia nella cenere una sacco di legumi e chiede alla ragazza di raccoglierli. Anche in questo caso la ragazza sarà aiutata da piccoli animaletti. In entrambe le narrazioni risulta chiaro l’intento eziologico di evidenziare la straordinaria capacità visiva ed intuitiva acquisita dalla ragazza nel saper distinguere ciò che deve lasciarsi alle spalle, per intraprendere un rinnovato cammino ontologico, e ciò che invece non deve abbandonare definitivamente.
Come Proserpina, anche Cenerentola incarna l’emblema della trasformazione, del passaggio e del continuo divenire. Entrambe le eroine sono costrette a vivere vicino al fuoco che, nello stesso tempo, le consuma e le alimenta. Il perenne ciclo di morte e di rinascita, inteso soprattutto dal punto di vista spirituale, contraddistingue l’esistenza delle due fanciulle. Il cocchio dorato che conduce Cenerentola al ballo nel palazzo reale è speculare rispetto al carro trainato dagli stalloni neri per ordine di Plutone. La figura di Cenerentola assume quasi i contorni di una Kore-Persefone fiabesca, che balza senza soluzione di continuità dal fuoco che arde nelle tenebre allo sfarzo magico di abiti sontuosi e di danze celestiali.
Non si può fare a meno di spendere qualche parola sulla “zucca”, il vegetale dal quale la fata madrina, con il suo prodigioso intervento, ricava la splendida carrozza per consentire a Cenerentola di partecipare al ballo rapidamente ed in maniera elegante. E’ necessario precisare, tuttavia, che in alcune varianti del racconto non si trattava di una zucca, ma di un cetriolo. La zucca, comunque, sia nella cultura occidentale che in quella orientale, fin dall’antichità, è stata considerata un fulgido simbolo di abbondanza e di ricchezza. La velocità con la quale a volte si sviluppa, assumendo anche dimensioni considerevoli, ha di certo favorito il suo adattamento, quale espediente narrativo, alla magica trasformazione consacrata dalla fata madrina. In ambiente celtico, la zucca era esposta nella notte di Samhain, tra il 31 ottobre ed il 1 novembre, quando si passava dal semestre estivo a quello invernale, dalla luce all’oscurità, ricorrenza confluita poi nella festa di Halloween. In Cina la zucca era chiamata “l’imperatore dei vegetali” ed un antico mito diffuso nell’area indocinese tramanda che gli antichi antenati, due giovani, si erano salvati dal diluvio universale, grazie alla fuga su una gigantesca zucca. In epoca medievale e rinascimentale, questo ortaggio veniva considerato perfino curativo, come dimostrano alcuni scritti di Pietro De Crescenzi e di Bartolomeo Sacchi.
La fiaba di Cenerentola è uno dei riferimenti più frequenti nella nostra cultura e nel nostro linguaggio comune. Molto spesso il nome della sua protagonista viene usato con molteplici significati metaforici che traggono origine, più o meno direttamente, da elementi della stessa fiaba. In relazione alla prima parte della vicenda, l’appellativo “Cenerentola” può riferirsi ad una persona costretta ad una vita modesta o ai margini, oppure che deve affrontare mille difficoltà per sbarcare il lunario ed andare avanti. Se, invece, si guarda al finale della storia, il suo nome è di solito associato a chi conquista un’improvvisa fortuna, anche in modo fortuito, risollevandosi da uno stato di indigenza o di prostrazione psicologica. Nell’accezione più romantica, il nome di Cenerentola finisce con l’etichettare un determinato stile di abito, in prevalenza da sposa, nonché le ragazze che vogliano sentirsi “principesse per una notte”.